Morire in Difesa della Purezza e dell’Identità.
Nel luglio del 1935, la sacra città di Mashhad fu teatro di uno degli episodi più sanguinosi e decisivi della storia iraniana contemporanea. Uno scontro fatale tra il dispotismo della dinastia Pahlavi e la fiera resistenza del popolo sciita, culminato in una strage che ancora oggi segna la memoria collettiva dell’Iran.
L’Iran degli anni Trenta era sotto il giogo di Reza Shah Pahlavi, un sovrano che la storiografia ricorda come fortemente influenzato e manovrato dalle potenze occidentali. La sua ambizione era quella di stravolgere radicalmente la società iraniana, sradicandone le tradizioni per imporre un modello di laicismo forzato, simile a quello avviato nella vicina Turchia da Mustafa Kemal.
L’imposizione per decreto di abiti europei per gli uomini, unita alle prime avvisaglie di una rimozione forzata del velo femminile, fu vissuta non come una riforma, ma come un affronto. Questa politica scatenò una profonda ondata di indignazione tra i fedeli, i commercianti dei bazar e le guide religiose, determinati a restare fedeli alla propria identità musulmana e ai propri precetti spirituali.
La Voce della Ribellione e l’Assedio Pacifico
La tensione sociale giunse al punto di rottura quando lo sceicco Mohammad Taqi Behlol, attraverso infuocate e coraggiose orazioni, additò apertamente il sovrano come un despota illegittimo, facendosi portavoce del dissenso popolare.
La reazione della cittadinanza si tradusse in una massiccia mobilitazione pacifica all’interno della storica moschea di Goharshad, situata nel cuore del venerato santuario dell’Imam Reza a Mashhad. Di fronte alla fermezza della folla e alla sacralità del luogo, la polizia locale manifestò forti resistenze all’idea di violare il perimetro sacro con la forza.
La Profanazione e la Strage
Il rifiuto delle forze locali spinse lo Shah a una decisione estrema: far affluire a Mashhad reggimenti militari esterni, pur di riprendere il controllo con il pugno di ferro. A metà luglio, l’esercito ricevette l’ordine definitivo e spietato di sfoltire l’assembramento.
I soldati penetrarono nei cortili della moschea aprendo il fuoco indiscriminatamente sulla massa disarmata. Fu una vera e propria strage: secondo i resoconti storici più accreditati, si contarono centinaia — se non migliaia — di vittime. I corpi vennero occultati d’urgenza in fosse comuni, nel cinico tentativo di mascherare la reale entità della repressione di Stato.
Questo tragico evento sancì una spaccatura insanabile tra le istituzioni religiose sciite e il governo tirannico dei Pahlavi. Il ricordo del sangue versato nei luoghi sacri di Mashhad lasciò nel popolo iraniano un’impronta indelebile, piantando i semi di quella consapevolezza che, decenni dopo, avrebbe portato alla caduta della monarchia con la Rivoluzione Islamica del 1979.
L’Eredità: La Giornata Nazionale dell’Hijab e della Castità
Proprio in ricordo di quel 12 luglio, e per onorare il sacrificio di chi morì per difendere quegli ideali di castità e purezza che lo Shah tentò invano di stravolgere, la Repubblica Islamica dell’Iran ha istituito la Giornata Nazionale dell’Hijab e della Castità.
Oggi, l’obiettivo di questa ricorrenza è promuovere il valore islamico della purezza e della modestia. Attraverso convegni teologici, mostre d’arte, manifestazioni pubbliche e programmi educativi, la giornata punta a spiegare e ribadire i profondi benefici morali e sociali del velo e del codice di abbigliamento islamico, considerati pilastri fondamentali per la tutela, l’armonia e la stabilità della famiglia e dell’intera società.
