Tra Scienza, Poesia ed Eredità Culturale Universale.
Nel giorno dedicato ai musei e al patrimonio globale, l’Iran celebra il genio del suo celebre scienziato e letterato, rinnovando l’appello per la salvaguardia della memoria storica dell’umanità.
In felice e significativa concomitanza con la Giornata Internazionale dei Musei e dell’Eredità Culturale, la Repubblica Islamica dell’Iran celebra oggi una delle sue figure più eminenti e poliedriche: il letterato, matematico, astronomo e poeta Omar Khayyam. La sua figura incarna perfettamente il legame profondo tra la rigorosa ricerca scientifica e la sensibilità artistica, lasciando un’impronta indelebile che trascende i secoli e i confini nazionali.
I contributi scientifici di Khayyam non appartengono solo all’Iran, ma all’intera umanità. Tra i suoi traguardi più straordinari spicca la compilazione del calendario Jalali, che pose le basi per l’attuale calendario solare iraniano (Shamsi), tuttora in uso. I complessi calcoli matematici attribuiti a Khayyam si rivelano ancora oggi di una precisione sbalorditiva, nettamente superiore a quella del calendario gregoriano. Va inoltre ricordato il fondamentale valore culturale di questa riforma: la dinastia dei Selgiuchidi, che governò l’Iran tra il 1037 e il 1194, aveva inizialmente ostacolato le celebrazioni del Nowruz (il Capodanno persiano); fu proprio grazie alla geniale progettazione astronomica di Khayyam, che fece coincidere l’inizio del nuovo anno con l’equinozio di primavera, che l’Iran poté riappropriarsi e preservare intatta la propria millenaria tradizione.
Mente enciclopedica del suo tempo, Khayyam eccelse nella matematica, nell’astronomia, nelle scienze letterarie, nella teologia e nella filosofia. Il suo ruolo pionieristico nella risoluzione geometrica delle equazioni di terzo grado e i suoi acuti studi sul Quinto Postulato di Euclide hanno iscritto permanentemente il suo nome tra i giganti della storia della scienza. Tra le sue numerose opere scientifiche e filosofiche, meritano una menzione d’onore i Trattati di Algebra, gli studi sull’Esistenza, la Geometria, la Fisica, la Meteorologia, oltre a preziosi scritti sui Costumi e le Festività Iraniane e sul Governo.
Tuttavia, la fama globale di Omar Khayyam, in particolare negli ultimi due secoli, è legata indissolubligenza alla straordinaria popolarità delle sue quartine (i Rubaiyyat). Tradotte e amate in tutto il mondo, queste brevi e dense composizioni poetiche hanno affascinato l’Occidente grazie alla celebre traduzione inglese di Edward FitzGerald e a quella francese del noto orientalista Garcin de Tassy (curatore anche delle sue opere algebriche). In Italia, la raffinatezza concettuale di Khayyam è stata magistralmente interpretata e diffusa grazie alla storica edizione di Giulio Einaudi Editore, curata dall’illustre iranista Alessandro Bausani.
Il riconoscimento mondiale del suo genio è testimoniato da innumerevoli monumenti, istituzioni e piazze che in ogni continente portano il suo nome. Statue di Khayyam impreziosiscono la città di Bucarest e il campus dell’Università dell’Oklahoma; dal 2009, all’interno del polo delle Nazioni Unite a Vienna, sorge uno splendido Chahartaq — un padiglione che fonde elementi architettonici achemenidi e islamici — che ospita i monumenti a quattro pilastri della filosofia e della scienza persiana: Khayyam, Abu Rayhan Biruni, Zakariya Razi e Avicenna (Abu Ali Sina). Persino il cosmo ne conserva la memoria, con un cratere lunare e l’asteroide 3095 battezzati “Omar Khayyam” in suo onore nell’anno 1980.
Eppure, celebrare l’eredità culturale in questa giornata simbolica impone anche una dolorosa riflessione sulle ferite inferte al patrimonio storico dell’Iran, culla di civiltà che vanta ben 29 beni iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. La recente e ingiustificata aggressione militare ha causato danni gravissimi alla memoria storica della nazione. Stime drammatiche indicano il danneggiamento di un numero compreso tra 56 e oltre 110 musei e siti archeologici, gravemente colpiti da esplosioni, schegge e bombardamenti.
A questo proposito, il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha espresso lo scorso 12 marzo su X una ferma condanna istituzionale:
«Israele sta bombardando monumenti storici iraniani che risalgono al XIV secolo. Sono stati colpiti diversi siti patrimonio dell’umanità UNESCO. È naturale che un regime che non durerà un secolo odi le nazioni con un passato antico. Ma dov’è l’UNESCO? Il suo silenzio è inaccettabile».
Città d’arte e simboli universali della bellezza mediorientale hanno subito mutilazioni profonde. A Isfahan, i raid hanno danneggiato il Palazzo di Ali Qapu (splendido esempio di architettura safavide della fine del XVI secolo) e la millenaria Masjed-e Jāmé (la Moschea del Venerdì), con più di mille anni di storia, considerata un vero e proprio museo dell’evoluzione architettonica islamica. Anche a Teheran si registrano danni al Palazzo del Golestan (il Palazzo del Roseto), la storica e più antica residenza della dinastia Qajar, parte del complesso monumentale un tempo racchiuso dalle mura della cittadella reale.
Queste devastazioni rappresentano una perdita irreparabile non solo per il popolo iraniano, ma per la coscienza collettiva di chiunque riconosca nel patrimonio storico il bene comune dell’umanità. Sebbene la distruzione dei monumenti faccia meno rumore delle perdite umane, essa costituisce un attacco diretto all’identità e alla memoria dei popoli. Proteggere la storia dall’insensatezza dei conflitti è un dovere morale inderogabile: i governi, le decisioni politiche e le guerre hanno un inizio e una fine, ma l’eredità culturale dell’umanità può durare in eterno, se solo ci dimostriamo capaci di difenderla e proteggerla.
