nascita di Muhammad e l’alba della profezia

Secondo la tradizione, il profeta Abramo portò il suo primogenito Ismaele e sua madre Agar (Hagar in ebraico) da Canaan fino a una arida valle che divenne successivamente conosciuta come Mecca. Egli era solito far visita loro una volta all’anno. Quando Ismaele crebbe abbastanza per aiutarlo, Abramo costruì la Casa di Dio nota come Ka’bah.
Vi era penuria d’acqua in quella terra quando Ismaele e Agar vi furono lasciati, e fu così che la fonte di Zamzam apparve miracolosamente per dissetare Ismaele. La tribù di Jurhum, quando la scoprì, chiese il permesso di Agar per attingervi acqua, e durante la sua visita annuale il profeta Abramo concesse tale permesso. Lo stesso Ismaele alla fine sposò una donna della stessa tribù ed ebbe dodici figli, tra cui Qidar (Kedar in ebraico).
Col passare del tempo gli ismaeliti crebbero in numero, realizzando così la promessa che Dio fece ad Abramo, ossia quella di moltiplicare in maniera eccezionale la discendenza di Ismaele. Gli ismaeliti si sparsero così in tutto la penisola dello Hijaz. Essi però mancavano di organizzazione e di conseguenza non possedevano molto potere. Circa duecento anni prima di Cristo, Adnan, uno dei discendenti di Qidar, ascese alla fama. A ogni modo, la sua genealogia risalente a Qidar non trova unanimi tutti gli studiosi. Gli arabi, infatti, hanno narrato varie genealogie, e il Profeta, al fine di mettere in evidenza la tradizione islamica secondo cui le qualità individuali, e non la genealogia e l’ascendenza, sono il criterio di eccellenza, e per non impigliarsi in tali argomenti inutili e superflui, ordinò ai musulmani:

Quando la mia genealogia arriva ad Adnan, ciò è sufficiente.

Nel terzo secolo dell’era cristiana emerse in quella famiglia una guida di nome Fahr. Egli era figlio di Malik, figlio di Nadhar, figlio di Kinanah, figlio di Khuzaymah, figlio di Mudrikah, figlio di Ilyas, figlio di Madhar, figlio di Nazar, figlio di Ma’ad, figlio di Adnan. Alcuni pensano che questo Fahr fu denominato Quraish, e che que-sto sia il motivo per cui i suoi figli vennero in seguito conosciuti come «i Quraish».
Nella quinta generazione dopo Fahr, nel quinto secolo dell’era cristiana, una personalità molto potente apparve sulla scena. Era Qusayi, figlio di Kilab, figlio di Murrah, figlio di Lu’i, figlio di Ghalib, figlio di Fahr. Molti studiosi sostengono che in realtà fu proprio Qusayi, e non Fahr, a essere denominato Quraish. Il noto sapiente musulmano Shi’bli al-Nu’mani ha scritto:

Qusayi divenne così famoso e raggiunse un tale prestigio che alcune persone sostengono che fu il primo uomo a essere denominato Quraish, come Ibn Abdi Rabbih ha sostenuto nel suo libro Al-Iqdu’l-Farid, affermando chiaramente che Qusayi, quando radunò tutti i figli di Ismaele sparsi in lungo e in largo, convincendoli ad abbandonare lo stile di vita nomade e riunendoli intorno alla Ka’bah, fu denominato Quraish (colui che riunisce). Al-Tabari cita il califfo Abdul-Malik ibn Marwan, che avrebbe detto: «Qusayi era Quraish, e a nessuno fu dato questo nome prima di lui».
Quando Qusayi crebbe, un uomo della tribù dei Khuza’ah di nome Hulail divenne il fiduciario della Ka’bah. Qusayi sposò sua figlia e, secondo la volontà di Hulail, fu nominato futuro fiduciario della Ka’bah dopo lo stesso Hulail. A Qusayi si devono numerosi sistemi e istituzioni:

• Istituì la Dar-un-Nadwah (Casa dell’Assemblea), dove venivano discussi importanti questioni quali la guerra e la pace, le carovane si organizzavano in vista della partenza e si celebravano matrimoni e altri cerimonie.
• Fondò i sistemi del Siqayah (distribuzione di acqua) e del Rifadah (distribuzione di cibo) per i pellegrini durante i giorni dello hajj; da al-Tabari si evince che questi sistemi furono seguiti nell’Islam fino al suo tempo, cioè cinquecento anni dopo Qusayi.
• Ideò un sistema per accogliere i pellegrini e farli sistemare nel Mash’arul-Haram nella notte, illuminando la valle con le lampade in modo da rendere confortevole il loro soggiorno.
• Ricostruì la Ka’bah e scavò la prima sorgente d’acqua di Mecca, Zamzam, che fu successivamente interrata e della quale nessuno ricordò più la reale locazione.

Gli storici arabi all’unanimità affermano che egli era un uomo generoso, coraggioso e amato dalla gente. Le sue idee erano pure, il suo pensiero chiaro, e le sue maniere molto raffinate. La sua parola fu seguita come una religione nel corso della sua vita e anche dopo la sua morte. Le persone erano solite far visita alla sua tomba a Hajun (oggi Jannatul Ma’alla). Nessuna meraviglia dunque che egli fosse l’indiscusso capo della tribù, la quale dovette la sua forza e il suo potere proprio alla sua guida. Su di lui ricadevano tutte le responsabilità e i privilegi: la custodia della Ka’bah, la guida della Darun-Nadwah, che egli stesso aveva fondato; il ristoro (Rifadah) e la distribuzione ai pellegrini di acqua corrente (Siqayah); essere il porta-bandiera dei Quraish in tempo di guerra (Liwa) e il comandante dell’esercito (Qiyadah).
Questi erano i sei privilegi che erano visti con molto rispetto e davanti ai quali tutti gli abitanti dell’Arabia si inchinavano. L’aspetto più straordinario della sua vita fu il suo altruismo. In tutti gli ambiti della sua vita non apparve mai alcun segno che indichi una appropriazione indebita dovuta al suo essere il capo indiscusso della tribù.
Qusayi ebbe cinque figli e una figlia: Abduddar era il più gran-de, seguito da Mughirah (noto come Abd Munaf). Egli amava il suo figlio maggiore, e poco prima della sua morte gli affidò tutte le sei responsabilità sopra menzionate. Abduddar però non era un uomo molto capace, mentre Abd Munaf era considerato un capo saggio anche durante la vita di suo padre, e le sue parole erano doverosa-mente seguite da tutta la tribù. Grazie alla sua nobiltà d’animo e alla sua benevolenza divenne comunemente noto come «il generoso». Così che alla fine Abduddar passò tutte le sue responsabilità ad Abd Munaf, che divenne virtualmente il capo supremo dei Quraish.
Abd Munaf ebbe sei figli, Hashim, Muttalib, Abdush-Shams e Nawfil essendo i più noti tra essi.
Finché Abduddar e Abd Munaf furono entrambi in vita, non vi furono screzi e dispute. Dopo la loro morte, però, sorse una disputa tra i loro figli riguardo alla distribuzione delle sei responsabilità. Scoppiò quasi una guerra prima che ci si accordasse in modo che la Siqayah, la Rifadah e la Qiyadah fossero affidate ai figli di Abdu Munaf, la Liwa e la Hijabah al figli di Abduddar e la guida della Dar-un-Nadwah a entrambe le famiglie.
Il nome di Hashim brillerà sempre nella storia dell’Arabia e dell’Islam, non solo perché fu il bisnonno del Profeta, ma anche per le sue eminenti imprese. Egli può ben essere comparato con ogni altro grande capo del suo tempo, e considerato il più generoso, dignitoso e rispettato capo dei Quraish. Egli era solito accogliere i pellegrini durante lo hajj nobilmente e a braccia aperte. Ma la più emblematica testimonianza della sua benevolenza è il suo titolo «Hashim», con il quale era conosciuto ovunque.
Si racconta che una volta ci fu a Mecca una grande carestia, e Hashim non poté assistere impotente ai dolorosi lamenti dei meccani. Prese tutta la sua ricchezza, andò in Siria, acquistò farina e pane secco e li portò a Mecca; ogni giorno quindi macellava i suoi cammelli per preparare la salsa di carne, poi il pane e i biscotti veni-vano spezzati e messi nella salsa e tutta la tribù era invitata quindi a mangiare. Ciò andò avanti fino a quando la carestia non fu superata e tutte le vite furono così salvate. Fu questo straordinario gesto che gli procurò l’appellativo di «Hashim», ossia «colui che spezza il pane». Il suo vero nome era infatti Amr.
Hashim fu il fondatore delle carovane commerciali dei Quraish, e riuscì a ottenere un editto dall’imperatore bizantino che esentava i Quraish da tutti i tipi di doveri e da tutte le tasse quando entravano o uscivano dai paesi sotto il dominio bizantino. Egli ottenne la stessa concessione dall’imperatore di Etiopia. Così i quraishiti prendevano le loro carovane commerciali in inverno nello Yemen (che si trovava sotto il dominio etiopico), attraversavano in estate la Siria, e giungevano infine ad Ankara (sotto dominio bizantino). Ma le rotte commerciali non erano per niente sicure, e per questo Hashim fece visita a tutte le tribù dominanti tra lo Yemen e Ankara, stringendo degli accordi con tutte loro. Scesero a un patto per cui esse non avrebbero attaccato le carovane dei Quraish, e Hashim si impegnò, per conto dei Quraish, affinché le carovane commerciali portassero tutti i loro beni a destinazione, comprando e vendendo a prezzi ragionevoli. Così, nonostante tutti i pericoli e i rischi che caratterizza-vano l’Arabia di allora, le carovane commerciali dei Quraish potevano sentirsi sempre al sicuro.
È a questo accordo ottenuto da Hashim che Dio si riferisce nel Corano, indicandolo come un grande beneficio concesso ai Quraish:

Per il patto dei Coreisciti, per il loro patto delle carovane invernali ed estive. Adorino dunque il signore di questa Casa, Colui che li ha preservati dalla fame e li ha messi al riparo da [ogni] timore [CVI, 1-4].

A quel tempo c’era una tradizione drammaticamente crudele diffusa tra i Quraish, nota come ihtifad. Quando una famiglia povera non poteva più badare a se stessa, se ne andava nel deserto, ergeva una tenda, e in essa rimaneva fino a quando la morte non raggiungeva uno dopo l’altro tutti i suoi membri. Essi pensavano così che nessuno sarebbe venuto a sapere della loro indigenza, e lasciandosi morire d’inedia avrebbero comunque preservato il loro onore.
Fu proprio Hashim che convinse i Quraish a contrastare attivamente la povertà invece di arrendersi a essa. Questa la sua soluzione: mettere insieme una persona ricca con una povera, a patto che i loro dipendenti fossero uguali in numero; la persona povera doveva aiutare quella ricca durante il viaggio di commercio, e tutto l’incremento di capitale dovuto al profitto andava suddiviso equa-mente tra i due. In tal modo ben presto non ci fu più alcuna necessità di praticare la tradizione dello ihtifad. Questa soluzione infatti fu unanimemente accettata e messa in atto dalla tribù. Una saggia decisione che non solo rimosse la povertà dai Quraish, ma creò anche un sentimento di fratellanza e di unità tra tutti i suoi membri.
Queste imprese sarebbero state sufficienti ad assicurargli una vita lunga e prospera, ma la nostra meraviglia è stata senza limiti quando abbiamo appreso che Hashim aveva solo venticinque anni quando la morte lo raggiunse a Gaza, in Palestina, nel 488 d.C. circa. La sua tomba è ancora conservata, e Gaza è anche detta Ghazzah Hashim, ossia «Gaza di Hashim».
Si tramanda anche che Hashim fosse un uomo molto bello ed elegante, ed è per questo che molti capi e governanti lo desidera-vano quale marito per le loro figlie. Egli però sposò Salma, figlia di Amr della tribù dei Adi Bani Najjar, di Yathrib (odierna Medina). Ella sarà la madre di Shaibatul-Hamd (comunemente noto come Abdul-Muttalib), che era ancora un infante quando Hashim morì.
Hashim ebbe cinque figli: Abdul-Muttalib, Asad, Nadhah, Saifi e Abu Saifi. Gli ultimi tre non ebbero figli, Asad ebbe solo una figlia, Fatima bint Asad, futura madre dell’imam Alì ibn Abu Talib, per cui fu solo attraverso Abdul-Muttalib che la progenie di Hashim sopravvisse.
Abdul-Muttalib nacque a Yathrib nella casa del suo nonno materno, e aveva solo pochi mesi quando Hashim morì. Dopo la morte di quest’ultimo fu suo fratello Muttalib a succedergli in tutte le cari-che e responsabilità sopra menzionate. Dopo qualche tempo, Mut-talib andò a Yathrib per prendere suo nipote e portarlo a Mecca. Quando entrò in città portando suo nipote con sé sul suo cammello, si racconta che alcuni gridarono «ecco lo schiavo di Muttalib», ma egli rispose: «No! Egli è mio nipote, figlio del mio defunto fratello Hashim». Ma il vero nome di quel bambino, anche se ancora oggi molti lo conoscono proprio come Abdul-Muttalib (schiavo di Muttalib), era Shaibatul-Hamd.
Muttalib amava molto suo nipote e lo teneva sempre in alta considerazione, a differenza degli altri due zii paterni, Abdush-Shams e Nawfil, che erano piuttosto ostili, e alla morte di Muttalib fu proprio suo nipote a succedergli nella Siqayah e nella Rifadah.
Nonostante l’ostilità dei suoi due zii paterni, le sue qualità e virtù personali e la sua capacità di guida erano tali da fargli assumere in poco tempo il titolo di Sayyidul Batha (il Capo di Mecca). Visse fino all’età di ottantadue anni e in suo onore fu steso un tappeto di fronte alla Ka’bah che nessuno poteva calpestare se non lui stesso. Negli ultimi giorni della sua vita questa norma fu infranta solo dal figlio orfano di Abdullah, che era solito sedersi su di esso. Abdul-Muttalib proibì ai Quraish di interferire nelle azioni di quel bambino, e disse loro: «Questo bambino della mia famiglia avrà una dignità speciale». Quel bambino era infatti Muhammad, l’ultimo Messaggero di Dio sulla terra.
Abdul-Muttalib proibì ai suoi figli di usare intossicanti ed era solito recarsi nella caverna di Hira durante il mese di Ramadhan per trascorrere il mese nel ricorso di Dio e assistere i poveri. Come suo padre e suo zio, era solito nutrire e dissetare i pellegrini durante la stagione dello hajj. Durante l’intero corso dell’anno anche le bestie e gli uccelli ricevevano del cibo dalla sua casa e, per questo, egli fu denominato anche Mut’imuttayr (nutritore di uccelli).
Alcuni dei sistemi ideati da Abdul-Muttalib furono successivamente integrati nell’Islam. Egli fu la prima persona a fare nadhr e a rispettarlo, a dare un quinto (khums) del guadagno sulla via di Dio, a tagliare le mani dei ladri, a rendere illeciti gli intossicanti, a proibire la fornicazione e l’adulterio, a scoraggiare l’usanza di uccidere le figlie e il tawaf intorno alla Ka’bah senza vestiti, e a fissare la compensazione dell’omicidio colposo (uccidere qualcuno per errore o non volontariamente) a cento cammelli. L’Islam successivamente integrò tutti questi sistemi. Non è possibile presentare l’intera storia di Abdul-Muttalib in poche pagine, ma devono essere ricordati due importanti eventi: la riscoperta di Zamzam e il tentativo di attacco alla Ka’bah da parte di Abraha, il governatore dello Yemen per conto dell’Etiopia.
Centinaia di anni prima Zamzam era stata interrata e nessuno sapeva dove si trovasse. (Non è il luogo qui per fornire i dettagli di come e da chi sia stata interrata). Un giorno Abdul-Muttalib stava dormendo nello Hatim della Ka’bah e qualcuno gli disse in sogno di scavare la Taybah e attingere acqua. Egli chiese dove si trovasse Taybah, ma la visione svanì senza fornire una risposta. La stessa visione si ripeté nel secondo e nel terzo giorno, ma i nomi cambiavano ogni volta. Al quarto giorno, gli fu detto di scavare Zamzam, e Abdul-Muttalib chiese ove fosse. Gli vennero così forniti dei segni. Abdul-Muttalib, insieme a suo figlio maggiore (a quel tempo ancora il suo unico figlio) Harith, scavò nel luogo ove ancora oggi si trova Zamzam. Nel quarto giorno di scavi finalmente emerse il muro del pozzo, e dopo qualche altro scavo si raggiunse il livello dell’acqua. A quel punto Abdul-Muttalib esclamò «Allahu akbar!» (Dio è il più grande!), e quindi disse: «Questo è il pozzo di Ismaele!». I quraishiti si radunarono intorno a lui e cominciarono a sostenere che, dal momento che il pozzo originario era di proprietà di Ismaele, anche quello riscoperto apparteneva all’intera tribù. Abdul-Muttalib rifiutò questa argomentazione, dicendo che il pozzo gli era stato donato in modo speciale da Dio stesso. I quraishiti volevano combatterlo, ricoprire il pozzo per poi riportarlo nuovamente alla luce, ma alla fine si accordarono sul portare il caso davanti a una saggia donna della tribù Sa’d, in Siria.
Ogni clan mandò quindi un uomo in sua rappresentanza. Abdul-Muttalib, insieme a suo figlio e a pochi compagni, si unì alla carovana, avendo però riserve separate. Nel bel mezzo del deserto l’acqua del gruppo di Abdul-Muttalib finì e i suoi compagni cominciarono a soffrire la sete, ma gli altri capi della carovana si rifiutarono di fornire loro dell’acqua, tanto che essi arrivarono a essere sul punto di morire. Abdul-Muttalib ordinò quindi di cominciare a scavare delle tombe, in modo tale che, man mano che uno moriva, gli altri gli avrebbero concesso una degna sepoltura, e solo l’ultimo sarebbe rimasto insepolto. Essi cominciarono dunque a scavare le proprie tombe, mentre gli altri gruppi assistevano divertiti alla scena.
Il giorno dopo Abdul-Muttalib, completato il lavoro, esortò comunque i suoi a non cedere codardamente alla morte senza aver fatto un ultimo sforzo. Egli salì quindi sul suo cammello, il quale, nel sollevarsi da terra, colpì lievemente il suolo da cui, all’improvviso, cominciò a sgorgare dell’acqua fresca. Abdul-Muttalib e i suoi compagni gridarono Allahu Akbar, e subito cominciarono a dissetarsi e a riempire i recipienti di pelle allora in uso per il trasporto dell’acqua. Abdul-Muttalib decise di invitare anche gli altri gruppi a fare lo stesso, causando il risentimento dei compagni. Egli però spiegò: «Se noi facessimo adesso come loro hanno fatto prima con noi, non ci sarebbe alcuna differenza tra noi e loro».
L’intera carovana poté quindi rifocillarsi e ristabilire le proprie riserve. Fatto ciò, dissero:

O Abdul-Muttalib! Per Dio! Dio ha deciso tra noi e te. Egli ti ha donato la vittoria. Per Dio, non disputeremo mai più con te riguardo a Zamzam. Dio stesso, che ha creato per te questa fonte in mezzo al deserto, ti ha donato Zamzam.

Zamzam divenne così proprietà esclusiva di Abdul-Muttalib, che scavò il pozzo ancora più in profondità. Questi ulteriori scavi portarono alla luce due cervi d’oro, alcune spade e cotte di maglia. Proprio come prima, i Quraish chiesero una ripartizione dei beni, e come prima Abdul-Muttalib rifiutò. Alla fine la disputa fu risolta così: il cervo d’oro fu donato alla Ka’bah, le spade e le cotte di maglia ad Abdul-Muttalib. Ai Quraish, invece, non spettò nulla. Fu allora che Abdul-Muttalib decise di donare un quinto dei suoi averi alla Ka’bah.
L’episodio appena raccontato si verificò durante la gioventù di Abdul-Muttalib.
Ora parleremo invece di quello che viene considerato l’evento più importante della sua vita, che ebbe luogo otto anni prima della sua morte, e fu che egli divenne il patriarca della tribù.
Si narra che il governatore etiopico dello Yemen, Abraha al-Ashram, fosse invidioso della riverenza che gli arabi mostravano nei confronti della Ka’bah. Essendo un fedele cristiano, costruì una grande cattedrale a Sanaa (capitale dello Yemen) e ordinò agli arabi di recarvisi in pellegrinaggio quale alternativa. L’ordine fu però ignorato. Non solo, qualcuno entrò nella cattedrale e la dissacrò. La rabbia di Abraha non conosceva limiti e, nella sua furia, decise di vendicarsi demolendo e dissacrando la stessa Ka’bah. Si mosse quindi con un grande esercito alla volta di Mecca.
Con lui vi erano molti elefanti, ed egli stesso ne cavalcava uno. L’elefante era un animale che gli arabi non avevano mai visto, e quello stesso anno divenne noto come l’Anno dell’Elefante (Amul-Fil), dando inizio a una nuova era nel computo degli anni in Arabia. Questo nuovo calendario rimase in uso fino al tempo di Umar ibn al-Khattab, quando, su consiglio dell’imam Alì ibn Abu Talib, lo sostituì con quello partente dalla hijrah (che indicheremo con d.H.).
Quando giunsero notizie della marcia di questo grandioso eser-cito guidato da Abraha, le tribù arabe dei Quraish, Kinanah, Khuza’ah e Hudhayl si riunirono per organizzare la difesa della Ka’bah. Abraha mandò una avanguardia a Mecca al fine di cattura-re cammelli e giovani uomini e donne. Il contingente riuscì a cattu-rare molti animali, inclusi molti appartenenti ad Abdul-Muttalib.
Nel frattempo un uomo della tribù di Himyar fu inviato da Abraha presso i Quraish per avvisarli che egli non aveva intenzione di combatterli: il suo unico scopo era quello di demolire la Ka’bah, ma nel caso essi avessero opposto resistenza, allora sarebbero stati distrutti. L’ambasciatore fornì anche una temibile descrizione dell’esercito di Abraha, che, in effetti, risultava essere più numeroso e meglio equipaggiato di tutte le tribù messe insieme.
Abdul-Muttalib rispose a questo ultimatum con queste parole:

Per Dio, non vogliamo la guerra con lui. Per quanto riguarda invece questa Casa (la Ka’bah), essa è la Casa di Dio; se Dio vuole salvare la Sua Casa, la salverà, ma se invece la lascia senza protezione, allora nessuno potrà salvarla.

Allora Abdul-Muttalib, Amr ibn Lu’aba e alcuni altri eminenti esponenti delle tribù si recarono in visita da Abraha. Questi venne nel frattempo informato del prestigio e della posizione goduti da Abdul-Muttalib, la cui personalità era molto solenne e incuteva un timore reverenziale. Quando egli entrò nella tenda di Abraha, questi si alzò dal suo trono e gli diede un caldo benvenuto, sedendosi al suo fianco sul tappeto. Durante la conversazione Abdul-Muttalib pretese la restituzione dei suoi cammelli. Abraha, attonito, disse:

Quando i miei occhi caddero su di te, fui così impressionato che, se mi avessi chiesto di radunare il mio esercito e tornarmene nello Yemen, non avrei avuto il coraggio di controbattere. Ma adesso non provo più nessun rispetto per te. Perché? Io sono venuto a demolire la Casa che è il vostro centro religioso, così come lo è stato dei vostri antenati, oltre che il fondamento del prestigio e del rispetto di cui godete in Arabia, e tu non hai detto una sola parola in sua difesa. Al contrario, vieni a chiedermi la restituzione di alcuni cammelli?!

Abdul-Muttalib rispose:

Io sono il proprietario di quei cammelli, quindi cerco di salvarli, e questa Casa ha il suo proprietario che sicuramente la salverà.

Abraha rimase sorpreso da questo risposta. Ordinò quindi la restituzione dei cammelli, e la delegazione dei Quraish ripartì.
Il giorno dopo Abraha ordinò al suo esercito di entrare a Mecca. Abdul-Muttalib ordinò ai meccani di abbandonare la città e di rifugiarsi sulle colline circostanti, mentre egli, insieme ad altri importanti membri dei Quraish, sarebbe rimasto entro il recinto della Ka’bah. Abraha inviò un suo emissario ad avvertirli di abbandonare quella posizione. Quando l’emissario arrivò nei loro pressi chiese chi fosse il capo, e tutti si voltarono verso Abdul-Muttalib, che venne quindi invitato a recarsi da Abraha per un colloquio. Quando tornò disse:

Il possessore di questa Casa è il suo difensore, e sono certo che Egli la salverà dall’attacco dei suoi nemici e non disonorerà i servi della Sua Casa.

Egli poi si appoggiò sulla porta della Ka’bah e, piangendo, recitò i seguenti versi:

O Dio! Sicuramente un uomo difende la propria casa,
quindi sicuramente Tu proteggerai la Tua.
La loro croce e la loro rabbia non potranno mai sovrastare la Tua Ira.
O Dio! Aiuta il tuo popolo contro i seguaci della croce e i suoi adoratori.

Quindi si recò sulla cima della collina di Abu Qubays. Abraha avanzò con il suo esercito, e quando intravide i muri della Ka’bah ordinò subito la sua demolizione. Non appena l’esercito fu vicino alla Ka’bah, l’esercito di Dio apparve dal lato occidentale. Una impressionante nube oscura formata da piccoli uccelli (conosciuti in arabo come ababil) virò in picchiata sull’esercito di Abraha. Ogni uccello portava con sé tre sassi: due nelle zampe e uno nel becco. Una pioggia di sassi lasciati cadere dagli uccelli si abbatté così sull’esterrefatto esercito che, in pochi minuti, venne praticamente distrutto. Lo stesso Abraha rimase seriamente ferito. Decise immediatamente di tornare nello Yemen, ma morì lungo il tragitto. Questo fu un evento così importante che Dio stesso ce ne parla nella surah CV:

Non hai visto come agì il tuo Signore con quelli dell’elefante? Non fece fallire le loro astuzie? Mandò contro di loro stormi di uccelli lancianti su di loro pietre di argilla indurita. Li ridusse come pula svuotata.

Alcuni storici hanno cercato di minimizzare l’impatto dell’inter-vento divino suggerendo che in realtà l’esercito perì a causa di una epidemia di vaiolo. Ma questa spiegazione solleva più problemi di quanti ne risolva. Come è possibile che tutto l’esercito sia perito a causa di una epidemia proprio quando stava avanzando verso la Ka’bah? Come è possibile che non un solo soldato sopravvisse all’epidemia? Perché nessun meccano ne rimase contagiato? Inoltre, se non vi era nessun focolaio epidemico a Mecca né prima né dopo questa repentina manifestazione, da dove arrivò questa piaga?
Questo episodio epocale avvenne nel 570 d.C. Lo stesso anno in cui da Abdullah a Amina nacque Muhammad, il Profeta dell’Islam.
Quando, durante la scoperta di Zamzam, Abdul-Muttalib incontrò i nemici dei Quraish, divenne abbastanza preoccupato perché aveva solo un figlio che lo potesse aiutare. Egli, quindi, pregò Dio e fece un voto (nadhr) per cui, se Dio gli avesse concesso dieci figli per aiutarlo contro i suoi nemici, egli ne avrebbe sacrificato uno per compiacerLo. La sua richiesta venne esaudita, e Dio gli diede dodici figli, tra cui cinque divennero famosi nella storia dell’Islam: Abdullah, Abu Talib, Hamza, Abbas e Abu Lahab. Gli altri sette erano: Harith (già menzionato), Zubayr, Ghaydaq, Muqawwim, Dharar, Qutham e Hijl (o Mughira). Egli aveva inoltre sei figlie: Atikah, Umaymah, Baydha, Barrah, Safiyyah e Arwi.
Quando nacque il decimo figlio, Abdul-Muttalib decise, come promesso, di sacrificare uno di essi. Fu estratto a sorte il nome di Abdullah. Questi era il figlio a lui più caro, ma egli accettò di buon grado la volontà di Dio. Egli prese quindi per mano Abdullah e lo condusse nel luogo ove dovevasi offrire il sacrificio. Le sue figlie cominciarono a piangere scongiurandolo di sacrificare dieci cammelli al suo posto. All’inizio Abdul-Muttalib rifiutò, ma quando la pressione della famiglia e, di fatto, dell’intera tribù, crebbe, fu d’accordo nel decidere a sorte tra Abdullah e dieci cammelli. Venne però fuori nuovamente il nome di suo figlio. Su suggerimento delle persone, il numero dei cammelli fu aumentato a venti, ma venne fuori lo stesso risultato. Ripetutamente il numero dei cammelli fu aumentato a trenta, a quaranta, e così via fino a cento, quando furono estratti i cammelli. La famiglia era in festa, ma Abdul-Muttalib non era soddisfatto. Egli disse: «Dieci volte è stato estratto il nome di Abdullah, e non è giusto ignorare tutti questi verdetti con uno solo contrario». Per tre volte ancora, quindi, ripeté l’estrazione tra Abdullah e cento cammelli, e tutte le volte vennero estratti i cammelli. Allora egli sacrificò i cammelli e la vita di suo figlio fu salva.
Fu a questo evento che il Profeta si riferì quando disse: «Sono il figlio di due sacrifici» (ossia Ismaele e Abdullah).
Il nome della madre di Abdullah era Fatima, figlia di Amr ibn Aidh ibn Amr ibn Makhzum. Egli era anche la madre di Abu Talib, Zubayr, Baydha, Umaymah, Barra e Atikah.
Un anno prima dell’«Anno dell’Elefante» Abdullah si sposò con Amina, figlia di Wahb ibn Abd Munaf ibn Zuhrah ibn Kilab. In quella stessa occasione Abdul-Muttalib sposò Hala, figlia di Wuhaib, cioè cugina di Amina. Da Hala nacquero Hamza, che fu allattato da Thawbiyah, una schiava di Abu-Lahab. Lei diede il latte anche al Profeta per qualche tempo. Quindi Hamza era lo zio del Profeta e anche suo cugino, oltre che fratello di latte. Diverse tradizioni indicano come età di Abdullah, al tempo del suo matrimonio, diciassette, ventiquattro o ventisette anni.
Una volta Abdullah si recò con la sua carovana in Siria per un viaggio d’affari, ma sulla via del ritorno si ammalò e si fermò a Yathrib (Medina). Abdul-Muttalib inviò Harith a cercarlo e a riportarlo indietro, ma quando lo trovò egli era già morto. Abdullah fu quindi sepolto a Yathrib. Purtroppo i wahhabiti prima murarono la sua tomba proibendo a tutti di farle visita, poi, negli anni ’70, riesumarono il suo corpo e quelli di sette compagni del Profeta e li seppellirono successivamente tutti insieme da qualche parte con il pretesto di dover ampliare la moschea.
Abdullah lasciò alcuni cammelli, delle capre e una schiava, Ummu Ayman. Al Profeta andò tutto questo quale sua eredità.
Muhammad nacque in questa famiglia di venerdì, il 17 Rabi-ul-Awwal, 1° anno dello Amul-Fil (corrispondente al 570 d.C.) per portare il Messaggio di Dio al mondo. Negli ambienti sunniti è più quotata la data del 12 Rabi-ul-Awwal. Quindi la preghiera di Abramo, recitata mentre costruiva la Ka’bah, venne esaudita:

O Signore nostro, suscita tra loro un Messaggero che reciti i Tuoi versetti e insegni il Libro e la saggezza, e accresca la loro purezza. Tu sei il Saggio, il Possente [II, 129].

E le profezie di Gesù si realizzarono:

O Figli di Israele, io sono veramente un Messaggero di Allah a voi [inviato] per confermare la Torah che mi ha preceduto, e per annunciarvi un Messaggero che verrà dopo di me, il cui nome sarà «Ahmad» [LXI, 6].

Abdullah, padre del Profeta, morì un mese prima (o secondo altre tradizioni due mesi dopo) la sua nascita, e suo nonno Abdul-Muttalib si occupò della cura e della crescita del bambino. Dopo pochi mesi, seguendo una antica usanza araba, il bambino venne affidato a una donna beduina di nome Halimah, della tribù dei Bani Sa’d, affinché lo allattasse.
Quando aveva solo sei anni perse anche sua madre, e quindi il bambino doppiamente orfano fu allevato da Abdul-Muttalib con le cure più attente. Fu per volontà di Dio che il Profeta dovette affrontare tutte queste sofferenze, questi dolori e privazioni che possono caratterizzare la vita umana, affinché potesse imparare a superarle divenendo coraggioso ed elevando la sua statura nell’umana perfezione. Non passarono due anni che anche Abdul-Muttalib morì, all’età di ottantadue anni, lasciando la cura e la custodia dell’orfano Muhammad ad Abu Talib che, come sua moglie Fatima Bint Asad, amò Muhammad più dei suoi stessi figli. Come una volta lo stesso Profeta disse, Fatima Bint Asad fu per lui una «madre» che lasciava aspettare i suoi figli mentre si occupava di lui, che li lasciava al freddo mentre gli dava le coperte più calde. Lo stesso Abu Talib non si staccava da quel bambino giorno e notte.
Abu Talib succedette ad Abdul-Muttalib nel Siqayah e nel Rifadah, e partecipò attivamente alle carovane commerciali. Quando Muhammad aveva dodici anni, Abu Talib salutò la famiglia, essendo in procinto di partire per un lungo viaggio verso la Siria. Muhammad però lo abbracciò e cominciò a piangere, e alla fine Abu Talib si convinse a portarlo con sé. Quando la carovana raggiunse Busra, in Siria, come era solito, essi si fermarono presso il monastero di un monaco di nome Bahira. Non è possibile in questa sede fornire tutti i particolari di quella visita. È sufficiente dire che il monaco, vedendo alcuni segni che egli ricondusse a quelli da lui imparati dalle sacre scritture, si convinse che quel bambino orfano fosse l’ultimo profeta atteso. Per essere sicuro cominciò a parlare con lui, e quando disse «giuro su Lat e Uzza di dirmi…», il bambino cominciò a gridare «non pronunciare i nomi di Lat e Uzza davanti a me! Li odio!». A quel punto Bahira si convinse, e consigliò vivamente ad Abu Talib di non proseguire fino a Damasco «perché se gli ebrei vedranno quello che io ho visto, temo che essi cerche-ranno di fargli del male. Sono certo che questo bambino avrà una grande eminenza».
Abu Talib, seguendo il suo consiglio, vendette tutta la sua mercanzia a bassa prezzo qua e là, ritornando poi subito a Mecca.
In un luogo chiamato Ukaz ogni anno aveva luogo un grande incontro annuale durante il mese di Dhul-Qa’dah, durante il quale ogni guerra e spargimento di sangue erano proibiti. Nei giorni dell’incontro Ukaz presentava una scena di piacere e abbandono, con ballerine, tavoli da gioco, orge di bevitori, recitazioni poetiche e vari spettacoli di bravura che finivano spesso in litigi e azzuffate.
Durante uno di questi incontri ebbe inizio uno scontro tra i Quraish e i Banu Kinanah da una parte, e i Qais Aylan dall’altra. Questo dissidio si protrasse per anni con considerevoli perdite di vite e beni vari da ambo le parti. Le scene volgari, i comportamenti indecenti che accompagnavano le grandi bevute e gli orrori della guerra devono aver avuto una profonda impressione sull’animo sensibile di Muhammad. Quando alla fine i Quraish riuscirono a spuntarla, si formò una Lega, su suggerimento di Zubayr, uno zio del Profeta, per evitare e prevenire eventuali violazioni della pace, per aiutare le vittime dell’oppressione e per proteggere i viaggiatori. Muhammad manifestò un attivo interesse verso le attività di questa Lega, nota come Hilf-ul-Fudhul (Lega dei Virtuosi) e frutto di un accordo tra Banu Hashim, Banu Taym, Banu Asad, Banu Zuhrah e Banu Muttalib. La Lega continuò le sue attività per circa mezzo secolo, anche oltre il sorgere dell’Islam.
Venne il tempo in cui Muhammad divenne grande abbastanza per seguire le carovane commerciali. Ma la posizione finanziaria di Abu Talib a quel tempo divenne molto debole a causa delle spese del Rifadah e del Siqayah, per cui non gli fu più possibile equipag-giare Muhammad con la propria mercanzia. Egli quindi gli consi-gliò di agire come agente di una nobile signora, Khadijah bin Khu-waylid, che era una delle donne più ricche della tribù dei Quraish. È scritto che, nelle carovane commerciali, la sua mercanzia solita-mente fosse preziosa quanto quella dell’intera tribù messa insieme.
La sua genealogia si congiungeva con quella del Profeta nella persona di Qusay. Ella era infatti Khadijah, figlia di Khuwaylid ibn Asad ibn Abdul Uzza ibn Qusayi.
La reputazione che Muhammad si era conquistato per la sua onestà e per la sua integrità morale portarono Khadijah ad affidargli volentieri i suoi beni, affinché li vendesse in Siria. Egli quindi commerciò in modo tale che i beni fruttassero più di quanto ci si aspettasse, divenendo inoltre ancora più stimato e rispettato per la sua integrità, la sua onestà e la sua generosità. Khadijah ne rimase fortemente impressionata. Solo due mesi dopo il suo ritorno a Mecca egli divenne suo marito. Il Profeta aveva venticinque anni, Khadijah quaranta, ed era vedova.
Nel 605 d.C., circa, quando il Profeta aveva trentacinque anni, un alluvione colpì Mecca e la costruzione della Ka’bah fu gravemente danneggiata. I Quraish decisero quindi di ricostruirla. Quando le mura raggiunsero una certa altezza, sorse una disputa tra i vari clan riguardo a chi spettasse l’onore di piazzare la Pietra Nera (Hajar Aswad) nel suo luogo appropriato. Questa disputa minacciò di assumere serie proporzioni ma, alla fine, ci si accordò per cui la prima persona che sarebbe entrata nel recinto della Ka’bah la mattina seguente sarebbe stata l’arbitrio di questa disputa.
Avvenne quindi che quella persona fu proprio Muhammad. I Quraish erano contenti di ciò perché Muhammad era molto noto per la sua onestà e la sua personalità rispettata e degna di fiducia. Muhammad pose il suo abito sul terreno e vi poggiò sopra la Pietra Nera. Egli disse ai clan in disputa di inviare un rappresentante ad afferrare ognuno un angolo della veste, e sollevarlo. Quando la ve-ste fu sollevata al livello richiesto, egli prese la Pietra e la sistemò nel luogo predisposto. Questo fu la soluzione che sciolse la disputa e soddisfò tutte le partì.
Fu in questo periodo che egli concluse diversi accordi commerciali e sempre agì con grande integrità negli accordi e nei rapporti con i soci. Abdullah, figlio di Abu Hamza, narra che egli concluse una transazione con Muhammad. I dettagli di tale accordo non era-no ancora stati delineati, quando egli improvvisamente si allontanò promettendo che sarebbe tornato quanto prima. Quando, dopo tre giorni, egli ritornò, rimase sorpreso nel trovarvi Muhammad, che lo stava ancora aspettando. Non solo, Muhammad non dimostrò alcun segno di insofferenza verso di lui, dicendo solo di essere rimasto tre giorni ivi ad aspettarlo. Anche Saib e Qais, che avevano concluso accordi commerciali con Muhammad, testimoniarono i suoi comportamenti esemplari. Le persone erano così impressionate dalla sua dirittura morale, dalla sua integrità, dalla purezza del suo stile di vita, dalla sua risoluta fedeltà, dal suo stretto senso di dove-re, che lo soprannominarono «al-Amin», «il fidato».
L’epoca in cui nacque il Profeta viene tradizionalmente denominata l’Era dell’Ignoranza (Ayyamul-Jahiliyyah) in cui, generalmente parlando, la rettitudine morale e il codice spirituale erano stati da tempo dimenticati. Riti e credenze superstiziosi avevano rimpiazzato i pilastri della religione divina.
Solo pochi quraishiti (gli antenati del Profeta e un manipolo di pochi altri) rimasero seguaci della religione di Abramo, ma essi erano una eccezione e non erano in grado di avere alcuna influenza sugli altri, che erano profondamente immersi in riti e credenze pagani. C’erano anche coloro che neppure credevano in Dio e pensavano che la vita fosse un mero fenomeno naturale. È a proposito di queste persone che il Corano afferma:

Dicono: «Non c’è che questa vita terrena: viviamo e moriamo; quello che ci uccide è il tempo che passa». Invece non possiedono nessuna scienza, non fanno altro che illazioni [XLV, 24].

Alcuni credevano in Dio ma non nel Giorno della Resurrezione, o nella ricompensa e nella punizione. È contro la loro credenza che il Corano afferma:

Dì: «Colui che le ha create la prima volta ridarà loro la vita. Egli conosce perfettamente ogni creazione» [XXXVI, 79].

Mentre pochi credevano in Dio, così come nella punizione e nella ricompensa nella vita dell’aldilà, ma non nella profezia. È riguardo a loro che il Corano disse:

E dicono: «Ma che Inviato è costui che mangia cibo e cammina nei mercati? [XXV, 7].

Ma, in generale, gli arabi erano idolatri. Essi, a ogni modo, non riconoscevano gli idoli come Dio, ma solo come intermediari tra l’uomo e Dio. Come il Corano ha puntualizzato, essi affermavano:

Li adoriamo solo perché ci avvicinano ad Allah [XXXIX, 3].

Alcune tribù adoravano il Sole, altre la Luna. Ma la grande maggioranza, mentre indulgeva nell’idolatria, credeva che ci fosse un Essere supremo, il creatore dei cieli e della terra, che essi chiama-vano «Allah». Il Corano afferma:

Se domandi loro: «Chi ha creato i cieli e la terra e ha sottomesso il Sole e la Luna?». Certamente risponderanno: «Allah». Perché poi si distolgono dalla retta via? [XXIX, 61].

Quando salgono su una nave, invocano Allah rendendoGli un culto sincero. Quando poi Egli li mette in salvo sulla terraferma, Gli attribuisco-no dei consoci [XXIX, 65].

Il cristianesimo e il giudaismo, nella mani dei loro seguaci in Arabia, avevano perso la loro attrattiva. Come scrisse l’orientalista scozzese William Muir,

il cristianesimo, adesso come in passato, si è propagato debolmente sulla superficie dell’Arabia, e più rigorose influenze del giudaismo sono state a volte visibili in un flusso più profondo e inquieto, ma la marea dell’idolatria e della superstizione, dirompente da ogni parte con un impeto ininterrotto e mai in declino verso la Ka’bah, fornisce ampia dimostrazione del fatto che la fede e l’adorazione verso la Ka’bah hanno mantenuto la mente araba in una schiavitù forte e indiscussa. Dopo cinque secoli di evangelizzazione cristiana si potevano contare solo pochi discepoli tra le tribù, e dunque come fattore di conversione essa fu di fatto del tutto inefficace.

Ci fu un uomo, tra gli stessi arabi, che dovette liberarli dalla loro palude d’ignoranza e deviazione alla luce della fede e della devo-zione all’unico Dio: Muhammad.
A causa della sua posizione geografica e della sua connessione, sia per terra che per mare, con i continenti dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa, l’Arabia è stata profondamente influenzata dalle credenze superstiziose e dalle tendenze malvagie prevalenti in molte parti di questi continenti. Ma una volta sbaragliate la miscredenza e le pratiche disdicevoli, essa poté, grazie a questa stessa posizione geografica, divenire il centro dell’illuminazione irradiante l’autorità e la conoscenza divine al mondo intero.
Quando Muhammad aveva trentotto anni trascorse molto del suo tempo in meditazione e solitudine. La grotta del monte Hira era il suo luogo preferito. Era lì che era solito ritirarsi con cibo e acqua per trascorrervi dei giorni a volte intere settimane immerso nel ricordo di Dio. A nessuno era permesso recarvisi eccetto sua moglie Khadijah e suo cugino Alì. Egli, inoltre, era solito trascorrervi l’intero mese di Ramadhan.
Il periodo dell’attesa stava per concludersi. I suoi primi quaranta anni di vita erano stati caratterizzati da diverse esperienze, e dal punto di vista del mondo, egli aveva sviluppato una maturità psicologica e intellettuale, sebbene in realtà egli fosse l’incarnazione della perfezione sin dall’inizio. Egli disse: «Ero profeta quando Adamo era tra l’acqua e l’argilla». Il suo cuore era ricolmo di profonda compassione per il genere umano e di un invito pressante a sradicare le credenze erronee, i mali della società, la crudeltà e l’ingiustizia. Arrivò dunque momento in cui gli fu permesso di annunciare la sua profezia. Un giorno, quando egli si trovava nella caverna di Hira, l’arcangelo Gabriele venne da lui e gli consegnò il seguente messaggio di Dio:

Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da una aderenza. Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, Colui che ha insegnato mediante il Calamo, che ha insegnato all’uomo quello che non sape-va [XCVI, 1-5].

Questi furono i primi versetti rivelati, il giorno 27 del mese di Rajab, quarantesimo anno dell’Era dell’Elefante (610 d.C.).
La discesa del messaggio divino, che continuò per i successivi ventitré anni, dunque ebbe inizio, e il Profeta si sollevò per proclamare al mondo l’Unità e l’Unicità di Dio e l’unità di tutto il genere umano, per demolire l’edificio della superstizione, dell’ignoranza e della miscredenza, per mettere in atto e diffondere una nobile e superiore concezione della vita e del mondo, e per guidare il genere umano alla luce della fede e alla benedizione celeste.
Il compito era meraviglioso e immenso. Il Profeta cominciò la sua missione cautamente, limitandola inizialmente ai suoi parenti e amici più stretti, con i quali incontrò un immediato successo. Sua moglie Khadijah testimoniò la sua verità non appena ascoltò il messaggio della rivelazione divina. Poi suo cugino Alì e il suo schiavo liberato e adottato Zayd accettarono prontamente la nuova fede, l’Islam, la «sottomissione al Volontà di Dio». Il quarto fu Abu Bakr.
Ibn Hajar al-Asqalani, nel suo libro Al-Isabah, e Abdul Malik ibn Hisham, nel suo Al-Sirat al-Nabawiyya, scrissero entrambi che:

Alì fu il primo ad accettare l’Islam e a pregare (offrire la preghiera), e che egli accettò qualunque cosa fosse rivelato al Messaggero da parte di Dio. A quel tempo Alì aveva solo dieci anni. Dopo Alì, Zayd ibn Harithah accettò il credo islamico e offrì la preghiera, e dopo di lui Abu Bakr. Muhammad ibn Ka’b al-Qarzi, Salman il Persiano, Abu Dharr, Miqdad, Khabbab, Abu Sa’eed al-Khudri e Zayd ibn al-Arqam, tutti compagni del Profeta, testimoniarono che Alì fu il primo ad accettare l’Islam. Questi cele-bri compagni diedero ad Alì la preferenza sugli altri.
Sayyid Amir Alì (giurista e politico musulmano indiano) scrive nel suo The Spirit of Islam (1891):

Il fatto che i suoi parenti più prossimi, sua moglie, l’amato cugino e gli amici intimi fossero totalmente imbevuti della verità della sua missione e convinti della sua aspirazione è una nobile caratteristica nella storia del Profeta, che fortemente attesta la sincerità del suo carattere, la purità dei suoi insegnamenti e l’intensità della sua fede in Dio. Quelli che lo conoscevano meglio, i parenti più prossimi e gli amici più intimi, persone che vivevano con lui e notavano tutti i suoi movimenti, erano i suoi seguaci più sinceri e devoti.

Lo storico inglese John Davenport scrisse nel suo An apology for Muhammad and the Koran (1869):

È fortemente avvalorante della sincerità di Muhammad che i primissimi convertiti all’Islam fossero i suoi amici più stretti e le persone della sua fa-miglia, i quali, tutti intimamente connessi alla sua vita privata, non avrebbero potuto non scoprire quelle discrepanze che più o meno invariabilmente esistono tra le pretese dell’imbroglione ipocrita e le sue azioni nella vita quotidiana.

Lentamente il messaggio si diffuse. Durante i primi tre anni in-torno a lui si strinsero solo una trentina di seguaci. Nonostante la prudenza e la cura esercitate, i Quraish erano ben informati di quello che stava succedendo. All’inizio essi non diedero molta importanza alla cosa, limitandosi a schernire il Profeta e il manipolo dei suoi seguaci. Dubitavano infatti della sua sanità mentale e pensavano che fosse diventato pazzo o posseduto.
Ma dopo tre anni venne il tempo di proclamare la volontà di Dio in pubblico. Dio disse:

Danne l’annuncio ai tuoi parenti più stretti [XXVI, 214].

Questo versetto pose fine al periodo dell’adorazione segreta, e annunciò l’aperta proclamazione dell’Islam. Stando a una tradizione riportata da diverse fonti, l’imam Alì disse:

Quando fu rivelato il versetto wa andhir Ashiratakal-aqrabin, il nobile Messaggero mi chiamò e mi ordinò: «O Alì! Il Creatore dell’universo mi ha ordinato di ammonire la mia gente riguardo al suo destino, ma percependo la natura delle persone e sapendo che quando annuncerò le parole di Dio esse si comporteranno male, mi sono sentito depresso e debole, e quindi mi mantenni calmo finché non giunse nuovamente Gabriele informandomi che non ci sarebbe stata più alcuna dilazione. Quindi, o Alì, prendi un pò di chicchi di grano, una coscia di una capra e una grande brocca di latte e prepara un banchetto, poi chiama i figli di Abdul-Muttalib a me, cosicché io possa consegnare loro le parole di Dio». Feci quello che il Profeta mi disse di fare e riunì i figli di Abdul-Muttalib, che erano circa una quarantina, tutti insieme. Tra loro c’erano gli zii del Profeta: Abu Talib, Hamza, Abbas e Abu Lahab. Quando fu servito il cibo, il Profeta sollevò un pezzo di pane e lo spezzò in piccoli pezzi con i suoi stessi denti, poi sparse i pezzi sul vassoio e disse: «Cominciate a mangiare dicendo bismillah». Tutti i presenti mangiarono fino alla sazietà, sebbene il latte e il cibo fossero sufficienti solo per una persona. Poi era sua intenzione parlare con loro, ma Abu Lahab intervenne e disse: «In verità, il vostro compagno vi ha ipnotizzato!». Udendo ciò tutti si dispersero e il Profeta non ebbe la possibilità di parlare loro.
Il giorno successivo il Profeta mi disse nuovamente: «O Alì, organizza di nuovo un banchetto come hai fatto ieri, e invita i figli di Abdul-Muttalib». Organizzai quindi il banchetto e riunì gli ospiti così come mi era stato chiesto di fare dal Profeta. Appena finirono di mangiare, il Profeta si indirizzò a loro dicendo: «O figli di Abdul-Muttalib, ho portato per voi le migliori benedizioni di questo mondo e del prossimo, e sono stato incaricato dal Signore di chiamarvi a Lui. Quindi, chi tra voi mi aiuterà in questa causa affinché sia mio fratello, mio successore e mio califfo?». Nessuno rispose. Ma io, sebbene fossi il più giovane di tutti, dissi: «O Messaggero di Dio, io sono qui per aiutarti in questa missione». Il Profeta allora mi cinse il collo molto affettuosamente: «Gente! Questo è Alì, mio fratello, mio successore e mio califfo tra voi. Ascoltatelo e obbeditegli». Avendo udito ciò dal Profeta, tutti si misero a ridere e dissero ad Abu Talib: «Ascolta! Ti è stato ordinato di obbedire a tuo figlio e di seguirlo!».

Abul-Fida, nel Tarikh, afferma inoltre che alcuni del versi compo-sti dallo stesso Abu Talib dimostrano il fatto che egli avesse accetta-to la profezia di Muhammad nel profondo del suo cuore.

[Brani tratti da: Allamah Rizvi, Il Profeta Muhammad, Irfan Edizioni – per gentile concessione dell’editore]
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