26 Giugno: Dalle carceri dello Shah alla solidarietà globale per gli oppressi

26 Giugno: Dalle carceri dello Shah alla solidarietà globale per gli oppressi

Nel Giorno in Onore dei Prigionieri di Guerra e degli Scomparsi.

La memoria storica della Repubblica Islamica abbraccia i detenuti palestinesi, libanesi e tutte le vittime di detenzioni.

Nel Giorno in Onore dei Prigionieri di Guerra e degli Scomparsi, la memoria storica della Repubblica Islamica abbraccia i detenuti palestinesi, libanesi e tutte le vittime di detenzioni arbitrarie nel mondo.

Oggi, 26 giugno, la Repubblica Islamica dell’Iran celebra il Giorno in Onore dei Prigionieri di Guerra e degli Scomparsi. È una commemorazione che unisce profondamente il passato al presente, estendendo il proprio sguardo ben oltre i confini nazionali: dai prigionieri iraniani durante la Guerra Imposta (1980-88) ai bambini palestinesi costretti nelle carceri israeliane senza alcun capo d’accusa; dai detenuti libanesi accusati solo d’aver resistito all’oppressione, agli ingiustificati e arbitrari sequestri di persona verificatisi in Occidente ai danni di cittadini iraniani, fino al clima di terrore creato in Europa contro i musulmani e i loro luoghi di culto.

L’Iran onora i detenuti e coloro che non hanno più fatto ritorno a casa, memore di una grande verità che in Occidente è spesso ignorata, ma che fornisce in realtà un’ulteriore chiave di lettura per comprendere l’attuale società iraniana: un evento epocale quale una rivoluzione non scaturisce mai da una sola causa, eppure non sarebbe errato affermare che la Rivoluzione Islamica, nel suo primo atto, ebbe inizio proprio con un arresto.

Era il 5 giugno 1963 quando l’arresto da parte della SAVAK, i feroci servizi segreti dello Shah, dell’Ayatollah Khomeini  in seguito ad un infuocato discorso di quest’ultimo contro l’autocrate corrotto – provocò i cosiddetti moti di Khordad, una serie di durissime proteste represse nel sangue dal regime monarchico. Alla luce di ciò, l’Ayatollah Khomeini,  non poteva che avere un occhio di riguardo verso la detenzione e i prigionieri, avendo conosciuto egli stesso, in prima persona, la durezza del carcere.

Similmente, la successiva Guida della Rivoluzione, l’Ayatollah Khamenei, considerato dalla SAVAK un pericoloso agitatore contro la monarchia oppressiva, fu arrestato in diverse occasioni: nel 1963, immediatamente dopo i sopracitati moti di Khordad, poi l’anno successivo, poi ancora nel 1967 e nel 1970, nuovamente nel 1971 e, infine, nel 1975. Un’esperienza diretta di prigionia e tortura che egli stesso racconta nella sua biografia, pubblicata in italiano con il titolo che porta proprio il nome di una delle celle in cui fu costretto: Cella n.14.

Dirigenti forgiati da simili prove non potevano che imprimere alla nuova Repubblica una cura particolare verso i detenuti, i loro diritti e la loro tutela. È infatti la clemenza islamica ad essere alla base dell’approccio al detenuto, il cui trattenimento è volto non alla repressione ma alla rieducazione. Ogni anno, in occasione delle principali festività religiose e di ricorrenze politiche, l’Ayatollah Khamenei, prima di ascendere al martirio, concedeva la grazia o la commutazione della pena a migliaia di detenuti comuni. Nei suoi discorsi ufficiali rivolti ai vertici della magistratura iraniana,  insisteva spesso sul fatto che le carceri non dovrebbero essere solo luoghi di punizione, ma autentiche “scuole di educazione e riforma” per reinserire i cittadini nella società. Un simile approccio è lo specchio fedele della direzione etica della Rivoluzione e della politica della Repubblica Islamica.

Ricordare i prigionieri di guerra, gli scomparsi e chi tuttora langue ingiustamente in prigione in Palestina, in Libano e nel mondo intero, non è solo un atto di memoria, ma un atto di resistenza.

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