LA MEDICINA ISLAMICA: STORIA E PRINCIPI

La medicina è fra i settori più famosi e meglio conosciuti della civiltà islamica, essendo una fra le branche della scienza in cui i musulmani primeggiarono maggiormente. Non soltanto i medici musulmani furono studiati seriamente in Occidente nel Medioevo, ma ancora nel Rinascimento e nell’XI/XVII secolo i loro insegnamenti continuarono ad aver peso negli ambienti medici occidentali. Di fatto, solo un secolo e mezzo fa lo studio della medicina islamica fu omesso completamente dal curriculum delle scuole mediche in tutto il mondo occidentale. In Oriente, nonostante la rapida diffusione dell’istruzione medica occidentale, la medicina islamica continua a essere studiata e praticata, ed è lungi dall’essere meramente di interesse storico.
Questa scuola di medicina, sorta presto nella storia dell’Islam, ha grande importanza non soltanto per il suo valore intrinseco, ma anche perché è stata sempre intimamente connessa con le altre scienze, e specialmente con la filosofia. Il saggio, o hakīm, che fu nell’intera storia dell’Islam la figura centrale nella propagazione e trasmissione delle scienze, era di solito anche un medico. La relazione fra i due è di fatto così stretta che sia il saggio sia il medico sono chiamati hakīm; molti fra i filosofi e scienziati più noti dell’Islam, come Avicenna e Averroè, furono anche medici, e si guadagnarono da vivere praticando l’arte medica. (Lo stesso vale, per inciso, per i filosofi ebrei, come Maimonide, il quale, oltre a essere un grande pensatore, fu anche il medico di Saladino).
Questa stretta relazione fra il filosofo-saggio e il medico ebbe una grande influenza sulla posizione occupata dal praticante dell’arte medica nella società islamica, e sulla concezione che la comunità ebbe di lui. Dal medico ci si attendeva in generale che fosse un uomo dal carattere virtuoso, che combinasse acume scientifico e qualità morali, e che la sua forza intellettuale non fosse mai disgiunta da una profonda fede religiosa e dalla fiducia in Dio.
Nonostante l’alta posizione occupata dal medico e la dignità in cui la sua funzione era tenuta, non si deve pensare che tutti nel mondo islamico avessero una fede assoluta nell’arte medica. Molti, specialmente fra gli Arabi, continuavano a nutrire una sfiducia nei confronti di quest’arte (che era stata, dopo tutto, adottata da fonti straniere) e rimanevano scettici nei confronti del potere del medico di curare le malattie del corpo.
In opposizione a un tale punto di vista scettico, ci furono però alcuni che prontamente accettarono le affermazioni dell’arte medica, e che nutrirono rispetto per coloro che la praticarono. Anche fra gli stessi Arabi, che durante i primi secoli furono di solito meno inclini verso quest’arte di quanto non lo fossero i Persiani, i cristiani o gli ebrei, la medicina finì con l’integrarsi nella trama della loro lingua. Gli Arabi cominciarono a parlare di essa nella loro vita quotidiana, e ben presto crearono un eccellente vocabolario tecnico, per termini di origine greca, e anche pehlevica e sanscrita, che facilitò molto lo studio della medicina in arabo. L’interesse per varie questioni mediche nella vita quotidiana divenne di fatto così grande che molti poeti arabi scrissero versi su argomenti medici. La bella poesia sulla febbre composta da al-Mutanabbī, il celebre poeta arabo che fu colto dalla febbre in Egitto nel 348/960, attesta la penetrazione di idee mediche nella cultura islamica.
La medicina islamica sorse come risultato dell’integrazione delle tradizioni ippocratiche e galeniche della medicina greca con le teorie e le pratiche dei Persiani e degli Indiani, all’interno del contesto generale dell’Islam. È quindi sintetica in natura, combinando l’approccio sperimentale e concreto della scuola ippocratica col metodo teorico e filosofico di Galeno, e aggiungendo al patrimonio già vasto della conoscenza medica greca le teorie e le esperienze dei medici persiani e indiani, specialmente nella farmacologia. Inoltre la medicina islamica rimase per lo più strettamente connessa all’ alchimia, indagando – come fecero la fisica ermetica e quella stoica – le cause concrete dei singoli fenomeni piuttosto che le cause generali ricercate dalla “filosofia naturale” peripatetica. In tal modo essa conservò anche i suoi legami con un simbolismo numerico e astrologico, che era già diventato un elemento importante dell’ermetismo alessandrino prima dell’avvento dell’Islam.
Il legame fra la medicina islamica e le scuole più antiche si trova nella scuola di Jundishapur, la quale dev’essere considerata la connessione organica più vitale fra la tradizione medica islamica e le tradizioni anteriori. Jundishapur, il cui sito si trovava nei pressi dell’attuale città persiana di Ahwaz, ha una storia antica, risalente fino ai tempi preistorici, quando essa era chiamata Genta Shapirta, o «Il Bel Giardino». La città fu rifondata alla fine del III secolo da Shāpūr (Sapore) I, il secondo re sasanide, poco tempo dopo che egli ebbe sconfitto l’imperatore bizantino Valeriano ed ebbe conquistato Antiochia. Il monarca persiano pensava di fare della città un centro culturale in grado di rivaleggiare con Antiochia e anche di superarla, e la chiamò quindi Vehaz-Andev-i Shāpūr, ossia «quella di Shāpūr migliore di Antiochia». Il nome «Jundishapur», con cui la città divenne famosa nel periodo islamico è, con ogni probabilità, una semplificazione del nome datole da Shāpūr I, ma assomiglia al tempo stesso al nome anteriore menzionato sopra. Jundishapur divenne rapidamente un centro culturale di primo piano, specialmente della medicina ippocratica. La sua importanza aumentò ancor più dopo il 489 d.C., quando per ordine dell’imperatore bizantino fu chiusa la scuola di Edessa e i suoi medici cercarono rifugio in quella città. Shāpūr II ampliò Jundishapur e vi fondò una regolare università, in cui s’intrecciaro varie scuole di medicina. Fu qui che i medici nestoriani insegnarono e praticarono la medicina greca, mentre idee zoroastriane e la pratica medica persiana locale continuarono a esercitare una grande influenza; quivi cercarono rifugio anche gli ultimi filosofi e scienziati di Atene quando, nel 529 d.C., Giustiniano ordinò che la scuola di Atene venisse chiusa. A Jundishapur cominciò inoltre a farsi sentire gradualmente l’influenza della medicina indiana, specialmente durante il VI secolo, sotto il regno di Anūshīrawān il Giusto, che inviò il suo visir Burzūyah (o Perzoe) in India a imparare le scienze dagli Indiani. Burzūyah, di ritorno in Persia, vi portò non solo le Favole di Bidpai, ma anche una conoscenza della medicina indiana, oltre a vari medici indiani. Gli viene attribuito un libro intitolato Saggezza degli Indiani, tradotto dall’arabo in greco nel 462/1070 da Simeone d’Antiochia.
La scuola di Jundishapur divenne così il terreno d’incontro per la medicina greca, persiana e indiana. Le sue attività continuarono a espandersi e quivi, in un’atmosfera cosmopolita e libera, sorse una nuova scuola, la quale era una sintesi delle varie tradizioni mediche. La scuola di Jundishapur era al culmine della sua evoluzione all’inizio dell’era islamica, e prosperò bene nel periodo abbaside, quando i suoi medici furono piano piano trasferiti a Baghdad. Ancora nell’VIII/XIV secolo, viaggiatori e geografi musulmani parlarono della città come di una città prospera, anche se la sua attività scientifica si era già trasferita altrove. E oggi, sul sito dell’antica città, sorge il villaggio di Shahabad, che attesta l’esistenza di una metropoli un tempo fiorente, sede per vari secoli del centro medico più importante dell’Asia occidentale, e il ponte più diretto fra la medicina islamica e quella preislamica.
All’inizio del periodo islamico la medicina greca continuava a essere praticata ad Alessandria, un tempo il più grande centro della scienza ellenistica. Questa scuola, che combinava teorie e pratiche egizie con quelle dei Greci, aveva cessato già qualche tempo prima dell’avvento dell’Islam di produrre medici di rilievo; per quanto concerne la pratica, sembra che tutto induca a pensare che la medicina ellenistica fosse ancora viva quando i musulmani conquistarono l’Egitto nel I/VII secolo. Le fonti islamiche tradizionali parlano in proposito particolarmente di Giovanni il Grammatico, un vescovo giacobita di Alessandria che fu tenuto in grande stima da ‘Amr ibn al-‘Ās, il conquistatore dell’Egitto. (Questo Giovanni non deve però essere confuso con il filosofo Giovanni Filopono, chiamato anch’egli «il Grammatico». Quest’ultimo, le cui critiche di alcune tesi della teoria aristotelica del moto erano ben note ai filosofi musulmani, fiorì un secolo prima, e non è particolarmente famoso per le sue conoscenza mediche.)
Quale che possa essere stata la misura della vitalità della pratica medica greco-egizia ad Alessandria, non c’è dubbio che, attraverso i medici di tale città, e anche attraverso le opere mediche che ancora sopravvivevano nelle sue biblioteche, i musulmani acquistarono una certa familiarità con la medicina greca. Molti fra gli autori greci più frequentemente citati – come Ippocrate, Galeno, Rufo di Efeso, Paolo di Egina e Dioscoride – per quanto concerneva la materia medica – divennero probabilmente noti per la prima volta ai musulmani attraverso Alessandria. Inoltre le relazioni sicuramente autentiche del principe omayyade Khālid ibn Yazīd, che si recò ad Alessandria per apprendervi l’alchimia e che fece eseguire le prime traduzioni di testi greci in arabo, attestano l’esistenza di una qualche tradizione di insegnamento ad Alessandria a quell’epoca, anche se è certo che quanto sopravviveva in quel periodo non poteva essere in alcun modo paragonabile con la scuola di pochi secoli prima. Similmente, la famosa biblioteca di Alessandria, il cui incendio è stato attribuito erroneamente da molti studiosi occidentali al califfo ‘Umar, era stata distrutta in gran parte molto prima dell’avvento dell’Islam. In ogni caso vi sono pochi dubbi sul fatto che i musulmani instaurono un qualche tipo di contatto con la medicina greca ad Alessandria, sebbene questo contatto fu assai meno significativo di quello che si verificò a Jundishapur, dove la scuola medica fu all’ apice della sua attività durante il primo periodo islamico.
Gli Arabi che, sotto il vessillo dell’Islam, conquistarono sia Alessandria sia Jundishapur e si impadronirono così dei principali centri della scienza e della medicina, avevano anche una propria medicina elementare, la quale non subì alcun mutamento immeditato con l’avvento dell’Islam, ma dovette attendere fino al II/VIII secolo per essere trasformata dalla medicina greca. Il primo medico arabo il cui nome sia ricordato da cronache posteriori è al-æārith ibn Kaladah, che fu un contemporaneo del Profeta e che aveva studiato medicina a Jundishapur. Gli Arabi del suo tempo rimasero però in gran parte scettici circa questa forma straniera di medicina. Molto più significativi per loro furono i detti del Profeta a proposito della medicina, dell’igiene, della dieta ecc., detti che essi accettarono incondizionatamente e che seguirono con tutta la fede ardente che caratterizzò le prime generazioni musulmane.
L’Islam, in quanto guida per tutti gli aspetti della vita umana, dovette occuparsi anche dei principi più generali della medicina e dell’igiene. Ci sono vari versetti del Corano in cui vengono discusse questioni mediche di ordine molto generale; ci sono anche molti detti del Profeta che si occupano della salute, della malattia, dell’igiene e di altre questioni attinenti al campo della medicina. Sono menzionate malattie come la lebbra, la pleurite e l’oftalmia; vengono proposti rimedi come le coppette, il cauterio e l’uso del miele. Questo corpus di affermazioni su questioni mediche fu sistematizzato da autori islamici posteriori, e divenne noto col titolo di Medicina del Profeta (Tibb al-Nabī). L’inizio del quarto volume della collezione di tradizioni profetiche di Bukhārī, che è fra le fonti più autorevoli del suo genere, consta di due libri in cui sono raccolti, in 80 capitoli, i detti sulla malattia, il suo trattamento, il malato ecc. Ci sono anche altri libri medici di natura religiosa, in particolare l’opera medica attribuita al sesto imam sciita, Ja‘far al-Sādiq.
Dal momento che tutti i detti del Profeta sono indicazioni fondamentali per la vita del musulmano devoto, questi ultimi detti, pur non contenendo un sistema di medicina esplicito, hanno svolto un ruolo di primo piano nel determinare l’atmosfera generale in cui la medicina islamica è venuta a essere praticata. Le loro indicazioni sono state seguite nel corso dei secoli da tutte le successive generazioni di musulmani; essi hanno determinato molte delle abitudini dietetiche e igieniche dei musulmani. Inoltre la Medicina del Profeta divenne il primo libro che doveva essere studiato da uno studente di medicina, prima di intraprendere il compito di padroneggiare gli usuali compendi di scienza medica. Esso svolse pertanto sempre una funzione importante nel creare la disposizione mentale con cui il futuro medico intraprendeva lo studio della medicina.
La prima influenza diretta di Jundishapur su ambienti islamici si verificò nel 148/765, quando il secondo califfo abbaside, il fondatore della città di Baghdad, al-Mansūr, che da molti anni soffriva di dispepsia, cercò l’aiuto dei medici di Jundishapur. Per qualche tempo l’ospedale e il centro medico di tale città erano stati guidati da Jirjīs Bukhtyishū‘ (nome siriaco che significa «Gesù ha salvato»), il primo famoso medico di una famiglia che sarebbe diventata una fra le più importanti famiglie di medici del mondo musulmano, i cui membri continuarono a essere medici eminenti ancora nel V/XI secolo. La fama di Jirjīs come medico competente aveva già raggiunto l’orecchio del califfo, il quale chiese che questo medico cristiano fosse condotto alla sua corte. Il successo avuto da Jirjīs nella cura del califfo fu l’inizio di un processo che col tempo trasferì il centro medico di Jundishapur a Baghdad, e che preparò il terreno per l’avvento dei primi famosi medici musulmani. Verso la fine della sua vita Jirjīs tornò a Jundishapur per morire nella città nativa dei suoi antenati. I suoi discepoli, come pure i suoi discendenti, tornarono però a Baghdad, formando così il legame organico fra questa scuola e i primi centri medici nella capitale abbaside.
Un’altra famiglia di medici che era originaria di Jundishapur e che poi si è trasferita a Baghdad, la quale rivaleggia in importanza con la famiglia Bukhtyishū‘, è quella di Māsawaih (o Māsūyah, nella sua pronuncia persiana). Il capostipite di questa famiglia, Māsawaih, era un medico e farmacologo privo d’istruzione, il quale trascorse una trentina d’anni a fare esperienza medica nel dispensario dell’ospedale di Jundishapur. Quando fu costretto a ritirarsi, si recò a Baghdad, in cerca di fortuna in quella fiorente capitale. Quivi divenne un famoso oftalmologo e medico privato del visir di Hārūn al-Rashīd. Anche i suoi tre figli divennero medici; fra loro, Yuáannā ibn Māsawaih (il latino Mesuè il Vecchio o «Janus Damascus») dev’essere considerato uno fra i medici importanti di questo periodo. Ibn Māsawaih, l’autore del primo trattato oftalmologico in arabo, divenne il medico più illustre del suo tempo. La sua lingua tagliente, il suo carattere ribelle e lo scetticismo nei confronti del cristianesimo – a cui formalmente aderiva – gli crearono molti nemici; ma egli riuscì, grazie soprattutto alla sua impareggiabile padronanza dell’arte medica, a conservare la sua posizione di eminenza fino alla morte, avvenuta nel 243/857.
L’Occidente medievale conobbe con nome di Mesuè anche un’altra figura di Mesuè (detto «il Giovane» per distinguerlo dal Mesuè più anziano). Benché le opere farmacologiche e mediche attribuite a Mesuè il Giovane – fra cui il Grabadin – fossero fra quelle più lette nel loro genere nel mondo latino, poco si conosce della vera identità di questo personaggio, che i latinisti medievali chiamavano il Pharmacopoeorum evangelista. Giovanni Leone Africano scrive che era nato in un villaggio dell’Iraq chiamato Marind, ed è quindi detto Māsawaih al-Mārindī. Alcuni studiosi moderni hanno dubitato persino della sua esistenza; altri, come C. Elgood, il cui magistrale studio della medicina araba lo presenta come una fra le maggiori autorità in questo campo, credono che egli possa essere tutt’uno con Mesuè il Vecchio. Ma quale che sia l’origine di questa figura, almeno la sua opera, aggiunta a quella di Mesuè il Vecchio, ha contribuito a fare del nome di Mesuè uno dei più famosi nell’immagine occidentale della medicina islamica.
I primi traduttori di testi medici in arabo, come i primi medici, furono per lo più cristiani ed ebrei. La prima traduzione nota in arabo appare nelle Pandette di un prete alessandrino di nome Ahrūn; essa fu eseguita da uno studioso ebraico originario di Bassora, noto in Occidente come Masarjoyah, che visse durane il periodo omayyade. Quest’opera è stata tenuta in grande stima dalla maggior parte degli autori di medicina posteriori, e il nome di questo primo traduttore di testi medici divenne famoso in opere posteriori di storia della medicina.
L’interesse per la cultura greca, che era andato gradualmente sviluppandosi durante l’ultima parte del governo omayyade, assunse dimensioni senza precedenti durante il periodo abbaside, quando, come abbiamo visto in un capitolo precedente, fu fatto da parte del governo e di individui influenti uno sforzo congiunto per avere traduzioni in arabo. Nei primi anni della dinastia abbaside Ibn Muqaffa‘ iniziò le sue traduzioni di testi medici dal pehlevico in arabo, seguito una generazione dopo da Mesuè il Vecchio. Particolarmente importanti fra i patroni privati di questo movimento furono i membri della famiglia dei Barmecidi, che furono i visir degli Abbasidi. Fu il Barmedice Yahyā a ingaggiare il medico indiano Mikna per tradurre in arabo opere sulla medicina indiana; una di esse, intitolata Sarat, è sopravvissuta fino a oggi.
Il più grande fra tutti i traduttori di questo periodo fu però Hunain ibn Ishāq, o Johannitus Onan, come lo conobbe l’Occidente medievale. Hunain non fu solo un traduttore molto competente; egli fu anche uno fra i medici più eminenti del suo tempo. Le sue ricerche mediche lo condussero a Jundishapur, dove studiò con Ibn Māsawaih. Quest’ultimo però rimase deluso di lui, e tentò di scoraggiarlo dal continuare lo studio della medicina. Senza perdersi d’animo, egli continuò a padroneggiare la disciplina e divenne una fra le personalità più importanti nella formazione delle scienze islamiche dell’epoca.
Aiutato dal nipote Hubaish e dal figlio Ishāq, Hunain tradusse spesso testi dal greco in siriaco, lasciando la traduzione dal siriaco all’arabo ai suoi discepoli, e specialmente a Hubaish. In questi casi rivedeva la traduzione finale, e la confrontava egli stesso con l’originale greco. Altre volte egli avrebbe tradotto direttamente dal greco in arabo. In tal modo, Hunain e la sua scuola eseguirono un gran numero di eccellenti traduzioni, fra cui di 95 opere di Galeno in siriaco e di 99 in arabo. Ci furono altri famosi traduttori, come Thābit ibn Qurrah, matematico di Harran o di Ellenopoli, che tradusse e scrisse anche varie opere mediche, di cui il Tesoro è quella meglio nota. Nessuna di queste figure può però competere con quella di Hunain, la cui maestria sia come traduttore sia come medico lo qualifica per essere considerato una fra le figure fondamentali della storia della medicina islamica.
Con testi medici di origine greca, pehlevica e sanscrita tradotti in arabo, e un sano vocabolario tecnico saldamente fondato, era pronto il terreno per la comparsa di quei pochi giganti le cui opere hanno dominato da allora la medicina islamica. L’autore della prima opera importante della medicina islamica fu ‘Alī ibn Rabban al-Tabarī, un convertito all’Islam, il quale scrisse, nel 236/850, il Paradiso della saggezza (Firdaus al-Hikmah). L’autore, che fu anche l’insegnante di al-Rāzī, attinse principalmente agli insegnamenti di Ippocrate e di Galeno, e anche da Ibn Māsawaih e da Hunain. In 360 capitoli compendiò le varie branche della medicina, dedicando l’ultimo discorso, che consta di 36 capitoli, a uno studio della medicina indiana. L’opera, il primo grande compendio del suo genere nell’ Islam, ha un valore particolare nei campi della patologia, della farmacologia e della dietetica, e manifesta chiaramente la natura sintetica di questa nuova scuola di medicina che ora stava sorgendo.
Il discepolo di al-Tabarī, al-Rāzī, fu indubbiamente il più grande medico clinico e d’osservazione dell’Islam e, insieme con Avicenna, il più influente, sia in Oriente sia in Occidente. Avremo occasione di discutere di lui più avanti, nel capitolo dedicato all’alchimia; qui ci occupiamo dei risultati da lui conseguiti nella medicina, i quali rimangono la parte più valida della sua opera, la causa principale della sua fama. Attratto in età avanzata dalla medicina, al-Rāzī divenne direttore dell’ospedale della sua città natale di Rayy, e più tardi direttore generale dell’ospedale principale a Baghdad. Acquisì così una grande esperienza pratica, che ebbe una parte non piccola nel fare di lui il più grande clinico del periodo medievale.
L’abilità di al-Rāzī nella prognosi, e la sua analisi dei sintomi di una malattia, il suo modo di trattamento e di cura, hanno reso famosi fra i medici posteriori i suoi studi di casi clinici.
L’opera di al-Rāzī meglio conosciuta nel mondo occidentale è il suo trattato sul morbillo e sul vaiolo, la quale fu pubblicata molte volte in Europa, ancora nel Settecento. Oltre a questa, e a molti altri trattati brevi su varie malattie, al-Rāzī compose anche varie opere di medicina di grandi dimensioni, fra cui il Compendium, il Sufficiente, l’Introductio maior e minor, la Guida, i libri di medicina Liber regius e Splendido, oltre al Libro di al-Mansūr e al Kitāb al-Hāwī (Continens), che sono i suoi due più grandi capolavori. Il Continens è la più voluminosa opera di medicina che sia mai stata scritta in arabo. Essa dev’essere considerata la fonte più fondamentale per lo studio degli aspetti clinici della medicina islamica. Fu studiata avidamente nel mondo occidentale dal VI/XII secolo all’XI/XVII, quando al-Rāzī e Avicenna furono tenuti in una stima superiore perfino a quella di Ippocrate e Galeno, e costituisce uno dei punti fermi del curriculum tradizionale di medicina nel mondo islamico.
Come maestro della medicina psicosomatica e di psicologia, al-Rāzī trattò le malattie dell’anima insieme a quelle del corpo, e non le separò mai completamente. Egli compose in effetti un’opera sulla medicina dell’anima in cui cercò di dimostrare il modo di sconfiggere quelle malattie morali e psicologiche che guastano la mente e il corpo e sconvolgono quello stato totale di salute che il medico cerca di preservare. In questo libro, intitolato nella traduzione inglese Spiritual Phisick, al-Rāzī dedica venti capitoli alle varie malattie che affliggono l’anima e il corpo dell’uomo.
I contributi di al-Rāzī alla medicina e alla farmacologia, quali sono contenuti nei suoi molti scritti di medicina – al-Bīrūnī ne menziona 56 -, sono numerosi. Egli fu il primo a identificare varie importanti malattie, come il vaiolo, e a curarle con successo. A lui vengono generalmente attribuiti l’isolamento e l’uso dell’alcol come antisettico e l’uso, per la prima volta, del mercurio come purgante, che divenne noto nel Medioevo come «Album Rhasis». Benché criticato con veemenza sia dai sunniti sia dagli sciiti per la sua filosofia “antiprofetica”, le sue opinioni mediche divennero l’autorità indiscussa ovunque la medicina venisse studiata e insegnata; egli venne a esercitare sulla scienza latina un’influenza maggiore di quella di qualunque altro pensatore musulmano, se escludiamo Avicenna e Averroè, la cui grande influenza si esercitò però nel campo della filosofia.
Dopo al-Rāzī, il medico più eminente, i cui scritti hanno avuto un’importanza universale, fu ‘Alì ibn al-‘Abbās al-Majūsī (il latino «Haly Abbas»). Come indica il suo nome, era di ascendenza zoroastriana (Majūsī significa zoroastriano), ma egli stesso era un musulmano. Benché poco si sappia della sua vita, dalle date di alcuni suoi contemporanei si può dedurre che egli fiorì durante la seconda metà del IV/X secolo, che morì attorno al 385/995 e che proveniva da Ahwaz, nei pressi di Jundishapur. Haly Abbas è noto soprattutto per il suo Kāmil al-Sinā‘ah (La perfezione dell’arte) o Kitāb al-malikī (Libro reale o Liber Regius), che è una delle migliori opere di medicina scritte in arabo e che rimase un testo di base fino alla comparsa delle opere di Avicenna. Il Liber Regius è di particolare interesse in quanto in esso Haly Abbas discute i medici greci e islamici che lo avevano preceduto, dando un franco giudizio sulle loro virtù e sulle loro insufficienze. Haly Abbas è stato sempre considerato una fra le principali autorità nella medicina islamica, e sono stati registrati molti aneddoti che rivelano il suo acume nel trattare varie malattie.
Le opere di Haly Abbas, come quelle della maggior parte dei primi medici dell’Islam, furono offuscate da quelle di Avicenna, il più influente di tutti i medici e filosofi islamici, il quale detenne per molti secoli in Occidente il titolo di «Principe dei medici» e dominò fino a oggi la medicina islamica in Oriente. Il nome di Avicenna e la sua influenza sono riconoscibili in ogni luogo e in ogni tempo in cui le scienze siano state studiate e coltivate nel mondo musulmano, e soprattutto nella medicina, in cui la perfezione e la lucidità delle sue opere misero in ombra molti trattati anteriori. Come molti altri celebrati filosofi e scienziati dell’Islam, Avicenna praticò la medicina per guadagnarsi da vivere, mentre il suo amore per la conoscenza lo portò a occuparsi di tutti i settori della filosofia e delle scienze del suo tempo. In molte di queste egli divenne senza pari, specialmente nella filosofia peripatetica, la quale raggiunse con lui il suo apogeo. Comunque questa devozione intensa alla filosofia non lo rese in alcun modo un medico incapace. Al contrario, le sue doti intellettuali gli consentirono di unificare e sistematizzare tutte le teorie e le pratiche mediche dei secoli anteriori in una vasta sintesi che reca chiara l’impronta del suo genio.
Avicenna scrisse un gran numero di opere di medicina in arabo, e anche alcune in persiano, fra cui trattati su specifiche malattie, oltre a poesie che compendiano i principi basilari della medicina. Il suo capolavoro, a ogni modo, è il Canone della medicina (Canon medicinae), che fu certamente l’opera più letta e influente della medicina islamica. Questa vasta opera, che fu fra i libri più spesso stampati in Europa durante il Rinascimento, nella traduzione latina di Gerardo da Cremona, comprende cinque libri: principi generali, farmaci semplici, malattie di organi particolari, infermità locali che hanno la tendenza a diffondersi sull’intero corpo, come la febbre, e farmaci composti. In questi libri Avicenna compendiò la teoria e la pratica medica in modo tale che il Canone divenne una volta per tutte la fonte autorevole della medicina islamica.
Avicenna possedeva una grande penetrazione clinica, e gli viene attribuita la prima descrizione di vari farmaci e malattie, fra cui quella della meningite, che fu il primo a descrivere correttamente. Ma egli è celebrato essenzialmente per la sua penetrazione e la sua comprensione dei principi filosofici della medicina da un lato, e per la sua maestria nel trattamento psicologico d’infermità fisiche, o nella «medicina psicosomatica», come si direbbe oggi, dall’altro.
Ad Avicenna sono attribuite molte storie di casi clinici che sono diventate parte integrante della letteratura persiana e araba, e hanno valicato i confini della scienza medica. Alcune di queste storie sono diventate così famose da essere adottate e trasformate in racconti gnostici dai sufi, mentre altre sono entrate nel folklore dei popoli islamici.
Con al-Rāzī e Avicenna la medicina islamica raggiunse il suo apogeo, e fu incorporata negli scritti di questi uomini nella forma definitiva che essa avrebbe assunto per le successive generazioni di studenti e di praticanti. Gli studenti di medicina cominciavano di solito i loro studi formali con gli Aforismi di Ippocrate, con le Questioni di Hunain ibn Ishāq e con la Guida di al-Rāzī; passavano poi al Tesoro di Thābit ibn Qurrah e al Libro di al-Mansūr di al-Rāzī; affrontavano infine lo studio dei Sedici trattati di Galeno, del Continens e del Canon medicinae. Il Canon di Avicenna divenne così l’autorità finale nel campo della professione medica, il suo studio e la sua comprensione essendo il fine verso cui era orientato l’intero curriculum medico. Anche nei secoli posteriori, quando furono scritte molte altre importanti enciclopedie mediche tanto in arabo quanto in persiano, il Canon continuò a conservare la sua posizione di privilegio. Il suo autore, insieme ad al-Rāzī, fu considerato l’autorità suprema nel campo della medicina, in Occidente fino al Seicento, e in Oriente fino a oggi.
La tradizione medica, basandosi sulle opere di Avicenna, di al-Rāzī e di altri antichi maestri, continuò a fiorire in Egitto e in Siria, nel Maghreb e in Andalusia, in Persia e negli altri paesi orientali dell’Islam. In Egitto, dove le malattie degli occhi furono sempre molto diffuse, fu l’oftalmologia a svilupparsi in modo particolare, lasciando un’impronta profonda anche in Occidente, come si può vedere nelle parole arabe come retina e cataratta. Anche in epoca preislamica erano ben noti oftalmologi egiziani come Antillo e Demostene Filalete. Nel periodo islamico gli studi in questo settore proseguirono con la stessa intensità. Il primo importante trattato sull’occhio fu il Taccuino degli oculisti di ‘Alī ibn ‘Isā (Gesù Haly) di Baghdad, composto alla fine del IV/X secolo, e seguito a breve distanza dal Libro di selezioni sul trattamento dell’occhio di Canamusali, che fu il medico del sovrano egiziano al-hākim. Queste opere rimasero autorevoli nel loro campo in Occidente fino alla pubblicazione della Dioptrice di Keplero; esse continuarono a essere consultate fino al Settecento, quando lo studio di questa branca della medicina fu ripreso in Francia. La corte di al-hākim fu anche la scena delle attività di Alhazen, il quale, come abbiamo visto, fu il più grande ottico musulmano, ed eseguì anche molti studi sulla struttura e la malattia dell’occhio, specialmente per quanto concerne il problema della visione.
L’Egitto fu anche il centro di attività di molti altri famosi medici, come ‘Alī ibn Riḍwān (il latino «Haly Rodoam»), vissuto nel V/XI secolo, il quale scrisse commentari alle opere di Galeno e condusse una serie di aspre polemiche con Ibn Butlān, l’autore del Calendario della salute, che si era stabilito al Cairo provenendo da Baghdad. Gli ospedali e le biblioteche del Cairo attrassero sempre medici da ogni luogo, come quando, ad esempio, due secoli dopo Ibn Nafīs, che era nato a Damasco, si stabilì infine al Cairo, morendovi nel 687/1288.
Ibn Nafīs, che ha attratto l’attenzione degli studiosi solo da una generazione, fu lo scopritore della piccola circolazione o circolazione polmonare, mentre si pensava fino a poco tempo fa che fosse stata scoperta nel XVI secolo da Michele Serveto. Ibn Nafīs fece uno studio critico delle opere anatomiche di Galeno e Avicenna, pubblicandolo col titolo Epitome del Canone. Esso divenne un’opera di medicina popolare, e venne tradotta in persiano.
Dei medici posteriori, si possono citare, dell’VIII/XIV secolo, alAkfānī e Sadaqah ibn Ibrāhīm al-Shādhilī, l’autore dell’ultimo importante trattato oftalmologico proveniente dall’Egitto. Importante fu anche Dā’ūd al-Anøāki, che morì al Cairo nel 1008/1599, il cui Tesoro, non privo di originalità, è un indicazione dello stato della scienza e della medicina islamiche durante il Cinquecento, nel momento in cui la corrente della scienza europea stava cominciando a muovere in una nuova direzione, lontano dalla corrente principale in cui si era mantenuta per tanti secoli.
Anche la Spagna e il Maghreb, ossia i paesi occidentali dell’Islam, i quali formavano un’unità culturale, furono la patria di molti grandi medici. Specialmente Cordova fu un centro di attività medica; quivi, nel IV/X secolo, lo studioso ebraico Hasday ben Shaprūø tradusse la Materia medica di Dioscoride, la quale fu poi corretta e commentata da Ibn Juljul, che scrisse anche un libro sulla vita dei medici e dei filosofi. Di Cordova fu anche ‘Arīb ibn Sa‘d al-Kātib, che compose un famoso trattato di ginecologia. Egli fu seguito a sua volta, nella prima parte del V/XI secolo, da Abū’l-Qāsim al-Zahrāwī (il latino «Albucasis»), che fu il più grande chirurgo musulmano. Fondandosi sull’opera dei medici greci, e particolarmente di Paolo di Egina, ma aggiungendovi anche molto materiale originale proprio, Albucasis compose la sua famosa Concessione o Concessio, che fu tradotta in latino da Gerardo da Cremona, e che fu studiata anche per vari secoli in traduzione ebraica e catalana.
La medicina islamica in Spagna deve molto anche alla famiglia di Ibn Zuhr o Avenzoar, la quale produsse per due generazioni vari medici famosi, e anche una dottoressa che si procurò rinomanza per la sua capacità nell’arte della guarigione. Il membro più famoso della famiglia fu Abū Marwān ‘Abd al-Malik, che morì a Siviglia attorno al 556/1161. Egli lasciò varie opere, la più importante delle quali è il Libro delle diete. Questi scritti fanno di lui il più grande medico andaluso negli aspetti clinici della medicina, secondo in questo campo solo ad al-Rāzī.
Fra i medici andalusi ci furono anche vari ben noti filosofi medici. Ibn ßufail, l’autore del romanzo filosofico Figlio vivente del Risvegliato (Vivens, filius vigilantis, noto più tardi in Europa con titolo di Philosophus autodidactus) fu anche un abile medico, come colui che gli successe sulla scena filosofica, Averroè. Questo famoso filosofo, di cui ci occuperemo più diffusamente nel capitolo sulla filosofia, era ufficialmente un medico, e compose varie opere mediche, fra cui un’enciclopedia medica intitolata Libro delle nozioni generali sulla medicina, e commenti alle opere mediche di Avicenna. La carriera di Averroè fu seguita, in un certo senso, anche da Maimonide. Nato a Cordova nel 530/1136, partì presto per l’Oriente, stabilendosi infine in Egitto. Per nascita e prima educazione appartiene però alla scena spagnola. Maimonide scrisse dieci opere di medicina, tutte in arabo, la più famosa delle quali è il Libro di aforismi sulla medicina, la quale, come altre sue opere, fu tradotta anche in ebraico.
I medici e scienziati spagnoli devono essere ricordati anche per il contributo speciale da loro fornito allo studio delle piante e delle loro proprietà mediche. È vero che opere importanti su farmaci erano state composte in Oriente – come i Fondamenti delle vere proprietà dei rimedi di Abū Mansūr al-Muwaffaq (IV/X secolo), che è la prima opera in prosa in persiano moderno, o le opere di farmacologia di Mesuè il Giovane. Furono però gli scienziati spagnoli e maghrebini a dare i più grandi contributi in questo campo, intermedio fra la medicina e la botanica. Il commentario a Dioscoride di Ibn Juljul fu seguito nel VI/XII secolo dal Libro dei farmaci semplici del medico tunisino Abū’l-Salt. Egli fu a sua volta seguito alcuni anni dopo da al-Ghāfiqī, il più originale fra i farmacologi musulmani, che dette nell’opera già citata, intitolata anch’essa Libro dei farmaci semplici, la migliore descrizione di piante che si trovi in autori musulmani.
L’opera di al-Ghāfiqī, come abbiamo già ricordato, fu completata un secolo dopo da un altro andaluso, Ibn al-Baitār, che era nato a Malaga e che morì a Damasco nel 646/1248. Di questa figura, che fu il più grande botanico e farmacologo musulmano, sono sopravvissute diverse opere, fra cui il Libro completo dei farmaci semplici e il Libro sufficiente dei farmaci semplici, in cui era registrato alfabeticamente e discusso in dettaglio tutto ciò che era noto ai farmacologi, oltre a trecento farmaci mai descritti prima di allora. Queste opere, che sono fra i frutti più importanti della scienza islamica nel campo della storia naturale, divennero la fonte di gran parte della letteratura posteriore in questo campo in Oriente. Esse ebbero però scarsa influenza in Occidente, appartenendo a un periodo in cui la maggior parte delle traduzioni dall’arabo al latino aveva già avuto luogo, e in cui il contatto intellettuale che era stato stabilito fra la cristianità e l’Islam nei secoli V/XI e VI/XII stava avviandosi alla fine. Per quanto concerne la scienza islamica, Ibn al-Baitār rappresenta l’ultima figura importante di una lunga serie di grandi botanici e farmacologi spagnoli, i quali, da quel paese di magnifici giardini e con una flora varia, dominarono questo campo del sapere, una parte della storia naturale e della botanica, oltre che della medicina.
Nella Persia stessa, teatro di tanta parte della prima attività medica, Avicenna fu seguito, una generazione dopo, da Ismā‘īl Sharaf al-Dīn al-Jurjānī, l’autore del Tesoro dedicato al re di Khwārazm, che è la più importante enciclopedia medica in persiano. Le dimensioni, oltre che lo stile, dell’opera la collocano fra il Canon e il Continens; è una casa del tesoro non soltanto della teoria medica medievale ma anche della farmacologia, per la quale essa presenta l’interesse aggiuntivo di contenere i nomi delle piante e dei farmaci in persiano. Il Tesoro, pur non essendo mai stato stampato, è sempre stato molto popolare in Persia e in India ed è stato tradotto in ebraico, in turco e in urdu.
Fra coloro che raccolsero l’eredità di Avicenna nel VI/XII secolo è importante anche Fakhr al-Dīn al-Rāzī, teologo del VI/XII secolo, autore del Libro delle sessanta scienze menzionato in precedenza. AlRāzī fu anche un medico capace e, pur avendo rivolto critiche severissime agli scritti filosofici di Avicenna, scrisse un commentario al Canon medicinae e chiarì molte delle sue difficoltà. Iniziò anche una grande opera di medicina, intitolata Grande medicina, la quale non fu però mai completata.
Il VII/XIII secolo, nonostante la sua turbolenta vita politica sottolineata dall’invasione mongola, e la distruzione di molte scuole e ospedali, assistette nondimeno alla produzione di varie importanti opere di medicina. È curioso, innanzitutto, che i quattro più importanti storici della medicina nell’Islam – ossia Ibn al-Qiføī, Ibn Abī Uöaibi‘ah, Ibn Khallakān e Barebreo – fiorirono tutti alla metà di tale secolo. In secondo luogo, è degno di nota il fatto che i Mongoli, che in un primo tempo fecero tanto per distruggere le istituzioni in cui la medicina veniva praticata e insegnata, ne divennero presto i patroni, così che nelle loro corti fiorirono alcuni fra i più famosi medici dell’Islam. Quøb al-Dīn al-Shīrāzī, il più famoso discepolo di Nasīr al-Dīn al-Tūsī, fu anch’egli un medico e scrisse un commentario al Canon, che intitolò Omaggio a Sa‘d. Egli fu seguito all’inizio dell’VIII/XIV secolo da Rashīd al-Dīn FaÑlallāh, il dotto visir degli Ilkhānidi, che scrisse la più autorevole storia del periodo mongolo, oltre a un’enciclopedia medica. Rashīd al-Dīn fu anche un ardente mecenate della cultura e, nella capitale Tabriz, costruì molte scuole e ospedali. È interessante notare, come segno della connessione ancora stretta fra le varie parti del mondo islamico, che quando Rashīd al-Dīn offrì premi a chiunque avesse scritto un libro in suo onore, vari fra coloro che risposero per primi furono andalusi, e alcuni dalla Tunisia e da Tripoli. Nonostante l’invasione mongola, l’unità del mondo islamico era ancora conservata abbastanza bene da permettere rapide comunicazioni su questioni mediche e scientifiche fra i paesi più lontani. (È lecito dubitare, nonostante tutte le possibilità tecniche attuali, dell’esistenza di un’altrettanto rapida risposta su problemi di carattere scientifico fra paesi altrettanto lontani fra loro del mondo islamico odierno).
L’VIII/XIV secolo è segnato anche da un nuovo interesse per la medicina veterinaria; risalgono a questo periodo vari trattati sui cavalli, uni dei quali attribuito ad Aristotele, assieme a pochi altri che furono tradotti dal sanscrito. Fu questo anche il periodo di un intenso interesse per l’anatomia, condiviso dal medico e dal teologo, e l’epoca della comparsa delle prime illustrazioni per testi di anatomia. La prima opera illustrata di anatomia che si conosca è quella composta nel 798/1396 da Muhammad ibn Ahmad Ilyās e intitolata Anatomia illustrata. A questo periodo risale anche un’altra opera molto letta, l’Anatomia di al-Mansūr, in cui sono discusse idee di embriologia, combinando concezioni greche e indiane con quelle coraniche.
Il periodo safavide, che segna una rinascita dell’arte e della filosofia persiane, fu anche il periodo in cui la medicina islamica fu profondamente rivista. Il più grande medico di questo periodo, Muhammad Husainī Nūrbakhshī, che morì nel 913/1507, scrisse una vasta opera di medicina intitolata Quintessenza dell’esperienza, la quale rivela le capacità cliniche dell’autore. Egli fu il primo a identificare e curare diverse malattie comuni, fra cui la febbre da fieno e la pertosse. Questo periodo fu caratterizzato anche dall’emergere di esperti farmacologi, ed è stato definito da Elgood «l’età aurea» della farmacologia nell’Islam. L’opera più importante in questo campo fu la Medicina Shāfi‘ī, composta nel 963/1556; essa servì di base alla Pharmacopoeia persica di Francesco Angeli, il primo studio europeo sulla medicina persiana. A questo periodo, anche se scritto un secolo dopo, appartiene il Dono dei due Mu’min, che è un libro ancora molto letto in Oriente, e mostra il salire dell’onda dell’influenza indiana a quell’epoca.
I secoli X/XVI e XI/XVII furono anche il periodo della diffusione della medicina islamica in India, attraverso le opere di vari Persiani che erano andati a stabilirsi colà. Nel 1037/1629 ‘Ain al-Mulk di Shiraz compose il Vocabolario dei farmaci, dedicato a Shāh Jahān. Egli contribuì probabilmente anche alla composizione della Medicina di Dārā Shukūh, che fu l’ultima grande enciclopedia medica nell’Islam. Dārā Shukūh, il principe moghul che fu anche un sufi e uno studioso del Vedanta, è famosissimo per le sue traduzioni di opere metafisiche sanscrite in persiano, e specialmente delle Upanishad, che Anquetil-Duperron tradusse in latino proprio dalla sua versione persiana, rendendo così quest’opera per la prima volta disponibile in Europa. Fu questa la versione che William Blake, fra i molti altri personaggi più o meno famosi, lesse nell’Ottocento, probabilmente senza saper nulla del principe moghul che aveva preparato la via. La reale traduzione di una vasta enciclopedia medica da parte di Dārā Shukūh pare però improbabile; il lavoro fu eseguito più verosimilmente sotto il suo patronato e la sua direzione da medici competenti, come ‘Ain al-Mulk.
La medicina islamica continuò a prosperare in India durante il XII/XVIII secolo, quando furono composte opere come le Scale della medicina di un altro medico persiano, Muhammad Akbar Shāh Arzānī di Shiraz. È piuttosto interessante rilevare che, con l’invasione dell’India da parte di Nādir Shāh nel XII/XVIII secolo, la medicina islamica ricevette in questo paese un nuovo impulso nel momento stesso in cui nella Persia stessa stava indebolendosi, in conseguenza dell’avvento della medicina europea. Oggi la medicina islamica continua a prosperare come scuola viva di medicina soprattutto nel subcontinente indo-pakistano, in concorrenza con l’Ayurveda e con la moderna medicina europea, la quale in taluni movimenti, come il neoippocratismo, ha cominciato a manifestare qualche interesse per quella filosofia medica da cui si staccò vari secoli fa.
«La medicina», come Avicenna afferma all’inizio del Canone, «è una branca della conoscenza che si occupa delle condizioni di salute e di malattia del corpo umano, nell’intento di usare mezzi idonei a preservare e restituire la salute». Il compito della medicina è perciò quello della restituzione o della preservazione di quello stato di equilibrio chiamato salute. Seguendo la patologia umorale di Ippocrate, la medicina islamica considera «elementi» del corpo il sangue, il flegma, la bile gialla e la bile nera (o atrabile). Questi quattro umori sono per il corpo ciò che i quattro elementi – fuoco, aria, acqua e terra – sono per il mondo della Natura. Non sorprende, di fatto, scoprire che Empedocle, a cui viene generalmente attribuita questa teoria dei quattro elementi, fosse anche un medico. Come gli elementi, ogni umore possiede due nature: il sangue è caldo e umido, il flegma è freddo e umido, la bila gialla è calda e secca e la bile nera è fredda e secca. Proprio come nel mondo della generazione e della corruzione tutto si genera attraverso la mistione dei quattro elementi, così nel corpo umano c’è una costituzione umorale, generata dalla mescolanza dei quattro umori, la quale ne determina lo stato di salute. Inoltre la particolare costituzione o temperamento di ciascuna persona è unica; non esistono due persone che possano essere curate come se fossero esattamente lo stesso soggetto, con reazioni identiche agli stimoli esterni.
Il corpo possiede quel potere di preservare e restaurare quell’ equilibrio che ne caratterizza lo stato di salute – quel potere di autopreservazione che è chiamato tradizionalmente vis medicatrix naturae. Il ruolo della medicina si riduce allora nell’aiutare questa capacità a funzionare correttamente, e a rimuovere ogni ostacolo dalla sua via. Il processo di riacquisizione della salute è compiuto perciò dal corpo stesso, e i farmaci sono soltanto un aiuto a questa forza naturale, la quale esiste all’interno di ciascun corpo ed è una caratteristica della vita stessa.
L’unicità del temperamento di ciascun individuo indica che ciascun microcosmo è un mondo a sé, non identico con alcun altro microcosmo. Tuttavia il ripresentarsi degli stessi umori fondamentali in ciascuna costituzione dimostra il fatto che ogni microcosmo presenta una somiglianza morfologica con altri microcosmi. Esiste inoltre un’analogia fra il corpo umano e l’ordine cosmico, com’è rivelato dalla corrispondenza fra gli umori e gli elementi. Nella filosofia naturale ermetico-alchemica, che nell’Islam fu sempre strettamente legata alla medicina, c’è una dottrina fondamentale della corrispondenza fra tutti i vari ordini di realtà: la gerarchia intelligibile, i corpi celesti, l’ordine dei numeri, le parti del corpo, le lettere dell’alfabeto che sono gli “elementi” del Libro Sacro ecc. Le sette vertebre cervicali e le dodici dorsali corrispondono ai sette pianeti e ai dodici segni dello zodiaco, così come ai giorni della settimana e ai mesi dell’anno; e il numero totale dei dischi delle vertebre, che ritenevano fosse ventotto, corrisponde alle lettere dell’alfabeto arabo e alle stazioni delle Luna. Esiste quindi un simbolismo sia numerico sia astrologico connesso alla medicina, anche se la prossimità della relazione non è stata la stessa in tutti i periodi della storia islamica, né in tutti gli autori di medicina. Ma la corrispondenza e la “simpatia” (nel senso originario del termine sympathia) fra vari ordini della realtà cosmica formano lo sfondo filosofico della medicina islamica.
La distruzione dell’equilibrio dei quattro umori è, come abbiamo visto, la causa delle malattie; la sua restaurazione è il compito del medico.
Il corpo umano, con tutti i suoi diversi organi ed elementi, e con i suoi sistemi fisico, nervoso e vitale, è unificato da una forza o spirito vitale che assomiglia in qualche modo all’energia del metabolismo basilare della medicina moderna. I tre sistemi del corpo hanno ciascuno le sue proprie funzioni, differenziate e interrelate al tempo stesso dallo spirito vitale – che non dev’essere però confuso con l’anima.
Gli elementi e gli organi, i sistemi biologici e le loro funzioni servono tutti a mantenere l’equilibrio dei quattro umori, e lo stato di equilibrio è determinato dalla natura particolare di ciascun corpo umano. Ci sono, però, modelli e cause generali per la variazione dei temperamenti, i quali includono fattori come la razza, il clima, l’età, il sesso ecc. Così un Indiano o uno Slavo, o un uomo di sessant’anni e una donna di venti, avrebbero temperamenti del tutto diversi, mentre Indiani o Slavi come gruppi razziali, o persone di sessent’anni come gruppo d’età, avrebbero un temperamento simile, anche se non identico.
Il trattamento delle malattie dipende anche da questi fattori. Nella medicina islamica tutti i cibi e i farmaci sono classificati secondo la loro qualità – ossia caldo, freddo ecc. – e anche secondo la loro potenza. Così una persona dal temperamento collerico ha bisogno di solito di cibi e farmaci in cui predominano le qualità fredde e umide, al fine di controbilanciare il caldo e la secchezza della bile gialla. Il medesimo cibo o farmaco avrà però l’effetto opposto su una persona di temperamento flemmatico. In tal modo la farmacologia, seguendo le teorie della medicina, divise tutti i farmaci secondo le loro qualità. L’intera gamma delle abitudini dietetiche dei paesi islamici è stata stabilita secondo questa teoria, così che in un pasto normale le varie qualità e nature risultano ben equilibrate.
Nel suo tentativo di considerare l’uomo come un tutto unico, come una singola entità in cui l’anima e il corpo sono uniti, e nel cercare di connettere l’uomo all’ambiente cosmico totale in cui egli vive, la medicina islamica è rimasta fedele allo spirito unificatore dell’Islam. Pur traendo origine dalle anteriori tradizioni mediche della Grecia, della Persia e dell’India, la medicina islamica, come molte altre scienze preislamiche, divenne profondamente islamizzata e penetrò profondamente nella struttura generale della civiltà islamica. Fino a oggi le sue teorie e le sue idee hanno dominato le abitudini dietetiche quotidiane della popolazione islamica; esse servono ancora come cornice generale per una visione unificante dell’uomo, in quanto essere in cui corpo e anima sono strettamente interconnessi, e in cui lo stato di salute si realizza attraverso l’armonia e l’equilibrio. Dal momento che queste idee sono tutte strettamente affini alla visione islamica delle cose, hanno contribuito a rendere questa tradizione della medicina una fra le scienze più diffuse e durature coltivate in seno alla civiltà islamica durante la sua storia.

[Brani tratti da: Seyyed Hossein Nasr, Scienza e Civiltà nell’Islam, Irfan Edizioni – per gentile concessione dell’Editore]
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