Il rito chehel menbar

Chehel menbar (lett: quaranta pulpiti) è una delle usanze delle cerimonie dell’Âshurâ in Iran che ha luogo nella regione del Lorestân, presso Gorgân, Lahijân, e in qualche altra città.

A Khorram Âbâd c’è l’usanza che nella notte dell’Âshurâ le donne, in ricordo di Zeinab[1], (A) con i volti coperti e a piedi nudi prendono in mano le candele, il cui numero di solito equivale a quaranta, e le mettono in quaranta menbar legati al lutto di Hossein affinchè i loro desideri vengano esauditi.

A Borujerd però il rito cehel menbar non è riservato esclusivamente alle donne e anche gli uomini vi partecipano.

Le donne del Lorestân credono che durante lo svolgimento di questo rito, ogni donna  e ragazza i cui piedi nudi involontariamente si trovino su una candela accesa, vedranno esauditi i loro  desideri. Questo rito a Lahijân è celebrato in un modo tutto suo e senza eguali, è riservato alle donne e si svolge nella notte di Tâsu’â e qualche ora prima del richiamo alla preghiera del tramonto. Le donne dapprima recitano due raka’at[2] e poi vanno a piedi fino all’ingresso delle case che durante l’anno passato  avevano ospitato  la cerimonia di commemorazione. Davanti a queste case è stato collocato un menbar al cui fianco è stato messo un po’ di riso, un braciere e due recipienti vuoti. Dopo che è giunta l’oscurità, i partecipanti con quaranta candele sottili e quaranta datteri passano da quaranta menbar, in ognuno accendono una candela, vi posano un dattero o una moneta, prendono un pugno di riso da lì e il riso accumulato lo versano nei sacchetti che hanno a  casa  affinchè porti loro prosperità e tanta fortuna e i loro desideri vengano realizzati. Queste donne hanno dei veli sul volto, durante il tragitto non parlano affatto tra di loro e alla fine del rito si tolgono il velo. Ma tra la folla ci sono anche altre persone impegnate in una cerimonia simile. Queste, invece di andare nelle case e accendere quaranta candele, a piedi nudi  camminano per i vecchi vicoli della città e si recano a sette santuari sacri baciando le porte e le pareti di essi in cerca di benedizione. In questi antichi quartieri ci sono più di dodici santuari e per i partecipanti di questo rituale il fatto di baciare e accendere le candele in questi sette santuari tra questi dodici è sufficiente. Questo rito, che si svolge in concomitanza con quello del chehel menbar, è chiamato “haft kelke” e viene organizzato dalle persone autorevoli e dagli anziani.

Una cerimonia simile al chehel menbar ha luogo, con qualche differenza, nella città di Âstârâ dopo il secondo richiamo alla preghiera di mezzogiorno del giorno di Tâsu’â. I partecipanti alla commemorazione si recano a piedi all’ingresso di dodici moschee e di fronte alle grandi bacinelle di acqua accendono dodici candele con l’intento di realizzare i propri desideri. Una cerimonia simile si svolge a Rasht, Kermân e Gorgân mentre a Esfahân e a Shahrezâ è nota con il nome di “chehel va yek menbar” (quarantuno menbar).

[1]Primogenita delle figlie del Profeta Mohammad e della sua prima moglie Khadija.

[2]Le Raka’at sono i cicli di preghiera. In pratica ogni preghiera è composta da un determinato numero di raka’at. I cicli sono composti da un numero di movimenti, che a seconda della preghiera subiscono delle variazioni.

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