Persepoli (Persepolis , Parse)

Persepoli (Persepolis)

Takht-e Jamshid (“Trono di Jamshid”), è il famoso nome della più imponente opera architettonica degli Achemenidi situata nella città di Marvdasht, regione Fārs. La zona di Takht-e Jamshid che in Occidente viene chiamata Persepolis, “Città dei Persiani”, nel periodo degli Achemenidi veniva denominata Pārse.
In seguito questo luogo assunse nomi come Cento Colonne, Quaranta Colonne, Quaranta Minareti, e Takht-e Jamshid. Anche i re sasanidi hanno lasciato iscrizioni qui nel palazzo Tachara. Dopo l’avvento dell’Islam in Iran questo luogo veniva considerato con un certo riguardo; era chiamato Mille colonne o Quaranta Minareti e collegato a personaggi come Soleiman Nabi e Jamshid.
Azadouleh Deilami a Takht-e Jamshid ha lasciato due iscrizioni in caratteri cufici. Qui ci sono anche altre epigrafi, sia in lingua araba che in lingua persiana, e la più recente risale al periodo qajaro. Questa è stata scritta per volontà di Mozaffar Al-Din Shah Qajar e si trova nella parete nord del palazzo Tachara.
Takht-e Jamshid è stata costruita ai piedi del monte Rahmat, è una struttura multilaterale la cui superficie è pari più o meno a 125 000 metri quadrati e la cui costruzione è iniziata intorno all’anno 518 a. C per volontà di Dario il Grande ed è proseguita fino a quasi il 450 a. C. nel periodo di Ardeshir I (Artaserse I).
I materiali impiegati nella costruzione sono: grandi mattoni in argilla e mattoni smaltati, malta a base di bitume, rivestimento di stucco colorato utilizzato per rivestire il pavimento o decorare le colonne di legno, il legno per i piloni, le porte e le piccole colonne, la pietra o la calce bianca e nera effetto marmo.
Per sollevare le pietre si utilizzavano le impalcature, le carrucole e le risorse umane. Per mettere insieme le pietre non veniva usata la malta ma piuttosto venivano unite con dei ganci metallici.

Palazzo Apadana

Sopra la terrazza di Takht-e Jamshid, oltre a edifici resistenti e di difesa gradualmente si pensò di costruire il palazzo Apadana, la Sala del Consiglio, il palazzo di Dario I e la tesoreria principale.
Il palazzo Apadana non venne ultimato nel periodo di vita di Dario e Serse, suo figlio e successore, portò a termine il lavoro del padre. Anche la costruzione del palazzo esclusivo di Dario (Tachara) iniziò con lui e Serse la terminò.
Oltre a ciò gettò le fondamenta dell’edificio della Porta delle Nazioni, del suo palazzo esclusivo e del suo harem, cambiò la pianta della tesoreria ed edificò il palazzo delle Cento Colonne o Sala del Trono. Non considerando una parte delle costruzioni della torre, del bastione difensivo e la residenza della guarnigione che erano situati nella fila delle fortificazioni, forse la tesoreria principale fu la prima costruzione all’epoca di Dario ad essere terminata nella terrazza di Takht-e Jamshid. I lavori dopo una lunga pausa ripresero al tempo di Artaserse III.
Negli scavi a Takht-e Jamshid sono state trovate alcune migliaia di tavolette di argilla con testi in caratteri cuneiforme Elamita scritte durante il regno di Dario il Grande la cui datazione va dal 509 al 494 d. C.
Questa collezione è una piccola parte dei reali archivi amministrativi achemenidi. Le tavolette venivano conservate crude ma quando Alessandro nell’anno 330 a.C., dopo la conquista di Takht-e Jamshid, dette alle fiamme il complesso dei palazzi, mentre un numero imprecisato di tavolette scomparve per sempre, accidentalmente una parte di esse vennero cotte dal fuoco e si conservarono.
La loro rilettura, oltre al fatto che i ritrovamenti archeologici completarono la conoscenza su come venne costruito il complesso di Takht-e Jamshid, dimostrò che nell’edificazione di questo imponente complesso vennero utilizzati operai e artisti che a fronte del proprio lavoro e della propria arte, percepivano uno stipendio e godevano di ferie, di razioni di cibo e di una sorta di assicurazione sociale.

La scalinata

La scalinata di ingresso che anche oggi è la via ufficiale di ingresso al sito, fu costruita da Serse. Alcuni attribuiscono la causa della scarsa alzata dei gradini al fatto che le persone a cavallo potessero salire facilmente, alcuni esperti invece considerano questo fatto contrario alle usanze della corte e la causa dell’ampiezza e della scarsa alzata della scalinata la vedono come un’opportunità che dava modo ad un grande numero di dignitari Achemenidi di salire le scale dialogando.
Dopo aver superato la scalinata di ingresso c’era un piccolo palazzo chiamato “Porta delle Nazioni” poiché i rappresentanti di tutte le etnie tributarie dell’Iran vi entravano e poi si dirigevano verso i palazzi della corte.
Ai due lati della soglia di ingresso si trovavano due statue a forma di tori e alla soglia di uscita altri due con ali e testa umana che simboleggiano l’unione del pensiero umano, l’ambizione dell’aquila e la benedizione e il potere del toro.
Sebbene sia possibile che le fondamenta originarie di questo edificio le abbia gettate Dario, tuttavia Serse portò a termine i lavori. L’Apadana o palazzo di Dario e Serse, è la costruzione più esemplare, magnifica e ampia di Takht-e Jamshid che comprende: un salone a forma quadrata con 36 colonne e tre portici, ognuno con 12 colonne e quattro torri nei quattro angoli esterni del salone e una serie di stanze di sorveglianza. Due scalinate ai due lati consentivano l’accesso a questo palazzo.
Le pareti di queste erano decorate con disegni e meravigliose iscrizioni. Delle 72 colonne che un tempo reggevano il tetto dell’Apadana e i suoi portici, oggi ne restano soltanto 14. La costruzione dell’Apadana iniziò nell’anno 519 a.C. per volontà di Dario il Grande e dopo trent’anni di lavoro terminò nel periodo di regno di Serse.

Takht-e Jamshid

In questo palazzo sono state rinvenute quattro tavolette d’oro e d’argento puro sono e su ognuna è inciso un testo in tre lingue, persiano antico, elamita e accadico in scrittura cuneiforme la cui traduzione è: “Il re Dario, il grande re, re dei re, re su queste terre, figlio di Istaspe l’Achemenide, il re Dario dice: “Questo è il regno che io possiedo dagli Sciti che sono dall’altra parte della Sogdiana fino all’Etiopia, all’India e fino a Sardi che Ahuramazda, il più grande Dio, mi ha donato. Ahuramazda protegga me e la mia famiglia reale!”
La particolarità più importante dei portici est e nord dell’Apadana sono le loro scalinate. Ognuna è lunga 81 metri. La scalinata nord dopo l’incendio e la distruzione di Takht-e Jamshid, era rimasta fuori dalla terra e sebbene abbia attirato l’attenzione dei visitatori del sito, in particolare i turisti europei dei secoli scorsi, tuttavia è stata influenzata dai fattori atmosferici e dai numerosi danneggiamenti storici.
I bassorilievi della scalinata orientale invece fino all’anno 1932 sono rimasti sepolti sotto terra perciò sono state protetti dai danni e anche oggi sono ben conservati. I bassorilievi sono immagini simmetriche scolpite sulla parete del portico settentrionale che presentano vari popoli come: 1. Medi, 2. Susiani, 3. Armeni, 4. Ariani, 5. Babilonesi, 6. Lidiani, 7. Arachosiani dell’Afghanistan, 8. Assiri della Mesopotamia, 9. Cappadoci, 10. Egizi, 11. Sciti, 12.Ioni, 13. Parti, 14. Gandhari della valle di Kabul, 15. Battriani (gli antichi abitanti del Khorasan), 16.Sagarti (accanto ai Medi), 17. Sogdiani, 18. Indiani, 19. Traci, 20. Arabi (della Giordania e della Palestina), 21. Drangiani (gli antichi abitanti del Sistan), 22. Libici, 23. Etiopi.
Sotto i bassorilievi dei gruppi 19, 20, 21, e 22 e su una parte triangolare che deriva dalla discesa della scalinata, è ripetuto il bassorilievo del leone che azzanna il toro e gli alberi di palma. In esso un leone salta sulla schiena di un toro e lo azzanna, questa è un’immagine ricorrente nei bassorilievi di Takht-e Jamshid.
I ricercatori, analizzando questa immagine, hanno fornito diverse interpretazioni di cui una è associata alla celebrazione del Capodanno persiano il Nouruz o “festa nazionale e regale” che era abituale fin dai tempi antichi e sussiste ancora oggi.
Sulla destra di questo bassorilievo si trova un’incisione su pietra di Serse in caratteri e in persiano antico. Il palazzo di Dario, a sud-ovest dell’Apadana, è uno dei primi palazzi costruiti sulla terrazza di Takht-e Jamshid e in una delle iscrizioni è chiamato palazzo Tachara.

Palazzo Tachara

Questo è stato edificato su un piano più alto rispetto al pavimento dell’Apadana e del suo cortile adiacente e ha 12 colonne. Le entrate di questa stanza sono decorate con bassorilievi del re Dario e dei suoi dignitari e sopra la testa del re è stata incisa un’iscrizione trilingue e in tre scritture, elamita, persiano antico e accadico che dice: “Dario il grande re, il re dei re, il re dei popoli, figlio di Istaspe, l’Achemenide che fece Tachara”.
In questo edificio ci sono anche altri bassorilievi che mostrano i servitori mentre trasportano animali e stoviglie con cibo. Le pareti del palazzo sono molto lucenti e questo ha fatto sì che esso venisse chiamato anche salone degli specchi.
Gli esperti sono convinti che, siccome questo palazzo era tra quelle poche strutture che dopo la distruzione di Takht-e Jamshid era ancora evidente, sulle sue pareti sono state incise iscrizioni da parte di Shapur II sasanide e Azadaldouleh Deilami.
Qui sono presenti anche epigrafi in persiano antico che testimoniano il completamento dell’edificio all’epoca di Serse e le aggiunte all’epoca di Artaserse III. Si crede anche che a sud del palazzo di Dario si trovasse un giardino.

Palazzo “G”

Uno spazio vuoto a est del palazzo di Dario delle dimensioni di 52×32 metri è stato chiamato palazzo “G”. Questo edificio di cui oggi resta molto poco, probabilmente fu costruito all’epoca di Serse e di Artaserse I.
Si crede che questo sia stato un edificio religioso e un tempio e alcuni sono anche convinti che questa parte sia stata un giardino o un’ altra sala per i ricevimenti o un palazzo privato.

Il Palazzo “H”

Il palazzo “H” è un edificio che era situato nell’angolo sud-ovest della terrazza e in basso rispetto al palazzo di Dario. Questo è stato edificato con materiali da riutilizzo e per questo motivo la sua costruzione viene attribuita a Artaserse III oppure persino al periodo post-achemenide. Tuttavia le nuove ricerche dimostrano che questo palazzo apparteneva a Artaserse I, sulla facciata dell’ingresso infatti troviamo sue iscrizioni.
Basandosi sulla presenza di queste risulta chiaro che la scalinata di Artaserse III dopo il periodo achemenide dal palazzo “G” è stata trasferita al palazzo “H”.
Il palazzo privato di Serse che nelle iscrizioni del portico settentrionale viene denominato “Hadish”, si trova nella sezione sud della terrazza di Takht-e Jamshid e a est del palazzo “H”. Questo era alto quasi 18 metri e la sua area è due volte quella del palazzo di Dario.

Palazzo “D”

Il salone centrale fu costruito come un palazzo di forma quadrata con sei file di sei colonne. Nella soglia dell’ingresso c’è l’immagine di Serse con i servitori che hanno in mano il parasole regale, l’asciugamano e lo scacciamosche e sulla soglia delle piccole stanze intorno, l’immagine dei servitori speciali della corte con il focolare, il porta profumo e l’ asciugamano in mano e agli angoli delle pieghe dell’abito reale dappertutto è stato inciso il suo nome in caratteri cuneiformi.
Un’area con una superficie di 1800 metri quadrati a est del palazzo di Serse è stato chiamato palazzo “D”. Ciò che è presente qui è un’ alta collina in cui durante gli scavi è stato rinvenuto del materiale sparso e pezzi di pietra che probabilmente erano i resti del palazzo di Serse.
Sebbene venga considerato una sala per le feste delle guardie o un giardino, tuttavia nessuno crede all’esistenza di un palazzo in questo luogo.
L’harem o il gineceo è un grande complesso che si trovava nell’angolo sud della terrazza di Takht-e Jamshid.

Harem di Serse

Considerando la struttura pubblica dell’edificio, è stato denominato harem di Serse. Il disegno è a forma di” L” e ad angolo retto di cui un’ala è situata nella sezione ovest, cioè a sud del palazzo di Serse ed è nota come “sezione occidentale dell’harem”; un’ altra ala si trova ad ovest della sala del tesoro e a est del palazzo “D” ed è proprio quella parte che è stata ricostruita e oggi è il “museo di Takht-e Jamshid” dove ha luogo la parte amministrativa, la biblioteca e la fondazione di ricerca di Perse-Pasargad.
Questo complesso è formato da oltre 20 unità abitative e ognuna comprende un piccolo salone con quattro colonne e una o due stanze adiacenti. Tutte le unità sono collegate tra loro tramite corridoi. La presenza di un solo ingresso principale per entrare e uscire e le spesse mura, hanno condotto tutti gli studiosi alla teoria che questo complesso fosse un “harem” o un “gineceo”, sebbene nell’iscrizione di Serse non via sia alcun accenno ad esso.
Visto che durante i diversi scavi in questo complesso non sono stati ritrovati molti oggetti, si suppone che questo durante l’incendio a Takht-e Jamshid fosse abbandonato. Secondo altre teorie questo edificio era un magazzino, per alcuni il palazzo della regina e per altri la residenza dei dignitari.
Una grande parte di questo edificio oggi è adibita a museo e in essa, oltre alle opere ritrovate qui, sono esposte opere di due periodi preistorici e del periodo islamico. Questo museo è stato diviso in tre sezioni distinte: la parte principale contiene gli oggetti rinvenuti a Takht-e Jamshid: opere di argilla, di pietra e di metallo che comprendono tavolette con disegni in caratteri cuneiformi, testa e corpo di animali in pietra, punte di lancia, frecce, spade, finimenti di cavalli e stoviglie varie che includono: piatti, vassoi, bicchieri, vasi e mortai.
Un’altra sezione riguarda le opere del periodo islamico che sono state rinvenute negli scavi dell’antica città di Istakhr e tra esse si può accennare alle stoviglie di terracotta decorate con disegni colorati e scrittura cufica, brocche non smaltate e stoviglie di vetro.
In un’altra sezione del museo sono conservate le opere risalenti ai periodi preistorici come: stoviglie, statue di terracotta e arnesi in pietra appartenenti al periodo a cavallo tra il quarto e il primo millennio a.C..
La sala del consiglio di questo palazzo è situata in un luogo al centro della terrazza di Takht-e Jamshid e nella parte terminale sud del cortile posto di fronte alla scalinata orientale del palazzo Apadana. Questo edificio, sulla base dei bassorilievi della sua scalinata orientale in cui sono scolpiti dignitari della corte nell’atto di salire le scale, è stato denominato sala o palazzo del consiglio.
Poiché sul margine della scalinata sud di questo edificio è raffigurata l’immagine di servitori con il piatto di cibo, esiste anche la probabilità che questo fosse il luogo dove si svolgevano feste.

“palazzo centrale” o “Trypilon”

Questo piccolo palazzo si collega agli altri tramite tre ingressi ed alcuni corridoi e per questo motivo è stato anche chiamato “palazzo centrale” o “Trypilon” e “Porta dei Re”. Alcuni ricercatori attribuiscono la costruzione di questo edificio a Dario il Grande, altri a Serse e altri ancora sono convinti che Artaserse I lo abbia portato a termine.
Tre ampi ingressi in pietra immettevano ai portici e alle stanze della sala. I bassorilievi dell’ingresso settentrionale e meridionale mostrano il re mentre esce dalla sala e il bassorilievo dell’ingresso orientale ritrae il re sul trono.
Ventotto emissari delle nazioni soggette all’egemonia achemenide sorreggono il grande baldacchino regale e lo portano dentro la sala e su di esso è stato posto un trono regale su cui è seduto Ardeshir I e dietro di lui suo figlio è in piedi. Sopra il baldacchino c’è un parasole regale con frange e balze decorato con leoni ruggenti schierati l’uno di fronte all’altro nella parte dove c’è un cerchio alato (a significare la gloria dell’Iran) all’interno di una cornice con fiori dai dodici petali.
Sopra la scena è raffigurata l’immagine della “gloria regale” (uomo alato) con il cerchio e la mano tesa aperta. L’ordine delle delegazioni che portano il grande baldacchino reale, rappresentate su due fronti simmetrici gli uni con gli altri, è il seguente: 1. Delegazione dei Medi, 2. Susiani, 3. Armeni, 4.Ariani, 5. Babilonesi, 6. Lidiani, 7. Arachosiani, 8. Assiri, 9. Cappadoci. 10. Egizi, 11. Saka dal berretto a punta, 12. Greci dell’Asia, 13. Parti, 14. Gandhari, 15. Battriani, 16. Sagarti, 17. Sogdiani, 18. Corasmi,19. Indiani, 20. Eskudrayyan (della Turchia, a nord est della Grecia), 21. Popoli del Panjab, 22. Saka adoratori dell’haoma, 23. Sciti, 24. Arabi della valle di Aran, 25. Popoli dell’Est dell’Iran, 26. Libici, 27. Etiopi, 28, Sciti, nomadi dell’Asia centrale, chiamati anche Massageti.

Il Palazzo della Tesoreria

Il palazzo della tesoreria era situato nella parte sud-est della terrazza di Takht-e Jamshid. Esso fu costruito da Dario in due fasi e completato da Serse. In alcune sezioni ci sono testimonianze basate sulla presenza di un secondo piano ma probabilmente la parte principale era costituita da un piano ed aveva un’altezza compresa tra i 7 e gli 11 metri.
La grande sala a ovest delle dimensioni di 9×11 metri, aveva una fila di colonne le cui basi erano in pietra e il loro fusto in legno. Sulla base dei ritrovamenti archeologici, i fusti delle colonne erano rivestiti e mostravano una mescolanza di colori.
Serse completò la grande sala nord della tesoreria denominata delle 99 colonne ma un ricercatore crede che questa sala fosse la sala del trono di Dario. La tesoreria di Takht-e Jamshid venne saccheggiata ed incendiata dai Macedoni insieme alle altre sue parti.
Secondo storici autorevoli, Alessandro trovò nella tesoreria una grande quantità di oro, argento e oggetti di valore che secondo un ricercatore iraniano “ per trasferire in un altro luogo più sicuro questi ritrovamenti e portare via il tesoro di Dario e dei suoi successori furono necessari 3 mila cammelli e molti muli da Susa e da Babol”.
Questo ricercatore scrive anche sulla causa dell’incendio di Takht-e Jamshid: “Alessandro si fermò a Takht-e Jamshid per due mesi e poi, nonostante il consiglio del suo anziano saggio consigliere Parmenione, dette alla fiamme la cittadella reale, distruggendola.
Il motivo di questo atto non è da attribuire all’ubriachezza e neppure al fatto che egli fosse fuori di sè- come hanno dichiarato alcuni scrittori per giustificarlo-e neppure al piacere della vendetta su Serse che aveva incendiato Atene. Alessandro non era ancora diventato schiavo dell’alcool e delle prostitute tanto da demolire per via di Thaiss, la prostituta ateniese, la magnifica cittadella che apparteneva a lui e la sua educazione greca non era tale da poter essere chiamato “eroe di Atene”; il vero motivo che lo portò ad incendiare Persepoli fu l’aver visto in che modo i persiani avevano costruito una capitale magnifica, religiosa, centrale e nazionale in questo luogo e finché fosse rimasta in piedi, la loro speranza sarebbe stata quella di tener vivo lo stato achemenide e preservare le usanze nazionali…questo lo spinse ad incendiare la città intenzionalmente e in preda alla frenesia”.
Ma nel corso dei secoli tra le rovine della tesoreria e durante gli scavi archeologici, vennero ritrovati oggetti di valore. Tra questi si può accennare alla ciotola con l’iscrizione di Assurbanipal, alle stoviglie in marmo con il nome dei faraoni Necho e Amosis, a qualche oggetto egiziano e greco, a varie stoviglie, ad una grande quantità di frecce metalliche, punte di lance e così via.
Oltre a questi oggetti, uno dei ritrovamenti più importanti nella tesoreria di Takht-e Jamshid è il rinvenimento di 750 tavolette di argilla simili a sigilli sui cui lati è stato scritto, nella scrittura e nella lingua elamita, un testo sugli operai, sui costruttori, sui datori di lavoro, sul metodo e sull’ammontare del loro stipendio.
Dopo il ritrovamento di queste tavolette, oltre alle iscrizioni di Takht-e Jamshid e ai resoconti più o meno esaustivi degli scrittori greci e bizantini, un’altra fonte di prima mano si aggiunse alle fonti degli studi achemenidi. Nel 1936 nella tesoreria di Takht-e Jamshid vennero rinvenuti due grandi bassorilievi lunghi quasi 6 metri e ancora oggi l’esempio più intatto di questi è conservato nel museo nazionale dell’Iran a Tehran e l’altro si trova nel suo posto originario nella tesoreria di Takht-e Jamshid.
Questo bassorilievo mostra il re seduto sul trono, un bastone nella mano destra e nella sinistra un fiore. Dietro di lui il figlio, un servo, un porta armi medio e due guardie persiane in piedi. Di fronte al re ci sono due portatori di incenso e dietro di loro un ufficiale medio mentre porta la mano davanti alla bocca in segno di rispetto e due guardie persiane.
Per molto tempo tutti gli studiosi sono stati dell’idea che il re seduto sul trono nel bassorilievo fosse Dario il Grande e quello in piedi dietro di lui Serse, ma gli archeologi, durante i lavori di restauro, compresero che questi bassorilievi in origine erano situati nella scalinata dell’Apadana e in seguito furono trasferiti alla tesoreria e furono messi al posto dei bassorilievi attuali ovvero l’immagine di un dignitario medio intervallato da uno persiano; questo fatto fece sì che gli esperti ritenessero che questi bassorilievi mostrano Serse e suo figlio maggiore Dario II.

“Sala del trono”

Il palazzo delle 100 colonne che alcuni chiamano anche “Sala del trono”, Podio” e “Sala delle udienze di Serse”, si trovava a nord della tesoreria e a est del palazzo Apadana e aveva una superficie di quasi 4700 metri quadrati. Sebbene l’altezza delle sue colonne sia stata stimata di 14 metri, tuttavia è minore di quella delle colonne dell’Apadana.
La presenza di 100 colonne nella sala centrale di forma quadrata di questo palazzo ha fatto sì che venisse chiamato sala o palazzo delle 100 colonne. L’edificio fu iniziato all’epoca di Serse intorno al 470 a.C. e venne ultimato all’epoca di suo figlio Artaserse I, all’incirca nel 450 a.C.
In ogni lato ci sono due ingressi la cui porta è stata decorata con bassorilievi. La scena dell’udienza è ripetuta quattro volte in ogni lato dei due ingressi settentrionali che sono più alti degli altri.
Sopra questa scena Artaserse I è seduto sul trono regale con il volto rivolto verso l’esterno. Di fronte a lui si trovano due portatori di incenso e un ufficiale medio inchinato in avanti, in una mano il bastone dei cerimonieri e l’altra davanti alla bocca in segno di rispetto.
Dietro a lui c’è un uomo in piedi di origine persiana. Dietro il re ci sono tre persone. Una di loro era un eunuco della corte che tiene con una mano uno scacciamosche sopra la corona reale e nell’altra ha una salvietta.
La seconda persona è un medio che porta una faretra, un porta frecce e un’alabarda e altre armi del re. La terza persona è un soldato persiano che sta in piedi con una lancia in mano. Tutta la scena è circondata da una cornice di fiori a 12 petali e sopra la testa del re si intravede l’angolo decorato del parasole regale.
Oltre a questo in ogni ingresso sono ritratti 5 gruppi di 10 soldati (in 5 file l’una di fronte all’altra) e perciò due ingressi di 100 colonne mostrano un insieme di 100 soldati in 10 file di 10 persone che in un certo modo sono indicatori del rapporto tra le 100 colonne e i 100 soldati sui quali erano appoggiate la corona e il trono regale.
Ingressi più piccoli delle pareti ovest e est (o secondo alcuni “il coraggio regale” o “pahlevān, eroi regali”) mostrano il re mentre combatte con il leone, il demone e creature soprannaturali. Gli ingressi a sud mostrano “i rappresentanti delle nazioni che sostengono il grande trono regale”. Questi sono gli stessi la cui immagine è stata impressa nell’ingresso orientale del palazzo del consiglio ma qui sono ritratti in due gruppi di 14.
In merito alla funzione di questo palazzo, il punto di vista dei ricercatori è differente. Alcuni nominano questo edificio palazzo-sala del trono e lo considerano adibito alla conservazione e all’esposizione dei tesori reali.
Alcuni ritengono che questa sala fosse usata per la commemorazione della guarnigione e un ricercatore iraniano ha chiamato questo edificio “sala dei coraggiosi”. Di fronte al cortile del palazzo 100 colonne ci sono tracce di una porta i cui lavori di costruzione, sulla base delle testimonianze presenti, non furono terminati e lasciati a metà. Questa è stata denominata “Porta incompiuta”.
Il disegno completo di questa porta è come quella delle Nazioni con la differenza che ai due lati di essa c’erano due lunghe stanze che probabilmente erano state pensate come residenza delle guardie.
Ai piedi della montagna Rahmat e vicino alla terrazza di Takht-e Jamshid, all’altezza di 40 metri, si vedono due tombe rupestri relative a “Artaserse II” e “Artaserse III” ma non è chiaro quale tomba appartenga a quale “Artaserse”.
Anche la tomba attribuita a Dario III si trova dietro una collina a sud della terrazza di Takht-e Jamshid ed è stata lasciata incompiuta. Queste tombe dal punto di vista strutturale hanno forma e caratteristiche relativamente in comune. La facciata di ognuna è a forma di croce o di quattro braccia con la superficie quasi uguale.

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