Il Rito Funebre nella Cultura Iraniana

Dalla Teologia Sciita all’Epoca Contemporanea.

Decodificare una grandiosità indimenticabile: il significato spirituale, sociale e politico del Tashyi’

Il rito del Tashyi’ (il solenne accompagnamento pubblico della salma dei defunti) nella dottrina sciita va ben oltre la mera consuetudine sociale o la semplice commemorazione dei morti. Esso rappresenta un vero e proprio programma educativo e politico, nonché un profondo collante all’interno della comunità dei credenti. Questa elevata considerazione all’interno della dottrina imamita si fonda su due pilastri fondamentali: il primo è la storia travagliata di questa scuola di pensiero, che ha trasformato il corteo funebre in un simbolo di solidarietà e di identità sciita; il secondo è costituito dai testi della tradizione (Hadith) ampiamente tramandati (mutawatir), che attribuiscono a tale atto un valore spirituale e interiore straordinario.

Il Corteo Funebre nei Testi Sacri e negli Hadith Sciiti

Nei testi tradizionali sciiti (quali il Wasa’il al-Shia e il Jawahir al-Kalam), l’accompagnamento funebre di un credente (mu’min) è considerato una delle pratiche raccomandate con maggior vigore (Mustahabb mu’akkad). I testi sacri in materia promettono ricche e prodigiose ricompense, tanto per chi accompagna il feretro quanto per il defunto stesso:

  • Il diritto del defunto: In una celebre narrazione dell’Imam al-Sadiq si afferma che il credente ha sette diritti obbligatori nei confronti del proprio fratello di fede, tali per cui, se ne viola anche uno solo, esce dalla tutela (wilayah) di Dio. Il settimo diritto in questa tradizione recita: «…wa an tashhada janazatahu» (ovvero, presenziare al suo funerale).

  • Il perdono reciproco: L’Imam al-Baqir afferma in una tradizione: «Quando il credente viene deposto nella tomba, gli viene annunciato: “Il primo dono a te concesso è il Paradiso, e il primo dono concesso a chi ti ha accompagnato al funerale è il perdono dei suoi peccati”».

  • La ricompensa dei passi: In un Hadith del Profeta si narra che, per ogni passo compiuto durante il corteo funebre, vengono registrate per l’uomo migliaia di buone azioni (hasanat) e cancellati altrettanti peccati.

  • I gradi dell’atto di culto: La giurisprudenza sciita (Fiqh) individua tre stadi nell’accompagnamento funebre: fino al luogo della preghiera, fino al bordo della tomba, e la sosta dopo la sepoltura per l’invocazione del perdono. Il culmine di questo percorso è l’assistenza spirituale offerta all’anima nei primi momenti del confronto con gli angeli Nakir e Munkar.

Le tradizioni sciite invitano colui che accompagna il feretro al silenzio, alla devozione (khushu’), alla meditazione sulla morte e all’immedesimarsi nella condizione del defunto. Ciò significa che il funerale funge da “scuola vivente di escatologia” (Ma’ad), finalizzata a correggere i comportamenti sociali dei vivi.

Tuttavia, il rango del defunto incide significativamente sull’importanza della partecipazione al rito. Nello specifico, vi è una raccomandazione di gran lunga maggiore per il funerale degli ulama (sapienti) e dei martiri (Shuhada):

  • «Chi accompagna il feretro di un sapiente (‘Alim), è come se avesse accompagnato me; e chi accompagna me, è come se avesse accompagnato Gabriele; e chi accompagna Gabriele, è come se avesse accompagnato Dio Altissimo; e per chi accompagna Dio, il Paradiso diviene un diritto obbligatorio». Questo testo dimostra che la salma del sapiente è custode dell’eredità della profezia (la conoscenza) e il suo onore corrisponde all’onore della missione profetica stessa.

  • In un’altra narrazione si afferma che, quando un sapiente si spegne, settantamila angeli discendono dal cielo per scortare il suo feretro, invocando il perdono per lui e per i partecipanti fino al momento della sepoltura; un privilegio che, per le persone comuni, non viene menzionato con tale enfasi.

  • L’Imam al-Sadiq afferma che, quando muore un credente giurista (faqih), gli angeli del cielo e i luoghi della terra in cui egli adorava Dio piangono per lui. Il funerale del sapiente sulla terra coincide con il lutto degli angeli nel regno celeste (Malakut).

Il martire (Shahid), nelle tradizioni sciite, è considerato un essere spiritualmente sempre vivo (secondo il principio coranico) e totalmente puro (tahir). Per tale ragione, i testi tradizionali presentano una prospettiva differente riguardo al suo funerale: in numerosi Hadith relativi ai martiri della prima era islamica (come Hanzala Ghasil al-Mala’ika o Ja’far al-Tayyar), il Profeta annunciò di aver visto gli angeli scortare, lavare o far librare l’anima del martire. Nelle narrazioni si precisa che le fila degli angeli nel funerale del martire precedono quelle degli esseri umani.

Le Dimensioni Storiche del Rito Funebre nell’Esperienza dell’Iran Islamico

Da una prospettiva storica, il rito funebre nello Sciismo si è intrecciato con tre grandi sfide e punti di svolta:

  1. Il funerale segreto e simbolico: Il punto d’inizio della storia sciita è segnato dal funerale e dalla sepoltura segreta e notturna della nobile Fatima Zahra per mano del Principe dei Credenti, l’Imam Ali. Questo evento storico ha trasformato il rito funebre, nella memoria sciita, in un simbolo di “oppressione subita” (mazlumiyyat) e di “protesta civile contro la deviazione”. In questa visione, l’assenza del funerale – o il suo svolgimento – assumono una duplice semantica: quando il funerale si compie pubblicamente, esso diviene un simbolo di autorità volto alla rivendicazione, alla richiesta di giustizia e alla condanna dell’oppressore.

  2. La coesione sociale di una minoranza storica: Nel corso dei secoli, gli sciiti, in quanto minoranza sottoposta a forti pressioni, hanno utilizzato il rito funebre per affermare la propria presenza, rafforzare i legami interni e sostenere le famiglie colpite dal lutto. L’Imam al-Sadiq ordinava consapevolmente ai suoi compagni di annunciare la morte dei fratelli di fede affinché, attraverso il raduno dei credenti, si rafforzassero il peso sociale e il conforto spirituale della comunità.

  3. Il ponte tra mondo terreno e Aldilà: Il funerale, nella dottrina sciita, è il ponte che connette questo mondo (Dunya) all’Aldilà (Akhirah), nonché la manifestazione tangibile di Wilayah (tutela/autorità spirituale) e Ukhuwwah (fratellanza). I testi teologici lo considerano un mezzo di purificazione dai peccati e un fattore di risveglio interiore, mentre l’esperienza storica lo definisce come il terreno per la preservazione dell’identità, l’espressione dell’affetto (mawaddah) e la solidarietà di fronte alle avversità. Il rito funebre conferisce dignità alla struttura umana della società e arriva a edificare una civiltà differente, fondata non sull’individualismo, bensì sull’altruismo e sul profondo concetto di Wilayah.

Nell’esperienza storica, a causa dell’oppressione, del soffocamento politico e della mancanza di potere da parte degli sciiti, di norma non fu possibile celebrare funerali consoni per gli Imam. Certamente, per alcuni di essi – come il secondo (Hasan) e il sesto (al-Sadiq) a Medina, il settimo (al-Kadhim) a Baghdad e l’ottavo (al-Ridha) a Tus – si tennero dei riti; tuttavia, l’impedimento del funerale o i tumulti sorti a causa di esso sono rimasti per sempre nella teologia politica sciita come simbolo di oppressione subita. Il culmine di ciò è rappresentato dalla negazione del funerale e dal grave oltraggio perpetrato sul corpo dell’Imam Husayn.

Durante il periodo dell’Occultamento (Ghaybah) del dodicesimo Imam, i tradizionisti (Muhaddithun) e i sapienti, in particolare in Iran e in Iraq, hanno spesso avuto funerali imponenti. Anche laddove le condizioni non lo hanno permesso (come durante il regime di Saddam Hussein in Iraq), l’evento si è comunque trasferito nella memoria storica degli sciiti sotto forma di protesta e rivendicazione.

Un punto di fondamentale importanza si verifica quando il defunto non è solo un sapiente impareggiabile – ovvero un’Autorità di riferimento (Marja’ al-Taqlid) collocata ai massimi livelli scientifici e pratici – ma è anche caduto martire sul campo di battaglia contro il nemico. In questo caso, il funerale si trasforma nell’evento più rilevante e in un punto di svolta storico. Nella storia sciita si contano quattro grandi Marja’ al-Taqlid e dotti di primo livello che, al culmine della loro fioritura, sono stati giustiziati o assassinati. La loro notorietà storica è legata essenzialmente al titolo di “Martire” (Shahid) prima ancora che al loro nome.

I più celebri sapienti martiri nella storia sciita sono il Primo Martire (1385) Sheikh Shams al-Din Muhammad ibn Makki al-Amili, il Secondo Martire (1558) Sheikh Zain al-Din ibn Ali al-Amili, il Terzo Martire (1610) e Muhammad Baqir al-Sadr, assassinato in Iraq in concomitanza con la Rivoluzione Islamica e definito il Quarto Martire.

L’Ayatollah Khamenei era la massima autorità accademica e spirituale degli sciiti al momento del suo martirio, e può essere definito, per questo, il Quinto Martire. Il funerale di un simile sapiente e martire riveste, com’è naturale, la massima importanza tra gli sciiti.

Il suo funerale da 20 milioni di persone a Teheran, e ancor di più nelle città chiave e centri nevralgici della teologia sciita (ossia Qom, Mashhad, Najaf e Karbala), dimostra il tentativo di legare in modo permanente “oppressione subita” (mazlumiyyat) e “autorità/potenza” (iqtidar) nell’ascesa globale e civile dell’Iran. Una civiltà, quest’ultima, che non innalza mai mura attorno a sé stessa, ma infrange i confini del risveglio e della lotta all’oppressione. Il movimento e i passi di svariati milioni di partecipanti al corteo, unitamente alle bandiere rosse in questo evento, sono il simbolo dell’universalizzazione di un messaggio: la pace si determina con la fine dell’ingiustizia, non con lamenti e anatemi.

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