Il Realismo dell’Amicizia e la Saggezza della Tolleranza nel pensiero di Hafez.
In occasione della Giornata Nazionale di Hafez, una riflessione sull’amore, la speranza e il ponte invisibile tra l’anima persiana e quella italiana.
Khwāja Shams al-Dīn Muḥammad Ḥāfiẓ-e Shīrāzī, venerato come “Lisan al-Ghayb” (La Lingua dell’Invisibile), non è un semplice poeta negli annali della letteratura d’Oriente. Egli è, piuttosto, la manifestazione vibrante del linguaggio culturale e della coscienza interiore dell’essere umano, in ogni orizzonte di significato.
Le parole di Hafez compongono un vascello mistico che solca e oltrepassa i confini geografici e storici, parlando direttamente all’essenza della natura umana. Due sono i pilastri fondamentali di questo suo messaggio immortale: la “Speranza” e l'”Amore”. Una speranza radiosa e inestinguibile, che brilla persino nelle notti più oscure dell’afflizione, e un amore che scorre come sangue pulsante nelle vene dell’esistenza, liberando l’universo dal gelo e dall’apatia.
Egli, nelle epoche più tenebrose della storia, quando l’assalto della disperazione minacciava di divorare l’anima umana, ha innalzato il suo canto di liberazione e resilienza:
Il perduto Giuseppe farà ritorno a Canaan, non disperare; La capanna dei dolori diverrà un giorno un roseto, non disperare. Se per un paio di giorni la ruota del cielo non ha assecondato i nostri desideri, Il corso del tempo non rimarrà per sempre immutato, non disperare.
Oggi, in un mondo ferito da profonde crisi di significato, lacerato dalla frattura tra l’uomo e la natura, e attraversato dalle tensioni generate dal pregiudizio e dalle distanze, due antiche civiltà dalle radici profonde – l’Iran e l’Italia –, custodi di una saggezza e di un’arte millenarie, portano sulle spalle una missione comune. Queste due nazioni, insieme, possono offrire un messaggio al mondo di domani: la vocazione di ridefinire la pace, di riconciliare l’uomo con se stesso e con l’universo che lo circonda, celebrando la convivenza. Il richiamo di Hafez, in questi nostri giorni, risuona più potente che mai:
La pace di entrambi i mondi dimora nell’interpretazione di queste due parole: Magnanimità con gli amici, tolleranza con i nemici.
Nel cammino spirituale e nella saggezza “rènd” (quella del saggio disincantato e libero dalle ipocrisie) di Hafez, la “tolleranza” (modarà) non significa mai passività o rassegnazione di fronte all’oppressione. È, al contrario, una strategia luminosa e sapiente per disarmare l’avversario e respingere il male.
Per l’anima persiana, la tolleranza non è resa, né legittimazione del nemico. Il Saggio di Shiraz non china mai il capo di fronte al sopruso e non tollera la viltà; la sua clemenza è un atto che scaturisce dai più alti vertici dell’acume, della lungimiranza e della gestione delle umane malvagità. Egli non concede al nemico di varcare il santuario della propria anima, ma con intelligenza placa la tempesta del suo rancore, affinché il male dei malintenzionati si ritorca contro di loro. Come ci insegna nei suoi versi, non bisogna cercare lealtà nel nemico. Hafez rifiuta persino il potere più glorioso – il mitico anello di Salomone – se su di esso rischia di posarsi la mano del demone, e ci ammonisce a non cadere mai nella rete delle illusioni e delle ipocrisie. Il poeta sa bene che l’essenza oscura del nemico non muta; dunque, la tolleranza è uno scudo intellettuale per neutralizzare il veleno dell’ostilità, non una resa alla corruzione.
Ma all’estremo opposto di questa costellazione filosofica, splende la stella dell'”Amico”. Nella visione di Hafez, lo spazio dell’amicizia non è il regno del calcolo o della politica, bensì l’altare delle dedizioni più sacre, dei legami più puri e delle emozioni umane più cristalline. Se con il nemico si usa l’arte della tolleranza per arginare l’oscurità, di fronte all’amico l’essere umano si fa pura necessità, lealtà totale, fino a dissolversi nell’affetto:
Non se ne andrà mai dalla mia mente l’amore per quegli occhi profondi, Questo è il decreto del cielo, e nulla potrà mai mutarlo.
Così, la diplomazia spirituale di Hafez si regge su due poli: un’intelligenza acuta per respingere la malizia di chi trama nell’ombra, a difesa della propria libertà interiore, e le braccia spalancate, colme di purezza e devozione, per i compagni di viaggio sulla via dell’Amore.
L’Italia, fin dai tempi più antichi, è stata culla di un fecondo incontro intellettuale con la letteratura classica persiana. Le sublimi traduzioni italiane del Divan di Hafez, unite a decenni di appassionata dedizione da parte di illustri iranisti e letterati di questa terra, testimoniano come l’anima italiana custodisca un’affinità ancestrale con lo spirito raffinato della poesia persiana. Essi hanno compreso che Hafez innalza la poesia a una rivelazione umana e universale.
Proprio nel solco di questo ininterrotto dialogo, la grandezza del Poeta è stata recentemente onorata attraverso un intenso programma svoltosi a Perugia, realizzato in preziosa collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia. In questa prestigiosa cornice, dove la storia e la conoscenza si fondono, i luoghi del sapere accademico si sono trasformati in un crocevia di anime, permettendo ai versi di Hafez di risuonare tra le antiche mura e di farsi ponte tangibile e luminoso tra le nostre culture.
Celebrare la Giornata di Hafez, e immergersi oggi nei suoi versi attraverso le pagine di questo sito, è il prolungamento di quell’incontro. È un invito pressante a prendere le distanze dal frastuono meccanico del nostro secolo, dall’eco fredda dell’industria e dai veli dell’artificio, per fare ritorno alla limpidezza della nostra natura originaria. A quel santuario interiore che Hafez considerava l’unico sigillo di immortalità nel vasto palcoscenico della storia:
Non morirà mai colui il cui cuore è stato risvegliato dall’amore, La nostra eternità è incisa nei registri dell’universo.
Possa l’eco delle parole di Hafez continuare a farsi ponte vibrante tra le culture, tra le civiltà, e dimorare per sempre nei cuori di tutti i cercatori di verità e di bellezza.
