Oltre venti milioni di persone in marcia nel segno della pace e dell’ospitalità.
Domani ricorre l’Arbaeen, una delle celebrazioni più imponenti e significative del mondo islamico sciita. In arabo, Arbaeen significa “quaranta” e segna la conclusione dei quaranta giorni di lutto per il martirio dell’Imam Hussein, nipote del Profeta Muhammad (S), ucciso a Karbala (nell’odierno Iraq) nel VII secolo. Ma Arbaeen non è solo una commemorazione del passato: è un immenso “mondo vitale” contemporaneo, un fenomeno fatto di fede, dinamiche sociali dal basso e un’incredibile vitalità.
Le origini: identità e resistenza La visita (o Ziyarat) alla tomba dell’Imam Hussein a Karbala ha sempre rappresentato l’apice della pratica spirituale per gli sciiti. Verso la fine dell’epoca degli Imam, per preservare l’identità della comunità in tempi difficili, vennero indicati dei segni distintivi per i veri credenti. Tra questi, l’undicesimo Imam, Hasan al-Askari, inserì proprio la partecipazione al pellegrinaggio di Arbaeen.
Questa raccomandazione non era un mero atto esteriore, ma un richiamo a mantenere vivo il messaggio dell’Imam Hussein: la ricerca della giustizia, il rifiuto di ogni tirannia e la coerenza nella vita quotidiana. È grazie a questa profonda radice che il pellegrinaggio è sopravvissuto a decenni di divieti e repressioni, come avvenuto durante il regime iracheno di Saddam Hussein.
L’esperienza vissuta e l’incredibile cultura dell’ospitalità Oggi, nei giorni che precedono Arbaeen, lungo le strade che portano a Karbala si assiste a qualcosa di unico al mondo. Accogliere i pellegrini non è un dovere, ma un onore inestimabile. La popolazione locale fa a gara per servire i viaggiatori allestendo i Mawkib, strutture di accoglienza temporanee che offrono ogni tipo di servizio – dal cibo al riposo, fino alle cure mediche – a oltre venti milioni di persone in cammino.
Per cinque giorni di marcia, nessuno patisce fame o sete. Questo ecosistema di generosità viene allestito in poche settimane, ma è finanziato spontaneamente dalla gente comune durante tutto l’anno. Il motto dell’ultimo decennio è emblematico: “Hubb al-Hussein yajma’una” (L’amore per Hussein ci unisce). Questa unione supera ogni confine: oggi l’Iraq ospita pacificamente oltre tre milioni di iraniani per l’evento, cancellando ogni traccia delle ferite della guerra che divise i due Paesi in passato.
Perché in Occidente se ne parla così poco? Nonostante dimensioni e spiritualità paragonabili ai grandi eventi del mondo cattolico, l’Arbaeen è quasi assente dai media europei. Questa “cecità” occidentale è dovuta a diversi fattori. Innanzitutto, barriere mediatiche: la narrazione occidentale sul Medio Oriente si concentra quasi esclusivamente su “crisi” e “conflitti”. Un evento pacifico e fondato sull’ospitalità incondizionata fatica a trovare spazio.
C’è poi una lacuna accademica: l’orientalismo classico studia i testi storici, ma Arbaeen è “teologia vivente”. Infine, manca una vera e propria traduzione culturale. Per raccontare Arbaeen a un pubblico europeo (e italiano in particolare) non basta usare la simbologia interna sciita, bisogna usare concetti universali come la “società senza classi dei pellegrini” o l’esperienza del sacro nel mondo moderno.
Costruire nuovi ponti culturali L’Italia, culla di percorsi storici come la Via Francigena e sede di enormi raduni religiosi universali come il Giubileo a Roma, ha tutte le chiavi per comprendere questo fenomeno. Leggere Arbaeen in dialogo con le grandi tradizioni del pellegrinaggio europeo, analizzare la figura del pellegrino attraverso una teologia comparata o documentare l’arte e la cultura orale dei Mawkib, rappresenta un’opportunità straordinaria. Solo uscendo dagli slogan politici ed entrando nel campo dell’etnografia e della spiritualità, l’Occidente potrà finalmente scoprire la bellezza di questo inesauribile cammino di pace.
Seyed Majid Emami
