DI RITORNO DA UN ALTRO MONDO di Moreno Pasquinelli

La bandiera degli oppressi è  la bandiera è la bandiera rossa di Husayn.

Non sarei sincero se nascondessi quel miscuglio di eccitazione e di inquietudine che mi ha accompagnato per tutto il viaggio verso l’Iran. C’ero già stato anni addietro, in tempi di “pace”, ma cosa era diventato il Paese dopo due devastanti aggressioni? Quale impatto ha avuto la contundente lezione sferrata ai farabutti sionisti e americani? Quanto è davvero solida la Repubblica Islamica? E la spinta propulsiva della fede religiosa, è ancora poderosa come un tempo? Quanto profondi i segni lasciati dalle rivolte armate di gennaio, inculcate e sobillate dai nemici esterni? Che tipo di società è quella iraniana? E qual è lo stato di salute di un’economia segnata da un cinquantennale assedio imperialistico? Quanto conta l’aiuto dei Paesi cosiddetti amici come Russia e Cina? Quanto fondate sono le speranze che i negoziati di Islamabad producano la fine dell’accerchiamento? Gli iraniani avranno finalmente la pace o dovranno prepararsi ad una spietata guerra di logoramento?

Appena giunti a Tehran il 4 luglio come delegazione di ASSE ANTIMPERIALISTA, abbiamo fatto un giro per le strade della capitale già colme di gente, di capannelli, di presidi. Al primo impatto restiamo colpiti da un’atmosfera surreale, spiazzante. Venuti per partecipare ai funerali della Guida Suprema, ci aspettavamo un clima di mestizia, di afflizione. Quale stupore invece il sentimento prevalente di serenità, anzi di giubilo. Avrà mica ragione Trump a dire che questi iraniani sono dei pazzi furiosi?

Per descrivere ciò che palpitava per le strade si potrebbe ricorrere a delle antitesi lessicali: collera e pacatezza, lutto e gioia. Lutto certo per la morte della Guida Suprema, collera per l’inusitata aggressione subita e il sangue versato, ma gioia per la memorabile e vittoriosa risposta armata all’aggressione americano-sionista, vittoria forse solo temporanea ma che per temerarietà e coraggio indomito ha posto l’Iran al centro del mondo e della storia.

Per quanto attiene al lutto ci ha francamente colpito l’affetto profondo, anzi la enorme devozione per l’Ayatollah Khamenei, morto sotto le bombe sapendo di essere il principale bersaglio e trofeo del Grande e del Piccolo Satana. Khamenei non è stato soltanto un Mujahid, colui che ha dedicato la propria vita al Jihād, è stato uno Shahid, uno che col proprio martirio ha testimoniato al mondo la propria incrollabile fede.

Per gli sciiti il martire non è semplicemente chi viene ucciso in battaglia, bensì colui che sceglie deliberatamente di andare incontro alla morte se ciò è necessario a testimonianza di una fede incrollabile e di lotta per difendere gli oppressi. Il martirio è così per gli sciiti la via che conduce a Dio, il martire è colui che così acquisisce una funzione redentrice, al quale quindi i fedeli possono rivolgersi per chiedere divina intercessione. Posso sbagliarmi ma per molti fedeli Khamenei è percepito non solo come un integerrimo capo politico, non solo come un grande saggio religioso, ma come un mistico che grazie alla sua vita fatta di ascesi, coerenza inflessibile e umana modestia, sempre è stato vicino ad Allah. Un Sufi, un Santo nella tradizione di cattolici e ortodossi.

E la gioia? L’esultanza collettiva? Come te le spieghi? Soltanto per i colpi sferrati al nemico imperialista? No, c’è un fattore più profondo, trascendente, spirituale, incomprensibile alla mentalità occidentale, prevalentemente intrisa di materialismo utilitarista ed individualista. L’essere pronti al sacrificio volontario per la fede, la giustizia, la difesa della Umma e degli oppressi, l’onore e la dignità; si tratta di un pilastro identitario fondamentale che quindi contraddistingue l’Islam sciita dal sunnita — il cui paradigma e vero e proprio mito fondativo è il martirio dell’Imam Husayn, nipote di Muhammad, ucciso nel 680 d.C nella battaglia di Karbala dalle truppe del califfo omayyade Yazid I —il mito del martirio il quale, mutatis mutandis, molto avvicina lo sciismo al cristianesimo, alle sue più antiche teologie e cristologie.

Ma quel che s’è visto il primo giorno per le strade di Tehran, è stata una pallida anteprima rispetto a quanto abbiamo visto e vissuto nei giorni successivi, sperduti, emozionati e sopraffatti dal fervore politico e religioso della sterminata moltitudine che componeva le celebrazioni ed il corteo funebre conclusosi alla grande moschea Mosalla di Tehran.

Per tratteggiare e descrivere la maestosa scena dei funerali che si è spalancata ai nostri occhi servirebbero i colori accesi e le pennellate spesse e potenti di un Van Gogh. Non possedendo tale talento, provo comunque a descrivere ciò che abbiamo vissuto, lo stato di travolgente e coinvolgente commozione collettiva.

Al di là del numero incalcolabile dei manifestanti sotto il sole cocente, saltavano agli occhi l’impressionante e capillare organizzazione (presidi con cibo e acqua lungo l’interminabile percorso, ovvero il lavoro di migliaia e migliaia di militanti e volontari); l’assoluta prevalenza di bandiere rosse a ricordo del martirio dell’Imam Husayn con la scritta “Vendetta per il sangue di Khamenei”; la compostezza disciplinata degli interminabili cortei; la preponderante presenza di donne con lo chador ma anche senza; la musica ed i canti, patriottici e religiosi, diffusi dagli amplificatori; famiglie con bambini, tante, tantissimie; la diversificata composizione sociale delle manifestazioni, con lavoratori e contadini in maggioranza; la combattività dei partecipanti il cui unanime grido “Mozakere nemikonim! Entegham! Entegham! (Nessun accordo! Vendetta! Vendetta!); rimbombava quindi da ogni arto e cellula di questo gigante in movimento, di questo vero e proprio movimento antimperialista di massa il grido di battaglia: Marg bar Amrica! Marg bar Esrail! (Morte all’America! Morte ad Israele!).

È in questo contesto che si comprende l’aperta e sorprendente contestazione di strada degli architetti degli accordi di Islamabad, del Presidente della Repubblica Masoud Pezeshkian, del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, respinti perché considerati opportunisti, pronti alla capitolazione, per non parlare delle pietre lanciate contro l’auto del Ministro degli esteri Abbas Araghchi — altro slogan virale “Ghalibaf, Araghchi, che ne è del sangue della nostra guida?”.

Ad uno sguardo più attento si vedeva la prevalenza delle generazioni adulte, di quelle che hanno partecipato alla Rivoluzione del 1979 e alla guerra sanguinosa con l’Iraq (1980-1988); meno massiccia era invece la presenza giovanile, ciò che forse ci dice qualcosa sullo sventato pericolo rappresentato dalle sovversive proteste di gennaio, sostenute dall’Occidente imperialista come anticamera del fallito colpo di stato e partecipate principalmente da settori sociali giovanili.

Comunque una moltitudine che procedeva come un unico corpo, animato da una caparbia radicalità patriottica antimperialista e antisionista intrisa di profonda fede religiosa, un corpo obbediente, nel suo incedere, ad una suprema autorità ordinatrice, nient’altro che un’appassionata spontaneità proveniente dal basso, dai più profondi recessi dell’animo umano.

Si librava, per le strade di Tehran , una commozione collettiva spirituale che si spiega solo a condizione di tenere nella dovuta considerazione l’escatologia sciita, quella per cui saremmo prossimi al ritorno dell’Imam al-Mahdi il quale, in alleanza con Gesù, dopo un periodo di caos universale, instaurerebbe un regno di giustizia, di pace e unità tra i popoli — la similitudine con l’Apocalisse di Giovanni è evidente: la prima risurrezione riservata ai martiri ed ai giusti, lo scontro finale tra l’Agnello e Satana, il trionfo finale di Dio con la definitiva sconfitta del male e della morte.

Nulla sarà come prima In Iran dopo questa formidabile prova di forza dell’ala radicale della Repubblica Islamica.

Certo, il popolo che tracimava per le strade di Tehran non è tutta la popolazione iraniana. Esso forse appresenta una pur enorme minoranza bianca (colore che nell’Islam rappresenta purezza, pace e vita), tuttavia, la più grande e determinata, disposta a tutto, anche a morire per la patria e la propria fede, convinta che l’Iran sia la prima linea del fronte mondiale antimperialista e antisionista. Dalla parte opposta c’è la minoranza nera, quella dei nemici giurati della Repubblica Islamica, capeggiata da chi vorrebbe la piena occidentalizzazione dell’Iran, uno stile di vita americanista e consumista, la pace a qualsiasi costo coi sionisti e gli americani. Una minoranza caparbia che non è però disposta a rischiare davvero il tutto per tutto, a combattere fino a rischiare la vita per i suoi meschini interessi e “ideali” — ciò che ricorda da vicino la celebre metafora dialettica servo-signore di Hegel: chi non teme la morte diventa signore, chi la teme diventa servo e si sottomette. Una minoranza che nei giorni del lutto e della rabbia si è guardata bene dal farsi vedere per le strade di Tehran. In mezzo una grande e fluttuante zona grigia che non partecipa alla vita politica, che oscilla tra i due poli e la cui maggioranza, dopo i colpi inferti agli aggressori, sembra simpatizzi per l’ala radicale e la resistenza patriottica.

Ma chi davvero governa e comanda in Iran? Governano forse i “trinariciuti fondamentalisti islamici”? No, le leve del potere sono condivise in un precario more uxorio tra i cosiddetti “riformisti” ed i cosiddetti ”conservatori”. Dicotomia che è tuttavia depistante e di chiara matrice liberaloide. Pensare di capire l’Iran, ovvero una società islamico-sciita in stato di guerra di lunga durata, con i parametri che vengono usati nelle società liberali occidentali, di cui la dicotomia destra-sinistra, porta decisamente fuori strada. Riformare cosa e come? Conservare cosa e come?

Se per “riformare” intendiamo deliberazioni a favore di un progresso con la giustizia sociale al primo posto, basato sui valori della solidarietà comunitaria e umanistica, fare della Repubblica Islamica la casa degli oppressi, allora veri “riformisti” sono i cosiddetti “conservatori”; mentre quelli che vengono etichettati come “riformisti” sono gli autentici “conservatori“ perché non nascondono di voler rafforzare i già ampi settori economici privati, ridurre il peso dell’economia pubblica e statale a favore del libero mercato, dare più potere alle corrotte élite borghesi interne, trovare quindi un accomodamento con le potenze imperialiste esterne (occidentali e non).

Volessimo avvicinarci al senso comune tra gli iraniani, parlare persiano e politichese occidentalistico, identificando con più precisione chi sono i “riformisti” e chi i “conservatori”, potremmo così traslitterare: “arrendevoli” versus “intransigenti”; dove la linea di separazione non corrisponde alla divisione tra i settori “laici” e “religiosi”, poiché essa attraversa invece entrambi. Il punto archimedeo della propaganda imperialistica è che l’Iran sarebbe una “dittatura teocratica”. Non c’è ignoranza in questo che vuole essere marchio d’infamia, c’è spietata perfidia. L’architettura istituzionale della Repubblica Islamica è complessa assai, segnata da un bilanciamento dei poteri che può apparire opaco alle anime belle liberali, ma è a suo modo una forma imperfetta tra le tante (di cui la nostra) di “democrazia”. È vero che il Consiglio dei Guardiani formato da chierici e giuristi islamici (eletti dai cittadini) detiene ampi poteri ma è accaduto e accade che le sue decisioni contrastino con quelle del Parlamento e del Governo. Elezioni truccate! Esclameranno liberali di destra e di sinistra; sì, può darsi, ma da noi non accade diversamente, tra leggi elettorali truffa, liste bloccate e campagne elettorali nelle quali lo scranno lo ottieni solo se hai tanti quattrini.

E la Shari’a, dove la mettiamo? La mettiamo che andate in Iran, cari pseudo-ibertari occidentali, e vedrete che le cose non stanno come pensate, vedrete che non c’è più traccia della Polizia morale, né alcuna punizione, tranne che in casi eclatanti ed estremi per condotte considerate in contrasto con la morale islamica. Sono state attuate misure repressive inaccettabili? Sì, è accaduto e speriamo non debba più accadere. Ma che il diritto pubblico e/o privato sia ancorato alla Shari’a non attesta che ci sia una ierocrazia o una teocrazia, visto che essa è in diversa misura applicata in decine e decine di paesi a tradizione islamica.

Chi, intossicato dalla martellante e perpetua narrazione imperialistica, si è immaginato l’Iran come un paese del Terzo Mondo, sottosviluppato, arretrato, immerso in una lugubre atmosfera religiosa medievale, si sbaglia quindi di grosso. C’è voluta la contundente risposta tecnologico missilistica iraniana per smentire questo luogo comune. C’è e come un moderno capitalismo in Iran, c’è e come una potente borghesia che detiene banche e aziende di assicurazione, cliniche, industrie, terre, compagnie aeree e di comunicazione; che spadroneggia quindi nei settori della produzione e del commercio (interno ed estero). Alcune cose, grazie a Dio, sfuggono però al controllo dei “riformisti”: pezzi di sistema mediatico e culturale, gli apparati di sicurezza e militari, di cui i Pasdaran sono la punta di lancia, e la cui autonomia è stata sempre difesa da Khamenei.

C’è e come una forte differenza di classe tra ricchi e poveri in Iran, e non penso di esagerare affermando che il conflitto tra le masse islamiste da una parte, e la borghesia e le sue élite “riformiste” è, pur in forme peculiari, una modalità della lotta di classe in seno al sistema islamico. Dove chi sta sotto è difeso dalla parte più spirituale, antimperialista e radicale della gerarchia dei religiosi e dei politici, per i quali è sacro alla legge islamica il principio della al-takaful al-ijrima’ì, ovvero la solidarietà sociale, l’obbligo dei cittadini a sostenersi a vicenda e quello delle istituzioni a soddisfare i bisogni e gli interessi dei più deboli.

Certo, cinquant’anni di assedio, di sanzioni ed embarghi, sono stati e sono concausa delle profonde storture sociali, della endemica corruzione, delle diseguaglianze, della penuria di beni (anche di prima necessità), dell’inflazione galoppante, del conseguente malessere sociale. Un giorno si potrà erigere un monumento in gloria alla tenace Resistenza della Repubblica islamica dell’Iran. Un giorno si capirà quanto importante sia stato il valore del fattore spirituale per tenere viva questa Resistenza. Tuttavia, come suonava l’aforisma latino, sine pecunia ne cantantur missae, senza soldi non si canta messa. C’è la sfera ideale e spirituale, ma c’è anche quella materiale, che attiene ai bisogni e alla necessità degli umani, che non sono fatti di puro spirito, poiché sono esseri biologici e sociali, ciò che ha a che fare con la duplice natura dell’essere umano. Lo Stato d’Eccezione (proprio nel senso schmittiano di chi deve sospendere lo Stato di diritto mentre si attraversa uno stato di guerra) noi ci auguriamo che finisca con la sconfitta dei nemici. Che finisca presto o debba durare ancora, ciò non esime la Repubblica Islamica dal finalmente trovare una sua strada allo sviluppo economico e ad un progresso sociale che non sia una copia brutta di quella capitalista.

E i BRICS? E la ricca e potente Cina che aiuto hanno offerto e offrono al popolo e alla nazione iraniani? Sarà forse vero che cinesi e russi hanno aiutato sottobanco la Resistenza armata, ma a Tehran, figurarsi nell’Iran profondo, segni di sostegno non se ne vedono — a meno di considerare sostegno l’acquisto di petrolio e gas aggirando le sanzioni, ma al 10% in meno del prezzo di mercato. Se può avere valore come indizio, non si vedono proprio, a Theran, autovetture cinesi, che sono o europee o di produzione nazionale, né tracce di alcun tipo per quanto attiene a legami culturali. Se dovessi dire, gli iraniani non guardano ad Est, bensì ad Ovest.

La Repubblica Islamica combatte una guerra in cui la posta in palio è la sua stessa esistenza, la sta conducendo da 1979 contro il blocco imperialista occidentale-sionista , la sua tenuta strategica è decisiva per l’avvento di quello che viene chiamato “nuovo ordine multipolare”, ma con altrettanta fermezza l’Iran ribadisce che non sarà mai “stato vassallo” di alcuna grande potenza. E anche per questo è un esempio per tutti i popoli e le nazioni del mondo. È entro questa cornice che possiamo tentare di rispondere alla domanda se gli iraniani avranno finalmente la pace o dovranno prepararsi ad una spietata guerra di logoramento. Faccio mie le parole di Leonardo Mazzei:

«Ogni illusione deve essere bandita, ogni faciloneria abbandonata. Il blocco euroatlantico ha perso alcune battaglie, ma crede ancora di poter vincere la guerra. Gli imperialisti non vanno sottovalutati, vanno invece sconfitti. Il sistema unipolare dominato dagli Stati Uniti traballa ma non è ancora morto, ed un nuovo ordine (bello o brutto che sia) è di là da venire. In mezzo ci sta la guerra. Esattamente quella in corso, che potrà proseguire in forme diverse, forse con nuove configurazioni, ma che finirà solo con un nuovo equilibrio globale».

Spostatasi la cerimonia, prima a Qom poi in Iraq, infine nella città santa di Mashad, Tehran è tornata al suo caotico tran tran, alla sua quotidianità. Tutti i negozi e le attività commerciali hanno riaperto i battenti e come funghi sono apparsi per le strade di Tehran quelli che durante i funerali si erano imboscati, perché indifferenti, estranei o ostili alle imponenti celebrazioni. E cosa hanno visto i nostri occhi? Hanno visto un’umanità eterogenea, proteiforme, che poteva liberamente manifestarsi e ostentare il proprio modus essendi, così che si poteva vedere, nelle zone più floride di Tehran, vetrine e negozi che non hanno nulla da invidiare a quelli occidentali, e osservare tipi sociali e antropologici spiccicati a quelli che possiamo vedere nelle nostre città.

Abbiamo lasciato un pezzo di cuore a Tehran e una volta tornati in Italia mi sono rivenute in mente le parole di un iraniano mentre eravamo alla manifestazione in Piazza Palestina: «Una volta era la bandiera rossa di Lenin a rappresentare gli oppressi. Ora quella bandiera è la bandiera rossa di Husayn».

Dedico queste mie riflessioni al popolo iraniano che resiste e combatte, ed ai suoi fieri cittadini, ringrazio i fratelli che ci sono stati vicini e le autorità della Repubblica Islamica per la straordinaria e fraterna ospitalità.

Fonte:

DI RITORNO DA UN ALTRO MONDO di Moreno Pasquinelli

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