Letteratura

Letteratura Persiana

      La tradizione letteraria che si definisce come letteratura neopersiana trova innanzitutto le sue radici nella cultura della Persia antica, ridefinita e ricalibrata nel periodo post-islamico. È un errore consueto trattare la letteratura neopersiana come un periodo distaccato dal resto di una storia millenaria, esaltando il ruolo dell’avvento dell’Islam nella formazione di una tradizione letteraria in lingua neopersiana. Questa particolare visione fra l’altro discende dal fatto che la poesia preislamica di Persia, pervenuta fino ai giorni nostri, non ha la stessa forma metrica di quella post-islamica, così come la metrica della lirica volgare italica è diversa da quella dei carmi scritti in latino classico. Problemi del genere hanno portato alcuni ricercatori ad affermare che i Persiani prima dell’islamizzazione non conoscevano l’arte poetica, e solo grazie all’intervento della cultura araba hanno potuto conoscere il poetare.

Tale teoria da un canto è sostenuta anche da alcuni autori persiani moderni, che per motivi religiosi attribuivano tutta la gloria della cultura persiana post-islamica al popolo che si riteneva avesse civilizzato la Persia, ed è stata d’altronde ripetuta dagli orientalisti occidentali che consideravano la letteratura araba come il primo capitolo della letteratura neopersiana, rappresentando l’arte poetica neoiranica quale una Minerva nata già matura, e parlando di un’unica letteratura islamica espressa in varie lingue. Secondo tale presunzione la lingua persiana senza i prestiti arabi sarebbe addirittura un idioma arido e inespressivo.

Forse per chi considera la metrica della lingua neopersiana una derivazione di quella araba, affermando che la poesia nella Persia nasce dopo l’attacco dei Musulmani e che il primo capitolo di una storia letteraria neopersiana è la letteratura araba, per poi chiamare i caratteri con cui viene scritto il neopersiano “arabi”, non è necessario vergare una storia della letteratura persiana. Ovviamente secondo tale visione è meglio accontentarsi di una storia generale della letteratura islamica, compilata secondo i criteri che nell’Ottocento venivano applicati all’interpretazione delle culture orientali e particolarmente di quella iranica.

La letteratura neopersiana, che si estende fino ai nostri giorni e che è una continuazione di quella medio-persiana con un distacco causato dalla distruzione dell’Impero Sassanide (224 d.C.–651 d.C.), fiorisce nel IX secolo in una maniera ancora immatura rispetto al raffinamento stilistico a cui giungerà quasi due secoli dopo.

Le modifiche della metrica medio-persiana erano già iniziate nell’epoca sassanide. In seguito nell’epoca islamica, a causa della maggiore conoscenza da parte dei Persiani della tecnica poetica araba e una loro passione per la cultura religiosa dominante, alcune forme metriche della poesia araba vengono artificiosamente imitate da parte dei poeti persofoni, ma ciò non ha mai incontrato un successo ragguardevole ed è stato sempre visto come un esotismo di dicitori arabizzati. Si potrebbe dire che il miglior regalo della poesia araba alla lirica persiana e persino a quella romanza sia la rima. La metrica persiana – che deriva dal patrimonio culturale dell’antica Persia con aggiunte ed invenzioni successive – diviene gradualmente uno strumento abile non soltanto per trasmettere il messaggio poetico, ma anche per fornire una base efficace per la composizione melodica del canto tradizionale. Difatti tanti guše (tipi di melodie) dell’antico sistema musicale persiano si basano sulle forme metriche della poesia. I generi della poesia neopersiana sono numerosi: dall’epica al pand (il genere parenetico e sentenzioso) e dalla lirica amorosa al panegirico e al genere satirico…

È ardua impresa riconoscere l’oggetto d’amore della lirica amorosa neopersiana; inoltre, nella nostra tradizione letteraria la presenza di una parola che abbia le caratteristiche del senhal trobadorico è molto rara. Per taluni critici, l’Amata della lirica neopersiana, nella maggior parte dei casi, non è altro che un maschio descritto in modo vago e misterioso. Ma questa opinione è per vari motivi confutabile e, secondo altri ricercatori, le caratteristiche virili dell’amata/o, nella poesia neo-iranica, sono il risultato di iperboli e barocchismi poetici. Uno dei fattori che hanno causato infiniti dubbi circa l’amata/o nella letteratura neopersiana è la mancanza del genere grammaticale, persino nel caso dei pronomi. Questa caratteristica grammaticale, che è causata dal processo millenario di semplificazione delle lingue iraniche, provoca vaie perplessità, dando vita ad almeno cinque teorie parallele nella valutazione dell’amata/o di ogni singolo poeta:

1. Un amato maschile per cui il poeta prova un amore carnale.
2. Un Amato mistico che potrebbe indentificarsi con Dio.
3. Una donna storicamente esistita e prevalentemente angelicata, come accade nello stilnovismo italiano.
4. Un insieme di vari amati/e, elogiati contemporaneamente o nei differenti periodi della vita del poeta.
5. Un amato/a convenzionale che talora s’identifica con il sovrano.

…Tradizionalmente nella storia della poesia classica della Persia post-islamica si parla di quattro stili principali: khorasanico, iracheno, indiano e ba¯zgašt (ritorno).
Lo stile khorasanico che abbraccia i secoli dal IX al XIII ha il suo primo centro nelle corti saffaride e samanide, nelle regioni del Sistan e del Khorasan, ove si distinse una prima pleiade di poeti panegiristi. Infatti le corti semi-indipendenti del Sistan e soprattutto del Khorasan, fautrici dell’arte poetica persiana, cercarono di contrapporsi al Califfato abbaside che, pur assorbendo i costumi aulici della Persia preislamica, tentava di eliminarne la lingua.
Lo stile iracheno (XIII-XV sec.) invece si forma dopo la decadenza delle corti della Persia orientale e il trasferimento delle monarchie persiane verso le zone più centrali. Lo stilnovo persiano, detto iracheno per la sua appartenenza all’Iraq persico (corrispondente pressappoco alle zone centrali della Persia odierna), perfezionata la raffinatezza della scuola khorasanica, attinge fra l’altro alla mistica, mescolando l’amore terreno a quello divino. In tale scuola si riscontra la conciliazione sul tema cruciale dell’amore, tra ascetismo ed eros, tra amore per Dio e amore per la creatura in base a un movimento dal concreto verso l’astratto; la persona amata è chiamata a mediare il contrasto, facendosi tramite tra i due livelli. Così si verifica una sorta di umanizzazione della trascendenza e in un certo senso si inventa la psicologia dell’amore, superando inoltre gli schemi rigidi del formalismo e della stereotipia.

Lo stile iracheno arriva al suo culmine con grandi poeti come Sa‘di, Ha¯fez. e Rumi e continua a resistere fino all’inizio dell’epoca safavide (1502–1736), per cedere poi il posto al cosiddetto stile esfahanese, chiamato anche indiano (XVI-XVIII sec.). Tale denominazione deriva dal fatto che molti poeti persofoni dell’epoca emigrarono in India, accolti con favore alla corte dei Gran Mogol. Lo stile indiano esprime un immaginario assai vasto, complicato e ricercato.
Dopo la decadenza dello stile indiano, si osserva la formazione di una nuova scuola chiamata ba¯zgašt (ritorno), che è assimilabile a una specie di neoclassicismo consistente appunto nel “ritorno” allo stile dei maestri della scuola khorasanica e irachena.

Il linguaggio classico adoperato nella poesia neopersiana nell’arco di più di un millennio è rimasto quasi cristallizzato, di modo che in numerosi casi non si può discernere alcuna differenza linguistica fra una poesia composta nel IX secolo e un’altra appartenente alla nostra epoca; ma non bisogna dimenticare che si possono pur sempre rintracciare delle caratteristiche stilistiche che differenziano, ad esempio, lo stile degli imitatori della scuola ba¯zgašt dalla maniera dei grandi poeti khorasanici.

Iman Mansub Basiri
Professore associato
l’Università di Tehran
A volte velo e a volte specchio, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2014, pp. 183-187.

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