L’Imam Sajjad, storia di un sopravvissuto

Pregare, quando ogni speranza sembrava perduta.

La tragedia di Karbala, dove caddero martiri l’Imam Husayn, nipote del Profeta Muhammad, e i suoi 72 compagni, commuove ogni anno centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, che con cerimonie, lamenti e preghiere ricordano il nobile sacrificio di quegli eroici e impavidi guerrieri.

Ma la storia di Karbala non è solo una vicenda di morte, bensì anche di sopravvivenza: vi fu chi non cadde in battaglia, chi fu costretto a osservare il massacro dei propri parenti, impotente, e a subire l’umiliazione dei carnefici. Costoro sono la nobile Zaynab, sorella dell’Imam Husayn, e il figlio di quest’ultimo, l’Imam Ali Sajjad, scampato alla morte a causa di una malattia che lo aveva impossibilitato a prender parte allo scontro. E come la commozione sopraggiunge al ripensare ai martiri di Karbala, ugualmente il nostro pensiero dovrebbe volgersi a coloro che sono sopravvissuti, senza i quali la testimonianza di quanto avvenne non ci sarebbe affatto giunta e noi, oggi, avremmo dimenticato quel fatto epocale.

Il ruolo dell’Imam Sajjad fu proprio quello di non permettere che la tragedia di Karbala cadesse nell’oblio, impedendo che l’insegnamento di quell’immenso sacrificio andasse perduto dalla memoria della storia e dei fedeli. In altre parole, senza di lui le immense manifestazioni di cordoglio alle quali è possibile assistere oggi, i poderosi ritrovi in ogni angolo del mondo e il flusso incessante di pellegrini verso il mausoleo di Karbala non sarebbero stati possibili. È riportato che l’Imam Sajjad disse: «Qualsiasi credente i cui occhi versino lacrime alla vista dell’uccisione di Husayn ibn Ali e dei suoi compagni, tanto che le lacrime gli scendano lungo le guance, sarà accolto da Allah nelle dimore più elevate del Paradiso».

Il figlio dell’Imam Husayn affrontò un tipo di battaglia diversa da quella combattuta dal padre, cionondimeno il suo valore non deve essere in alcun modo sminuito: egli combatté instancabilmente una guerra contro l’oblio, una lotta in nome della verità, della giustizia e del ricordo, senza la quale il sacrificio di suo padre sarebbe stato vano e i suoi effetti non si sarebbero riverberati fino ad oggi.

Combatté, l’Imam Sajjad, e la sua arma furono le preghiere. Nell’epoca contemporanea si tende ad accomunare la preghiera alla disperazione del debole, mentre chi è forte, risoluto e orgoglioso, lungi dall’appellarsi a Dio, fa da sé; l’Islam, invece, riconosce il rango dell’essere umano nei confronti di questo mondo e del divino, e il musulmano si rivolge a Iddio sempre, tanto nei momenti di agiatezza e tranquillità quanto in quelli di timore e sconforto. L’Imam Sajjad diffuse tra i credenti l’arma della preghiera, trasformando il linguaggio spirituale in una forma di lotta politica contro gli oppressori deviati che avevano massacrato la sua famiglia davanti ai suoi occhi.

Pregare, quando ogni speranza sembrava perduta, quando il male sembrava aver vinto sul bene e la corruzione adombrava la verità, era un atto di resistenza vero e proprio. Un comportamento rivoluzionario i cui frutti, innegabili, siamo noi: noi che oggi preghiamo e continuiamo a pregare nonostante questo mondo ci deluda, ci affligga, ci opprima, nonostante le Karbala si diffondano in ogni dove nel mondo… eppure continuiamo a pregare, perché la preghiera è speranza. E se alla preghiera si affidò il sopravvissuto di Karbala, che vide la sua gente cadere dinanzi a sé, che diritto abbiamo noi di astenercene, di cedere terreno alla disperazione?

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