Ognissanti, la Commemorazione dei Defunti.
I primi giorni di novembre portano con sé, nella tradizione europea e italiana, una particolare qualità del tempo. Il calendario liturgico e civile invita a una duplice sosta dello spirito: il primo novembre, con la solennità di Tutti i Santi, lo sguardo si solleva verso la dimensione verticale della santità, celebrando coloro che hanno realizzato pienamente la vicinanza a Dio; il due novembre, con la Commemorazione dei Defunti, lo sguardo si fa orizzontale e intimo, abbracciando nella memoria e nella preghiera gli affetti familiari e le generazioni che ci hanno preceduto.
Questo doppio movimento l’aspirazione alla perfezione spirituale da un lato e la custodia amorevole della memoria dall’altro non rappresenta un’esperienza isolata dell’Occidente cristiano, ma tocca corde universali che trovano nella storia, nella teologia e nella cultura dell’Iran una risonanza straordinariamente affine.
Gli “Amici di Dio”
Dal punto di vista storico-religioso, il concetto cristiano della Communio Sanctorum la comunione spirituale che lega i fedeli della terra a quelli che già godono della visione beatifica dialoga profondamente con la dottrina islamica della Walayah (la prossimità spirituale e l’amicizia divina). Nel pensiero islamico, e con particolare intensità nella spiritualità sciita e nella mistica persiana (Erfan), i santi sono definiti Awliya Allah, gli “Amici di Dio”.
“In verità, gli amici di Dio non avranno alcun timore e non saranno afflitti.” (Corano, 10:62)
Come nella tradizione cattolica del primo novembre non si celebrano soltanto i santi canonizzati ma anche la moltitudine silenziosa dei giusti, così nella cultura spirituale iraniana la venerazione per i Puri, i sapienti e i mistici si affianca al riconoscimento di una santità nascosta, intessuta di rettitudine quotidiana. Il pellegrinaggio alle tombe dei santi e dei discendenti del Profeta (Ziyarat) non è mai percepito come un omaggio a un passato inerte, bensì come un incontro vivo: i santi sono specchi tersi che riflettono la luce divina e intercedono presso l’Altissimo, mantenendo aperto il ponte tra il mondo sensibile e il mondo spirituale.
Il Giovedì della Memoria
Se l’Italia dedica ai defunti una giornata solenne all’inizio dell’autunno inoltrato, nella tradizione iraniana questo appuntamento si rinnova ciclicamente ogni settimana, trovando il suo culmine anche alla vigilia del capodanno solare (Nowruz) e nelle notti sacre del calendario lunare. Ogni giovedì pomeriggio, al calare del sole che introduce il venerdì (Shab-e Jom’eh), le famiglie iraniane si recano nei cimiteri per rendere visita ai propri cari.
Nella visione teologica islamica, la morte non interrompe il legame d’amore e di responsabilità reciproca tra i vivi e i trapassati. Le anime dimorano nel Barzakh il mondo intermedio, paragonabile per molti aspetti alla dimensione di attesa e purificazione della teologia cristiana e traggono sollievo, luce e consolazione dalle preghiere e dalle opere di bene compiute in loro nome sulla terra.
Acqua di rose e carità
L’antropologia del rito rivela parallelismi toccanti tra i gesti compiuti nei cimiteri italiani in questi giorni e quelli custoditi in Iran. Là dove in Italia si depongono crisantemi e si accendono lumini votivi a simboleggiare la fede nella resurrezione, in Iran le pietre tombali spesso adagiate orizzontalmente a contatto con la terra vengono lavate con acqua pura e irrorate di Golab (acqua di rose), il cui profumo richiama la fragranza del giardino paradisiaco e lenisce il dolore del distacco.
Accanto all’accensione delle candele e alla recitazione della Sura al-Fatiha (la preghiera aprente del Corano, vero e proprio corrispettivo funzionale dell’Eterno riposo cristiano), il cuore del rito iraniano risiede nel Kheyrat, l’offerta caritativa per la pace dell’anima del defunto (Shadi-ye Ruh). Le famiglie preparano in casa l’Halva un dolce tradizionale a base di farina tostata, burro, acqua di rose e zafferano e la distribuiscono insieme a datteri, frutta e pane ai passanti, ai vicini e ai bisognosi. Questa consuetudine, che richiama da vicino l’antica tradizione mediterranea e italiana dei “dolci dei morti” e del pane condiviso in suffragio delle anime, trasforma il lutto privato in un gesto di solidarietà comunitaria: il ricordo di chi non c’è più diventa nutrimento per chi è nel bisogno, e il ringraziamento di chi riceve il dono si tramuta immediatamente in una preghiera di luce per il defunto.
Radici millenarie
Lo sguardo dello storico coglie in queste pratiche una continuità millenaria che attraversa le civiltà. Fin dall’antichità preislamica, l’altopiano iranico celebrava il legame indissolubile tra le generazioni attraverso i giorni dedicati alle Fravashi, gli spiriti custodi e le anime degli antenati, accolti simbolicamente nelle case illuminate e purificate. Con l’avvento dell’Islam, questa profonda sensibilità per la memoria genealogica non è stata cancellata, ma è stata sublimata e rifusa nella luminosa teologia coranica della misericordia divina e della vita eterna.
Allo stesso modo, il linguaggio dell’arte funeraria e sacra di entrambi i mondi condivide archetipi antichissimi: il cipresso (Sarv), che svetta silenzioso nei cimiteri italiani come nei giardini storici di Shiraz e Isfahan, è per entrambe le culture il simbolo dell’immortalità dell’anima che tende verso il cielo; il melograno, frutto autunnale per eccellenza, rappresenta tanto nell’iconografia cristiana quanto nella poetica persiana il mistero dell’unità nella molteplicità e la promessa della rinascita.
La morte come soglia
A suggellare questo incontro tra tradizioni è la voce della grande poesia persiana, che da secoli educa l’animo umano a guardare oltre il velo della caducità. Per i grandi maestri del pensiero iraniano, sostare presso una tomba non significa contemplare il nulla, ma ascoltare l’eco di una vita che ha semplicemente mutato dimora. Come scriveva nel XIII secolo Jalal al-Din Rumi (Molana) in versi destinati a risuonare come un testamento universale:
“Nel giorno della mia morte, quando verrà portata la mia bara, non pensare che io senta dolore per aver lasciato questo mondo. Non piangere e non dire: ‘Che peccato, che peccato!’. Quando vedrai il mio corpo deposto nella tomba, non dire ‘Addio’, perché la tomba è solo un velo che nasconde il raduno del Paradiso.”
Anche Hafez di Shiraz, il sommo lirico la cui tomba è essa stessa meta di incessante pellegrinaggio spirituale, ricordava che il sepolcro di chi ha vissuto nell’amore e nella verità è destinato a essere avvolto da una grazia perenne, trasformandosi in un faro per i viandanti.
Celebrare Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti guardando al ponte culturale tra Italia e Iran significa dunque riscoprire una verità condivisa: una civiltà misura la propria grandezza morale dalla capacità di onorare i propri giusti e di non dimenticare i propri padri. Nel gesto silenzioso di chi accende una candela in una chiesa di Roma o di chi versa acqua di rose su una pietra tombale a Shiraz, l’umanità parla la medesima lingua: quella della gratitudine, della speranza e di un amore che il tempo non può consumare.
