26 Ottobre: Celebriamo Naqsh-e Jahan, l’Immagine del Mondo

A 47 anni dall’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il 26 ottobre 1979 rappresenta una data fondamentale per la tutela del patrimonio culturale globale: in quel giorno, la monumentale piazza di Naqsh-e Jahan a Isfahan veniva ufficialmente iscritta nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, insieme a Persepoli e Chogha Zanbil, diventando uno dei primi tre siti iraniani a ricevere questo prestigioso riconoscimento internazionale.

Celebrare questo anniversario significa rendere omaggio non solo a un prodigio architettonico, ma a una delle più alte espressioni dell’urbanistica, della filosofia spaziale e dell’identità culturale dell’altopiano iranico.

La visione imperiale di Shah Abbas il Grande

Alla fine del XVI secolo, precisamente nel 1598, il sovrano safavide Shah Abbas I decise di trasferire la capitale dell’impero da Qazvin a Isfahan, in una posizione più centrale, fertile e strategica lungo le rotte carovaniere euro-asiatiche. Sotto la guida dell’architetto, matematico e filosofo Sheikh Bahai, la città fu ridisegnata secondo un piano regolatore rivoluzionario imperniato su due assi: il viale alberato del Chahar Bagh (“Quattro Giardini”) e l’immensa spianata rettangolare di Naqsh-e Jahan, letteralmente “L’Immagine del Mondo”.

Non si trattava di un semplice spazio pubblico, ma di un manifesto politico e cosmologico: concentrare in un unico orizzonte visivo la totalità del mondo conosciuto, dei suoi commerci e delle sue arti. Fu proprio lo stupore dei viaggiatori, dei mercanti e degli ambasciatori europei di fronte a tale magnificenza a coniare il celebre detto persiano:

«Esfahān nesf-e jahān» — Isfahan è la metà del mondo.

Archeologia e architettura di uno spazio sacro e profano

Dal punto di vista archeologico e urbanistico, il Meydan stupisce ancora oggi per le sue proporzioni colossali: 560 metri di lunghezza per 160 di larghezza (quasi 9 ettari di superficie), cinti da un doppio ordine di portici simmetrici in mattoni e maioliche che contano circa 200 arcate.

La genialità progettuale di Naqsh-e Jahan risiede nella sintesi perfetta dei quattro pilastri della società safavide, ciascuno incarnato da un capolavoro monumentale posto su uno dei quattro lati cardinali:

  • Il Potere Religioso e Congregazionale (Lato Sud) – La Grande Moschea  : Iniziata nel 1611, è il trionfo della ceramica haft-rang (“a sette colori”). Poiché la piazza è orientata secondo l’asse nord-sud mentre la Qibla (la direzione della Mecca) richiedeva un orientamento sud-ovest, gli architetti realizzarono un corridoio d’ingresso a gomito che ruota l’asse dell’edificio di 45 gradi senza che il visitatore percepisca alcuna asimmetria dall’esterno. La sua doppia cupola, alta 53 metri, presenta un’acustica perfetta capace di amplificare la voce umana fino a sette echi distinti.

  • Il Misticismo e la Corte Privata (Lato Est) – La Moschea dello Sceicco Lotfollah: Priva di minareti e di cortile interno poiché riservata al sovrano e alla corte, custodisce una delle cupole più raffinate dell’arte islamica. Le sue piastrelle color crema mutano tonalità dal rosa all’avorio seguendo il corso del sole, mentre all’interno il disegno geometrico convergente al centro della volta riproduce le piume di una coda di pavone illuminata dalla luce.

  • Il Potere Politico e Imperiale (Lato Ovest) – Il Palazzo di Ali Qapu (La Sublime Porta): Alto sei piani per 48 metri, fungeva da soglia sacra verso i giardini reali retrostanti. Dal suo maestoso talar (la loggia sorretta da diciotto colonne in legno di platano), lo Scià assisteva alle parate militari e alle partite di polo. All’ultimo piano si apre la celebre Sala della Musica, dove profonde nicchie in stucco intagliate a forma di amfore e vasi non avevano solo funzione estetica, ma agivano da trappole acustiche per assorbire il riverbero dei musicisti di corte.

  • Il Potere Economico e Mercantile (Lato Nord) – Il Portale di Qeysarie: L’ingresso monumentale al Grande Bazar Imperiale, cuore pulsante dell’economia della Via della Seta. Sulla lunetta superiore sono ancora visibili gli affreschi che celebrano le vittorie di Shah Abbas contro gli Uzbeki e le singolari maioliche raffiguranti il Sagittario (segno zodiacale legato alla fondazione della città nella tradizione astrologica persiana).

Alle due estremità della piazza sopravvivono ancora oggi un dettaglio archeologico prezioso: le antiche porte in pietra del Chogan, l’antenato persiano del gioco del polo, praticato dalla cavalleria reale proprio al centro della spianata.

Un patrimonio vivente

A differenza di molti siti archeologici cristallizzati nel passato, Naqsh-e Jahan continua a respirare. Sotto le sue arcate risuona ancora il martellio dei maestri ramai (mesgar), il pennello dei miniaturisti su osso di cammello, l’arte dello khatam-kari (l’intarsio persiano) e della stamperia su tessuto (qalamkari).

Ricordare il 26 ottobre 1979 significa riaffermare il valore universale di un luogo in cui l’ingegneria idraulica, la geometria sacra, la poesia visiva e il dialogo tra civiltà si sono fusi per donare all’umanità intera uno specchio di bellezza senza tempo.

Condividere