Voci e riflessioni su un capolavoro ritrovato.
Un ponte tra culture e secoli: il curatore Simone Cristoforetti e l’editore Matteo Luteriani raccontano la genesi e il significato della monumentale riedizione dello Shahnameh.
In occasione della recente pubblicazione del Libro dei Re (Shahnameh), capolavoro immortale di Ferdowsi, abbiamo celebrato il ritorno di un’opera che definire “libro” è riduttivo: si tratta di un pilastro della saggezza umana, un monumento all’identità persiana e un patrimonio della letteratura mondiale. Per comprendere appieno la portata di questa operazione culturale, che ripropone la storica traduzione di Italo Pizzi rivista dal professor Simone Cristoforetti per i tipi di Luni Editrice, abbiamo intervistato i protagonisti di questa impresa.
Le loro parole ci guidano attraverso le pieghe di un lavoro immenso, svelandoci perché, oggi più che mai, l’Italia ha bisogno di riscoprire l’epica persiana.
Una traduzione epica per un’identità nazionale
Il professor Simone Cristoforetti, docente presso l’Università Ca’ Foscari e curatore dell’opera, sottolinea come questa pubblicazione non sia una semplice ristampa, ma un vero e proprio recupero culturale. La traduzione di Italo Pizzi, risalente alla fine dell’Ottocento (1886-1888), rappresenta infatti un unicum.
“La ripubblicazione della traduzione completa in poesia fatta da Italo Pizzi è un evento importante nel panorama degli studi iranologici e della letteratura comparativa,” spiega Cristoforetti. Il valore aggiunto risiede nello stile scelto dal Pizzi: un registro epico, modellato sulle grandi traduzioni ottocentesche dell’Iliade e dell’Eneide. “Pizzi considerava lo Shāhnāmeh come il maggior poema nazionale persiano e lo comparava all’importanza che la Divina Commedia di Dante ha avuto per la nazione italiana. Per questo, ritenne necessario uno stile che rispecchiasse quella grandezza.”
Rileggere oggi questa versione significa dunque compiere un doppio viaggio: uno nella Persia di Ferdowsi e uno nell’Italia del Risorgimento che formava la propria identità culturale. Cristoforetti definisce questa operazione “importantissima per favorire una maggiore consapevolezza in Italia rispetto a questa pietra miliare della letteratura mondiale.”
L’impatto sul mondo accademico e sui giovani
Guardando al futuro, il professor Cristoforetti evidenzia l’enorme potenziale didattico dell’opera. Lo Shahnameh non è solo un testo di studio, ma un organismo vivo che affascina gli studenti grazie al ritmo del suo metro originale, il motaqāreb. “Poter disporre del testo completo in traduzione è un elemento essenziale,” conclude il professore, “sia per gli studenti che si approcciano alla disciplina, sia per i ricercatori. Lo Shāhnāmeh offre innumerevoli spunti di approfondimento storico e culturale, come dimostra il gran numero di pubblicazioni che escono ogni anno a livello internazionale.”
La sfida editoriale: colmare un vuoto secolare
Ma cosa spinge un editore, oggi, a intraprendere un’opera di tale mole? Abbiamo girato la domanda a Matteo Luteriani, direttore di Luni Editrice, che da anni si dedica alla riscoperta dei grandi classici di “zone” culturali spesso trascurate in Italia.
“La pubblicazione dello Shahnameh si colloca tra le più alte espressioni che l’essere umano sia stato in grado di realizzare,” afferma con passione Luteriani. I numeri dell’opera sono impressionanti: sei volumi, 4.000 pagine di traduzione, 120 pagine di apparato critico e oltre 60.000 versi che narrano la storia della Persia.
Per l’editore, questa non è solo una pubblicazione, ma una missione. “È un capolavoro inesplorato per l’Italia, il vero ‘Ponte’ tra tutte le culture, che rappresenta l’abbattimento delle barriere e dei distinguo religiosi.” Luteriani non nasconde l’orgoglio per aver portato a termine un progetto che l’editoria italiana aveva a lungo trascurato, rendendo disponibile l’unica versione al mondo in versi in una lingua occidentale.
“Abbiamo piantato dei semi”
La conclusione di Matteo Luteriani racchiude il senso profondo di questa iniziativa: “La nostra pubblicazione colma un vuoto culturale incredibile. Posso solo augurarmi che entri nel cuore di tutte le persone: noi abbiamo piantato semi che daranno frutti per le prossime generazioni. E questo è sicuramente il compito primo e ultimo di un editore.”
Lo Shahnameh è tornato, dunque, non come un reperto da museo, ma come una voce potente e necessaria, pronta a parlare ai lettori italiani di oggi e di domani.
