Come l’Occidente rovesciò Mossadeq con L’Operazione Ajax
L’Operazione Ajax orchestrata da CIA e MI6 pose fine al primo esperimento democratico del Medio Oriente per il controllo del petrolio, gettando le basi storiche per la Rivoluzione Islamica del 1979.
Il colpo di Stato in Iran del 1953 rappresenta uno dei casi più macroscopici e determinanti di ingerenza geopolitica occidentale del XX secolo, un’operazione finalizzata ad abbattere un governo legittimo e democraticamente eletto per tutelare precisi interessi economici e strategici. L’evento non solo alterò il destino di una nazione, ma riscrisse gli equilibri di tutto il Medio Oriente.
Il nodo del petrolio e la sfida di Mossadeq
Al centro della crisi vi era la figura di Mohammad Mossadeq, un carismatico e colto leader nazionalista eletto Primo Ministro nel 1951. Il suo programma politico rispondeva a una profonda e radicata richiesta di sovranità popolare e riscatto nazionale. L’atto che scatenò la reazione internazionale fu la nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana, fino ad allora monopolizzata dalla britannica Anglo-Iranian Oil Company (AIOC, l’odierna BP).
Questa entità estraeva enormi ricchezze dal sottosuolo persiano, lasciando al Paese quote irrisorie e imponendo condizioni di lavoro e di vita durissime, retaggio di un assetto coloniale ormai inaccettabile. Di fronte al rifiuto di Mossadeq di piegarsi ai diktat di Londra, la Gran Bretagna rispose imponendo un durissimo embargo navale e commerciale che strangolò l’economia iraniana.
L’invenzione del “pericolo rosso” e l’intervento USA
Non riuscendo a rovesciare Mossadeq da sola, l’intelligence britannica (MI6) giocò la carta della Guerra Fredda per trascinare gli Stati Uniti nel conflitto, convincendo Washington che un Iran economicamente allo stremo sarebbe inevitabilmente scivolato nell’orbita dell’Unione Sovietica.
L’ingerenza statunitense si concretizzò attraverso la CIA, che – in stretta collaborazione con i britannici – diede il via alla celebre Operazione Ajax (guidata sul campo dall’agente Kermit Roosevelt Jr.). L’intelligence manipolò sistematicamente il tessuto sociale e politico iraniano: furono stanziate ingenti somme di denaro (i cosiddetti “fondi neri”) per corrompere ufficiali dell’esercito, politici compiacenti e influenti esponenti del clero sciita. Vennero inoltre pagati giornalisti ed editori per diffondere una massiccia campagna di propaganda e disinformazione, volta a dipingere Mossadeq come un dittatore instabile, un nemico dell’Islam o un burattino dei comunisti del partito Tudeh. Nel contempo, la CIA assoldò bande di strada e provocatori per scatenare violente rivolte artificiali a Teheran, creando un clima di caos pianificato che giustificasse l’intervento militare come “salvataggio” della nazione.
Il 19 agosto e l’eredità avvelenata
Il 19 agosto 1953, l’azione combinata dei militari golpisti (guidati dal generale Fazlollah Zahedi) e delle folle prezzolate portò al bombardamento della residenza del Primo Ministro e all’arresto di Mossadeq. Il colpo di Stato permise il reinsediamento forzato dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, fuggito dal Paese pochi giorni prima in seguito al fallimento di un primo tentativo di golpe. Da quel momento, lo Shah governò l’Iran in modo sempre più autocratico, appoggiandosi alla temuta polizia segreta (la SAVAK) e ponendosi come fedele alleato di Washington per i successivi venticinque anni.
Questo brutale soffocamento della democrazia iraniana ha avuto conseguenze storiche devastanti, percepibili ancora oggi. L’operazione anglo-americana non solo distrusse il primo vero esperimento democratico e laico dell’Asia Occidentale, ma instillò nella popolazione persiana un profondo e duraturo sentimento di sfiducia e risentimento antiamericano. Un rancore covato sotto la cenere dell’autoritarismo monarchico che avrebbe trovato la sua deflagrazione definitiva nel 1979, con la caduta dello Shah e la nascita della Rivoluzione Islamica.
