I Kilim

I Kilim

Il termine kilim trae origine dal persiano "ghelim" o "kelim", che significa “distendere”.

Il termine kilim trae origine dal persiano “ghelim” o “kelim”, che significa “distendere”. Questi particolari “tappeti piatti” furono inizialmente detti anche Karamani, in quanto prodotti soprattutto nella regione di Karaman, in Anatolia. La loro tecnica si avvicina a quella del ricamo, dal momento che all’ordito si intrecciano trame di vario colore fatte passare (con un rocchetto) alternativamente sopra e sotto le varie catene, tornando indietro una volta raggiunto il margine estremo dell’area destinata al loro colore; man mano che il lavoro procede si serrano le trame fra loro. Realizzati spesso con fili di lana, più raramente con peli d’animale o fibre vegetali, i Kilim antichi pervenuti fino a noi sono purtroppo molto rari, proprio a causa della deperibilità nel tempo delle fibre usate. Al contrario che nei tappeti annodati, le due facce del tessuto sono identiche. Una caratteristica di alcuni kilim sono delle fessure nel senso verticale del tessuto: ciò avviene quando il disegno segue linee verticali parallele alle catene dell’ordito; le due trame di colori diverse sono infatti agganciate a due catene contigue che restano però separate fra loro e danno luogo ai cosiddetti “tagli”. Ciò non avviene se trame di diverso colore vengono agganciate, alternativamente, ad una medesima catena di ordito, che però impedisce la formazione di linee perfettamente verticali nel disegno. Questa tecnica, che offre una maggiore robustezza complessiva al kilim, non viene comunemente usata in quelli anatolici, mentre è comune nei manufatti provenienti dalla Bessarabia, dalla Georgia e dall’Afganistan. Per evidenziare maggiormente un particolare motivo geometrico o simbolo, nei kilim a stacchi (e soltanto in quelli) è talora presente un ‘contorno’, ottenuto lasciando ‘liberi’ uno o più fili di ordito al confine dell’area da incorniciare, ed utilizzando poi un ulteriore filo (a volte doppio), che viene fatto passare sopra e sotto l’ordito rimasto libero . Una caratteristica della tessitura dei Kilim, rispetto ai tappeti annodati a mano, è che il tessitore termina ogni zona di colore prima di passare ad un’altra parte del tappeto. Questo fatto lo si può spiegare con la necessità dell’artigiano nomade di trasportare soltanto limitate quantità di lana durante il viaggio: ogni volta che la tribù sosta e monta il telaio, il tessitore deve quindi utilizzare la lana che ha portato con sè. Non potendo decidere con certezza in precedenza i colori e i motivi decorativi, il Kilim diventa così una sorta di caleidoscopio di colori, dettagli e motivi decorativi diversi. Il disegno è prevalentemente di natura geometrica, sebbene talvolta compaiano scene dello stesso repertorio dei tappeti annodati. Spesso i kilim presentano bordi con fasce decorate con motivi popolari come animali o piccoli alberi, che hanno origine in antiche credenze delle popolazioni artigiane. I kilim sono abbastanza diffusi in Turchia e nel Caucaso e presenti ovunque in Persia, dove la maggior produzione è attribuita alle popolazioni seminomadi dell’Iran centro-meridionale e di quelle del Turkmenistan, che fabbricano manufatti di grande bellezza e originalità, conservando schemi decorativi e colori tradizionali. Largamente utilizzati dalle tribù come tappeti, cuscini, sacchi o coperte, i Kilim facevano parte del patrimonio familiare ed erano parte della dote matrimoniale. In Occidente invece, fino a non molti anni fa, questi erano considerati inferiori rispetto ai ben più rinomati tappeti annodati. Col tempo però, grazie in parte alla bibliografia di valenti studiosi e al fatto che con i loro motivi geometrici ben si adattavano ai mutevoli gusti degli architetti europei ed americani ed alle loro creazioni, incentrate sul minimalismo estetico o sullo stile etnico, i Kilim hanno cominciato ad essere considerati come un esempio di artigianato di alto livello, a volte di arte, alla stregua dei più famosi tappeti persiani e caucasici antichi. Si è addirittura ipotizzato che l’archetipo stesso di “cultura tessile” abbia avuto inizio con il kilim, in quanto rappresentativo (col suo intreccio di sole trame ed orditi) della “dualità” che secondo molti governa il mondo: Il bene e il male, lo yin e lo yang, l’uomo e la donna, ecc… E’ nata quindi una scuola di pensiero che vede gli stilemi caratteristici dei kilim come un vero e proprio linguaggio, attraverso il quale centinaia di generazioni di donne dell’Anatolia, pur attraverso continue e geniali interpretazioni personali degne di designer tessili di livello, ci hanno trasmesso un corpus simbolico unico nel suo genere, ovvero la prima vera storia dell’umanità e delle sue credenze, una teologia fondamentalmente neolitica, agricola e al femminile. Il kilim viene dunque visto come un vero e proprio “documento tessile”, di enorme importanza per la sua estrema arcaicità, leggibile attraverso un’operazione di decrittazione dei suoi simboli. A supporto di tale tesi, secondo gli scritti di archeologi come James Mellaart (scopritore delle rovine della città neolitica di Catalhuyuk, di mercanti d’arte come John Eskenazi, di Bekis Balpinar (fondatrice e primo direttore del Wakiflar Museum di Istanbul, istituzione dedicata esclusivamente al tappeto e al kilim anatolico) e Udo Hirsh (studioso della preistoria che risiede da decenni in Turchia e nel Caucaso), ci sarebbero notevoli assonanze (per non parlare di vere e proprie “riproduzioni”) tra i simboli stilizzati dei kilim antichi e i messaggi dipinti sulle pareti e nelle scuture ritrovate a Catalhuyuk, quasi sempre raffiguranti donne stilizzate nell’atto della procreazione; in molti casi, teschi di tori o più raramente cervi e montoni. La produzione attuale dei kilim, si è “volgarizzata” sia nella tecnica sia nel valore storiografico dei manufatti. Oggi infatti i villaggi turchi sono diventati il centro di una produzione di Kilim destinata prevalentemente al commercio e all’esportazione. I motivi e le decorazioni tradizionali sono stati per lo più dimenticati e sostituiti con quelli in gran parte dettati dai gusti occidentali. Inoltre sono stati del tutto abbandonati i coloranti naturali a vantaggio di quelli chimici. I Soumakh Il termine Soumakh deriva probabilmente dalla città commerciale, situata nella regione caucasica di Shirwan, di Scemakha, nota anche per la produzione di un colorante rosso ruggine, di provenienza vegetale, impiegato nella tintura dei tessuti. Il Soumakh infatti deve la sua fama ai grandi tappeti tessuti in tutto il Caucaso negli ultimi secoli (basti pensare a quelli con il disegno ‘a draghi’, diventati pressocchè introvabili – e comunque inavvicinabili – dopo la grande richiesta di una decina d’anni fa), mentre in Anatolia veniva solitamente utilizzato soltanto come tecnica aggiuntiva (Cicim) per generare piccoli disegni, e più raramente (e solo in alcune zone dell’Anatolia occidentale) per produrre tappeti. Contrariamente ai Kilim, e pur appartenendo alla stessa categoria dei Tappeti Piatti, i Soumakh sono realizzati con una tecnica in cui la tessitrice avvolge il filo colorato della trama sino a prendere quattro fili d’ordito sul lato anteriore del tappeto, facendolo poi tornare indietro di due fili sul rovescio, quindi ne avvolge ancora quattro, torna indietro di due, e così via…(oltre che di 4/2 il rapporto tra avvolgimento frontale e posteriore può essere anche diverso: ad esempio 3/1, oppure 2/4 in alcuni sumakh anatolici. Questo procedimento viene effettuato con filati di vari colori per tutta la larghezza del tappeto; il ‘ritorno’ di questa trama può essere effettuato sia mantenendo la stessa inclinazione che variandola: nel secondo caso si ottiene un effetto ‘a lisca di pesce’. In alcuni soumakh inoltre, tra un ‘avvolgimento’ e l’altro di trama, viene effettuato un passaggio di trama semplice (una volta sopra ed una sotto l’ordito da un estremo all’altro del soumakh) per stabilizzarne la struttura. Sia l’ordito che la (eventuale) trama di rinforzo strutturale vengono totalmente coperti dalle trame avvolgenti che disegnano il soumakh. Possiamo quindi affermare che i Soumakh sono come dei Kilim con in più il “ricamo” del disegno. E’ chiaro che, data la struttura del manufatto, il Soumakh (contrariamente al Kilim) non è un tappeto uguale se visto dai due lati, infatti presenta un dritto ed un rovescio, ed in particolare al rovescio, si possono notare una serie di “fili” (trame) colorati che vengono lasciati pendere sul retro. Anche da un punto di vista dello spessore, della robustezza e del calore che generano, i Soumakh possono essere considerati “migliori” degli altri tappeti piatti ed in particolare dei kilim. In merito poi alla “teologia antropologica” che è insita nella realizzazione dei Kilim, va ricordato che i Soumakh (proprio come i tappeti annodati) non si limitano alla “dualità” trama-ordito, ma contengono anche una terza dimensione (il disegno delle trame) che, proprio come i nodi per i tappeti, rappresenta la contaminazione “umana” rispetto all’ancestrale simbolismo divino dei kilim.
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