Mashhad un gioiello  d’architettura

Le grandi donne patrone dellʼarchitettura nella società islamica.

Lungo è lʼelenco di donne rivelatesi quali grandi patrone dellʼarchitettura nella società islamica, i cui capolavori, da Fez ad Aleppo fino a Jibla, Samarcanda e Delhi, resistono a stento al tempo divoratore, alla guerra che la follia umana scatena.

Esempio lampante è rappresentato dalla notevole lista di figure femminili appartenenti alla famiglia reale timuride che nel XV secolo eressero degli edifici nel Khorasan: Khanzada Begum, Malikat Agha, la pia Tuman Agha, Sultan Aqa, Zubayda Aqa, Firuza Sultan Begum e Khanum Sultan Begum. Vera base etica del mecenatismo nellʼislam fu la legge islamica (shari’a) che permetteva loro di ereditare e avere delle proprietà ma allo stesso tempo, per frenare la cupidigia umana, obbligava ad elargire lʼelemosina rituale (zakat). Sommata in questo caso alla tradizione turco-mongola, dove rilevante era lʼinfluenza delle donne, la loro opera contribuì anche alla diffusione e al consolidamento del sufismo nellʼislam medievale persiano attraverso la costruzione di svariati conventi (khanqah). Ritagliandosi allo stesso tempo un ruolo fondamentale nellʼeducazione religiosa, facendo erigere numerose scuole (madrasa) dove veniva impartito lʼinsegnamento tradizionale di tutte le scienze basate sul Corano e la sua interpretazione.
Nellʼera timuride spicca tra esse una figura potente, audace e coraggiosa, il cui nome è Gowharshad, letteralmente il gioiello gioioso.

Figlia di un importante emiro, il cui titolo onorario, Tarkhan, era stato donato a un suo avo da Gengis Khan (m. 624/1227), divenne la moglie amatissima del sultano Shah Rukh (r. 811-50/1409-47) – figlio del «rosso Tamerlano» cantato da Jorge Luis Borges (m. 1986) – il felice matrimonio con il quale fu a lungo cantato nelle ballate di Herat.

Fu lei a rompere una tradizione che voleva solo gli uomini edificare delle moschee del venerdì, a commissionare, con un occhio tanto alla politica quanto alla religione, la moschea che da lei prende il nome, Masjed-e Jame‘-e Gowharshad, e che ancora oggi si può visitare a Mashhad allʼinterno del santuario, presso la tomba dellʼottavo imam shi’ita, ‘Ali al-Ridha (m. 203/818). Così recita lʼiscrizione di fondazione della moschea di Gowharshad, che riporta un famoso hadith del Profeta: «Chiunque costruisce una moschea per Allah, Allah gli costruirà una casa in Paradiso».

I lavori commissionati allʼarchitetto più famoso del tempo, Qewam-al-Din Meʼmar Shrirazi (m. 1438), risplendono ancor oggi per lʼequilibrio perfetto e la mole, la ricchezza delle decorazioni e lo splendore delle sue piastrelle. Riflesso del carisma e delle doti eccezionali della sua patrona, che conquistarono non solo i contemporanei, ma anche lo studioso inglese Robert Byron (m. 1941), il quale nel libro The Road to Oxiana − testo venerato da Bruce Chatwin (m. 1989) che lo definì come «unʼopera di genio» − sembra quasi inseguirla, scovandone sentimentalmente notizie, leggende, tracce visibili e invisibili del suo istinto artistico e della sua forte personalità.

Lo vediamo cercare a Herat, dove Gowharshad fece erigere dallʼ820/1417 all’841/1437-38 una madrasa, una moschea del venerdì e diversi palazzi, biblioteche e bagni pubblici, lʼincomparabile bellezza perduta dei minareti della Musalla, che sa bene di non poter descrivere e che pur descrive come «il più splendido esempio di colore nellʼarchitettura mai immaginato dallʼuomo per la Gloria di Dio e di se stesso». Gli Inglesi avevano in parte distrutto il complesso nel 1885, al resto della città avrebbe pensato la furia imperialista dei russi nel 1979.

Quando finalmente nel 1937 Byron giunge a Mashhad, al tramonto, gli appare «unʼimmensa cupola blu come il mare sospesa nel cielo brumoso», «che reca sulla circonferenza unʼiscrizione vistosa in caratteri cufici neri e festoni di sottili viticci gialli a partire dal vertice»: è la moschea, fiancheggiata da due enormi minareti, fatta costruire fra il 1405 e il 1418. Qui lʼesteta inglese ritrovò la chiave per la bellezza ormai perduta di Herat, capitale dellʼimpero tra il 1405 e il 1507. Vide rivivere in una sola notte lʼintera epoca dei Timuridi e della «più incomparabile donna al mondo», Gowharshad.

Dama potente, è la madre dellʼunico scienziato della famiglia, Ulugh Beg (m. 853/1449), che nella leggendaria Samarcanda fece un erigere un incredibile osservatorio astronomico che lei visitò una volta ultimato, e le cui tavole saranno pubblicate nel 1665 dallʼUniversità di Oxford. Una donna umana, troppo umana − Franco Cardini la definisce nella sua ricca monografia dedicata a Samarcanda «donna di grande cultura e intelligenza, ma anche volitiva e intrigante» − che vediamo istigare il marito nell’esecuzione degli ‘ulama sciiti ribelli al suo potere, farne addirittura accecare il nipote Iskandar b. Umar Shaykh. A causa dellʼaffetto per il nipote, Alaʼ al-Dawla, figlio di Baysonghor, che supporta nella successione, deve sopportare il risentimento degli avversari, una temporanea prigionia e, infine, venire giustiziata allʼetà di 81 anni, il 9 del mese di ramadan dellʼ861, il 31 luglio del 1457.

Esclusa lʼostilità del poeta e biografo Dawlatshah Samarqandi (m. 900/1495 o 913/1507), il quale nella Tadhkirat al-shuʿaraʾ (Biografia dei poeti) parla delle sue macchinazioni, criticandone gli errori e la violenza, tutti gli storici timuridi ne condanneranno lʼesecuzione che, come in una tragedia greca, sarà vendicata da suo figlio. Della sua lapide nel mausoleo di Herat, ancora avvistata nel 1860 dallʼagente russo Nicholas de Khanikoff, oggi non cʼè traccia.

A riportarci quanto sopra vi era iscritto è ancora Robert Byron: «La Bilqis del nostro tempo».
Così doveva apparire la regina Gowharshad, come una seconda misteriosa regina di Saba. Quella Bilqis che un’anonima ode yemenita in questo modo cantava nella sua visita a Palmira, la città che la tradizione vuole per lei costruita dal profeta Salomone e il suo esercito di jinn, e oggi ferita a morte:

E dovʼè Bilqis, dal trono sublime,

il cui palazzo sovrastava tutti gli altri?

Ha visitato Salomone il profeta a Tadmor

proveniendo da Marib, per fede,

non mossa da desiderio di matrimonio.

La vista incantata del capolavoro da lei voluto a Mashhad non solo è una superstite, cruciale testimonianza del sublime contributo delle donne timuridi allʼarte islamica. Alla luce del suo mihrab può offrirci uno spazio di pace da contemplare e invocare come fanno da secoli i pellegrini che alla persona dellʼimam Ridha confidano i propri dolori e chiedono aiuto, sperandone conforto e risposta, intercessione presso quel Dio di cui uno dei suoi bei nomi è il Pacifico, al-Salam.

 

Fabio Tiddia

Fonte: Treccani