La tragedia di Ashura.
La tragedia di Ashura è poco conosciuta in Occidente, sebbene non abbia nulla da invidiare ai più sentiti racconti di eroismo e sacrificio a noi tanto familiari. Il topos dei pochi contro molti è, dopotutto, un tema celebre e apprezzato tanto nella narrativa quanto nella storia stessa dell’umanità: trecento spartani contro l’armata persiana, le campagne di Alessandro Magno, la rivolta di Saigo Takamori che ha ispirato il celebre film L’ultimo samurai, per non parlare della letteratura europea che da La Chanson de Roland a Il Signore degli Anelli celebra l’eroismo del sacrificio per un bene superiore, laddove la vita stessa e l’esistenza individuale vengono poste da parte per un fine considerato più grande e importante. Ognuna delle vicende sopracitate, e molte altre ancora, rappresenta un elogio all’abnegazione, una celebrazione dello spirito di martirio, un riconoscimento del più puro concetto di eroismo. E il martirio dell’Imam Husayn e dei suoi compagni a Karbala rappresenta il culmine e la massima espressione di tutte queste dimensioni.
Protagonista della vicenda, che è qui stata definita tragedia non in riferimento al genere teatrale di matrice greca ma in accordo con il significato attribuito da Dante alla parola, ovvero in riconoscimento dell’elevatezza dell’argomento, è l’Imam Husayn, figlio dell’Imam Ali e di Dama Fatima, nonché nipote del Profeta Muhammad. Egli, attorniato dai suoi settantadue sostenitori, oltre che da anziani, donne e bambini, affrontò coraggiosamente e fino all’ultima goccia di sangue l’armata del califfo usurpatore Yazid, composta da trentamila unità. Dieci giorni di assedio, fame, sete, stenti e dolore portarono al martirio eroico e brutale di questi valorosi guerrieri, mossi, come si è detto, non da scopi personali o materiali, bensì da ideali e valori assoluti, elevati, divini quali la salvaguardia degli oppressi, la lotta agli oppressori e la difesa della pura religione. La scena che si delineò sulla piana di Karbala il 10 del mese di Muharram fu un teatro di morte; cionondimeno la sorella dell’Imam martire, Dama Zaynab, ebbe a dire: “Non ho visto altro che bellezza”. E proprio questa bellezza è il filo rosso che collega tra loro tutte le vicende, storiche o letterarie, citate al principio dell’articolo: la bellezza della lotta per un ideale, la bellezza della rinuncia alla propria infima esistenza in difesa di valori divini, la bellezza di un’etica superiore a qualsivoglia compromesso. La bellezza dell’essere umano che ha compreso il suo ruolo in questo mondo, che lo ha rivendicato coraggiosamente e che, ubbidendo ad esso, abbandonandosi ad esso, sacrifica la propria vita per qualcosa di migliore.
Ashura è un monito costante per i musulmani sciiti, come per l’umanità intera. Karbala è dovunque l’oppresso si ribelli all’oppressore, dovunque il sangue dei martiri venga versato. “Ogni giorno è Ashura, ogni luogo è Karbala”, recita un celebre motto. Ed è proprio questa coscienza a definire l’identità iraniana, oggi più che mai, nel suo confronto con gli oppressori del nostro tempo. La celebrazione del lutto di Ashura non si limita a cortei, pianti, elegie, rappresentazioni, bensì assume l’aspetto di una memoria attiva e dirompente: come l’Imam Husayn combatté fino all’ultimo contro i tiranni del suo tempo, ugualmente la Repubblica Islamica dell’Iran ha dimostrato e sta dimostrando tuttora di aderire pienamente a tali insegnamenti, fronteggiando coraggiosamente due potenze nucleari le quali, dando inizio ad una guerra immotivata e crudele, hanno a loro volta palesato al mondo la loro appartenenza alla schiera dei più crudeli tra gli oppressori.
Come l’Imam Husayn a Karbala, l’Iran ha tenuto la testa alta contro un nemico più numeroso e meglio armato, non rinunciando ai propri princìpi e non accettando vili e umilianti compromessi. Come nella tragedia di Ashura, uomini e donne valorosi, bambini innocenti, civili disarmati sono stati massacrati dalla furia omicida degli aggressori. Cionondimeno, il popolo iraniano, forte dell’insegnamento di Karbala, non è crollato sulle proprie ginocchia. Anzi, ha levato un solo, coeso grido di resistenza che ha scosso il mondo intero, trasmettendo un messaggio chiaro e traboccante di viva speranza: l’eroismo non esiste solo nei racconti più fantasiosi o nelle vicende del passato; esso è presente ancora oggi nei cuori di chi ha saputo concretizzare gli insegnamenti dei più valorosi tra gli uomini e ha trasformato le lacrime del lutto in una promessa imperitura di fedeltà al Bene Superiore.
E tutto ciò, ieri come oggi, non è altro che bellezza.
