Armi chimiche: una cicatrice nella memoria di un popolo

I danni causati da queste armi non si sono esauriti nel tempo.

La «Guerra Imposta» o «Sacra Difesa» – i nomi con cui gli iraniani definiscono il conflitto protrattosi dal 1980 al 1988 in seguito all’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein – fu uno scontro con pochi eguali al mondo per crudeltà e tragicità. In particolare, l’uso massiccio di armi chimiche da parte del dittatore iracheno rappresenta il capitolo più buio del conflitto, nonché una delle pagine più devastanti della storia militare contemporanea.

Fin dai primi anni del conflitto, l’esercito iracheno impiegò agenti tossici su vasta scala, principalmente gas mostarda (iprite) e gas nervini come il sarin e il tabun, violando apertamente il Protocollo di Ginevra del 1925. Questa strategia criminale fu adottata per contrastare le massicce offensive di terra dei soldati iraniani e dei volontari dei comitati rivoluzionari, i quali avevano infranto la speranza del dittatore di risolvere il conflitto con una guerra lampo. Tuttavia, l’impatto di queste armi non si limitò ai soli campi di battaglia, estendendosi tragicamente e intenzionalmente alle popolazioni civili delle aree di confine.

Se già l’utilizzo di tali arsenali contro i soldati rappresentava un atroce crimine di guerra, fu l’intera popolazione civile a subire una catastrofe umanitaria senza precedenti, le cui ferite continuano a tormentare i sopravvissuti. Le città di confine, come la località curdo-iraniana di Sardasht, vennero bombardate con agenti vescicanti, trasformando interi centri abitati in trappole mortali. A differenza delle armi convenzionali, i gas contaminarono non solo gli esseri umani, ma anche le riserve idriche, i raccolti e il bestiame, devastando l’ecosistema locale e rendendo i soccorsi quasi impossibili a causa della contaminazione degli stessi operatori sanitari. Gli effetti immediati di queste armi proibite sulla salute della popolazione furono raccapriccianti: migliaia di persone morirono per soffocamento in preda a sofferenze indicibili, mentre i sopravvissuti riportarono gravissime ustioni chimiche sulla pelle e cecità temporanea o permanente dovuta alla distruzione delle cornee.

I danni causati da queste armi non si sono esauriti nel tempo, ma continuano a tormentare intere generazioni ben oltre la fine delle ostilità, avvenuta nel 1988. Decine di migliaia di veterani e civili sopravvissuti, noti in Iran come i «martiri viventi», hanno sviluppato patologie polmonari croniche ostruttive, tumori all’apparato respiratorio e mutazioni genetiche ereditarie. L’esposizione al gas mostarda, in particolare, ha continuato a corrodere i polmoni dei sopravvissuti per decenni, costringendoli a una dolorosa dipendenza dalle bombole d’ossigeno e a continui ricoveri ospedalieri. Inoltre, il trauma psicologico collettivo e l’incidenza di gravi malformazioni congenite nei figli delle persone contaminate hanno impresso una cicatrice indelebile nella memoria e nel tessuto sociale della nazione.

Ma come reagì la comunità internazionale a tali inaudite atrocità? Con il silenzio, troppo spesso, e solo tardivamente con deboli e formali condanne. Non vi fu alcuna ferma presa di posizione da parte delle grandi potenze globali, che scelsero deliberatamente di ignorare o minimizzare i crimini del regime iracheno per motivazioni puramente geopolitiche. La priorità strategica degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica e di diverse nazioni europee era infatti impedire a tutti i costi la vittoria della neonata Repubblica Islamica dell’Iran, colpevole di essersi sottratta alla dicotomia tra i blocchi occidentale e orientale per proporre una terza via indipendente e spirituale.

Di conseguenza, l’Iraq di Saddam Hussein fu sostenuto politicamente ed economicamente. È storicamente documentato che i servizi d’intelligence occidentali fornirono all’aggressore immagini satellitari e mappe tattiche per monitorare i movimenti delle truppe iraniane, nella piena consapevolezza che l’esercito iracheno avrebbe utilizzato tali informazioni per pianificare attacchi chimici. Contemporaneamente, diverse aziende occidentali continuarono a esportare in Iraq i precursori chimici e i macchinari industriali necessari alla fabbricazione di questi agenti letali. Persino il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite mantenne a lungo un atteggiamento di colpevole immobilismo.

Si rifletta su questo oggi, quando il medesimo blocco di nazioni solleva una voce unanime di condanna verso i programmi tecnologici o strategici iraniani, dimenticando di aver foraggiato, in passato, la produzione e l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Il doppiopesismo delle grandi potenze è inciso sulla pelle dei sopravvissuti a quelle armi crudeli, come cicatrici impresse nella memoria di una intera nazione. Un popolo che, legittimamente, oggi si domanda: è da costoro che si possono accettare giudizi morali?

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