La Storia dell’arte dell’Iran

PRIMA PARTE

L’ARTE DELL’IRAN PREISLAMICO

L’ALTOPIANO IRANICO

Il territorio del paese ancora oggi conosciuto con il nome di Iran ha conosciuto nel corso dei secoli modifiche e cambiamenti importanti, a partire dai confini, in passato scarsamente definiti e comunque diversi da quelli odierni. Dal punto di vista della collocazione geografica, l’Iran è un altopiano delimitato da grandi catene montuose. Esso può essere immaginato come un grande triangolo compreso tra le valli dell’Indo a est, i monti Zagros a ovest, il Mar Caspio, il Caucaso e il fiume Oxus a nord, e il Golfo Persico e il Mare d’Oman a sud.

La parte più bassa dell’altopiano iranico è costituita da regioni desertiche situate a 609 metri sul livello del mare. Con l’eccezione degli insediamenti costieri del Mar Caspio e del Golfo Persico, la maggior parte degli insediamenti urbani è situata ad un’altitudine superiore ai 1.000 metri. Così, Kerman, Mashahd, Tabriz, e Shiraz si trovano rispettivamente a 1.676, 1.054, 1.200 e 1.600 metri sul livello del mare. La superficie dell’altopiano è approssimativamente di 2.600.000 km quadrati, la metà dei quali, cioè circa 1.648.000 km quadrati, corrispondono all’Iran odierno, una superficie equivalente a quella di Francia, Svizzera, Italia, Spagna e Inghilterra.

I confini naturali dell’altopiano iranico sono costituiti, ad ovest, dai monti Zagros, una massiccia catena che si estende dalla valle di Diyala in Iraq fino a Kermanshah. Da quel punto in poi, l’altitudine diminuisce creando un collegamento tra la regione del Khuzestan e quella mesopotamica. Esistono altri massicci montuosi all’interno dell’Iran, paralleli ai monti Zagros, che si sviluppano dal centro del paese fino all’estremità meridionale. La zona compresa tra questi due massicci montuosi è caratterizzata dalla presenza di valli fertili e ricche di corsi d’acqua, e con molta probabilità fu in queste valli che si insediarono i primi abitanti della regione. Il Mar Caspio si trova a nord del paese e il massiccio dell’Alborz, posto sulla sua sponda meridionale, si estende fino ai margini nordorientali dell’Iran, dove assume caratteristiche collinari. La cima più alta di questa catena è il Damavand, monte che in Iran gode di uno status mitologico. Nello spazio tra il Mar Caspio e la catena dell’Alborz sono presenti regioni verdi, fertili e ricche di foreste. Purtroppo, l’altezza della catena montuosa impedisce all’umidità e alle nubi di raggiungere il centro dell’altopiano, cosicché questo territorio risulta – a eccezione delle aree pedemontane – arido e secco.

Molte delle regioni aride e meno abitate dell’Iran odierno furono un tempo verdi e prospere, come testimoniano i resti di antichi insediamenti in Sistan e nella regione centrale.

L’altopiano iranico, grazie alla sua differenziazione geografica, ha sempre avuto e dispone ancora oggi di abbondanti risorse naturali. Questo è il motivo per cui fin dagli albori della storia dell’uomo, tra l’Iran e i suoi vicini occidentali, cioè i popoli della Mesopotamia, si sono sviluppati scambi e commerci fiorenti di pietra, legname, pietre preziose (lapislazzuli, rubini, corniola), o metalli come rame e stagno. In principio, gli scambi avvenivano nella forma del baratto e le merci di scambio erano granaglie, frumento e orzo.

L’altezza non elevata delle regioni montuose dell’Iran nordorientale ha favorito sin dall’antichità le invasioni da parte di popoli diversi provenienti dall’Asia centrale, spinti dalla crescita demografica alla ricerca di nuovi territori. L’invasione più significativa fu quella di popolazioni diverse di origine indoaria avvenuta nel corso del terzo e del secondo millennio avanti Cristo, rispettivamente nel centro, nel nord-ovest, nell’ovest e nel sud dell’Iran. Tali popolazioni si stabilirono sul territorio dell’Iran e ad esso diedero il nome. Chi erano i primi abitanti dell’Iran? Da dove venivano e che lingua parlavano quelle genti che nel nono millennio avanti Cristo inventarono la lavorazione a mano della ceramica? Sfortunatamente, non abbiamo testimonianze storiche scritte di quel periodo, né dati archeologici rilevanti dal momento che nel territorio dell’Iran non sono stati ancora effettuati gli scavi che sarebbe stato opportuno fare. Il disinteresse, nel passato, delle autorità e l’eccessiva attenzione riservata dagli addetti ai lavori alla Mesopotamia, nonché, forse, anche l’indifferenza degli abitanti di questa regione nei confronti della conservazione delle testimonianze archeologiche dei loro avi, ha fatto sì che gli studiosi si siano adeguati al vecchio modello tradizionale che individua una linea che va dai Sumeri agli Accadi, da questi ai Babilonesi e agli Assiri, fino ai Medi e agli Achemenidi, senza porre alcuna attenzione, o ponendone comunque meno di quanta sarebbe stata necessaria, alle regioni centrali, orientali e nord-orientali dell’altopiano iranico. Se la storia mitologica dell’Iran fosse stata depurata da alcune sue ambiguità, così come fece Winkelmann con la mitologia omerica nella Grecia antica, forse molti dei misteri relativi a questa grande area sarebbero stati risolti.

È possibile che i Caspi, che hanno dato il nome al mare del Mazandaran, e che regnarono in pace per circa tre secoli sulla Mesopotamia, siano state quelle stesse prime popolazioni che abitarono le grotte dei monti Zagros tra il XV e il IX millennio avanti Cristo? È possibile che gli Elamiti, che abitarono il sud-ovest iraniano e Susa e il cui nome è registrato nelle iscrizioni sumeriche e babilonesi, siano discendenti di quella generazione di artisti che creò le terrecotte dipinte del VI, V e IV millennio a.C. trovate a Susa? Oppure erano anch’essi i discendenti degli abitanti dei monti Zagros, o delle popolazioni che vivevano nelle fortezze di Siyalk, ovvero ancora le popolazioni urbane di Robat-e Karim o Cheshme Ali?

È possibile che i Guti, mossisi nella prima metà del terzo millennio a.C. dai monti Zagros per attaccare la Mesopotamia, e che spazzarono via gli Accadi, fossero una popolazione iranica? Ed è possibile che i Sumeri, i quali nel IV millennio a.C. migrarono dalle regioni della costa settentrionale del Golfo Persico verso il sud della Mesopotamia, stabilirono un proprio stato, elaborarono una mitologia e infine diedero inizio all’epoca “storica”, fossero anch’essi iranici?

I ritrovamenti archeologici della città di Shahdad, le testimonianze trovate nelle grotte di Mir Malas e in altri siti, così come i segni astratti e semi-figurativi dipinti sulle antiche ceramiche iraniche, niente di tutto questo è stato ancora studiato adeguatamente. Pertanto, non è possibile esprimersi in maniera definitiva sull’arte antica di questo vasto altopiano, né mettere nelle mani degli studiosi strumenti accurati di analisi. Cionondimeno, alcuni punti fermi, sui quali tutti gli addetti ai lavori concordano, esistono:

1. il periodo della ceramica – che comprende i periodi pre-ceramico, ceramico, della ceramica decorata, della ceramica al tornio e della ceramica smaltata – in Iran è cominciato prima che in Mesopotamia e nel sito di Çatal Hüyük, nell’odierna Turchia

2. il tornio a velocità variabile per la lavorazione della ceramica fu inventato in Iran (a Ganj Dareh) nel periodo compreso tra il VI e il IV e il millennio a.C.

3. la lavorazione dei metalli – oro, argento, rame e stagno – cominciò nell’Iran occidentale prima che in Mesopotamia e il più antico corpo saldato di metallo è una manufatto d’oro collegato alla Susa del V-IV secolo a.C.

4. l’invenzione del carro a quattro ruote, l’allevamento del cavallo e la loro comparsa nelle civiltà mesopotamiche, in particolare tra i Sumeri, è attribuita a popolazioni iraniche e ai Caspi

5. l’invenzione di alcuni elementi artistici, soprattutto nell’architettura, come la volta e la cupola, si deve all’Iran; tali elementi raggiunsero i Sumeri per mezzo degli Elamiti, e dai Sumeri pervennero al resto del mondo antico

6. la tessitura è un’invenzione delle popolazioni degli Zagros, cioè gli abitanti dell’Iran occidentale, da dove si diffuse a oriente e a occidente dell’altopiano, in Mesopotamia, in India e in Asia Minore.

Questo è il motivo per cui è necessario compiere uno sforzo per decifrare ciò che è accaduto in Iran nelle epoche più antiche, per quanto alterati e incompleti siano i dati a disposizione. È solo dopo che si può passare allo studio delle popolazioni urbane degli Elamiti e poi dei Medi e dei Persiani, cioè delle popolazioni arie. Quindi, dopo l’analisi dei reperti rimasti, o almeno di quelli che sono pervenuti, affronteremo brevemente il tema della preistoria iranica per poi passare in rassegna alcuni rari reperti artistici. Inoltre, utilizzeremo ove possibile, e se necessario alla comprensione dei temi trattati, il supporto di grafici, immagini e mappe.

 

I PRIMI INSEDIAMENTI UMANI NELL’ALTOPIANO IRANICO

Ancora non è sufficientemente chiaro in quale periodo, da quali popoli, di quale etnia e lingua, l’altopiano iranico sia stato abitato per la prima volta. Tuttavia, in un periodo in cui ancora non v’era traccia di insediamenti in Palestina, in Siria, in Anatolia e nel nord e nel centro della Mesopotamia, nell’Iran centro-settentrionale, a Ghar-e Kamarband, nelle vicinanze di Noushahr, si trovano tracce di antropizzazione.Inoltre, a Ganjidareh, nell’ovest dell’Iran, sono stati rinvenuti reperti del periodo preceramico risalenti alla seconda metà del IX e prima metà dell’VIII secolo a.C. Stesse tracce, di qualche secolo più recenti, sono osservabili a Tell Asiyab, nei dintorni di Kermanshah, luogo in cui questo periodo si protrasse per più di un millennio. Dall’inizio del VII millennio a.C., apparve la ceramica a Ganjidareh. Allo stesso modo, a Teppe Guran, ci sono tracce di ceramica risalenti alla metà del VII secolo. Contemporaneamente, a Busmordeh e poi ad Alikosh, nella piana di Dehlaran, sono emerse tracce di civiltà ceramiche e preceramiche. Nella regione dell’attuale Mohammad Jafar, verso la fine del VII millennio, e in quelle di Sabz-e Khazineh, nella seconda metà del VI millennio, vissero piccole comunità di agricoltori riunite in villaggi. A Khazineh, questi insediamenti sono testimoniati fino alla seconda metà del V millennio.

Circa 5.300 anni prima di Cristo, in due punti dell’Iran, rispettivamente a sud-ovest e al centro, emersero due altre civiltà di tipo urbano. La prima nella piana di Shushiyan nella regione di Jaffarabad, la seconda nella regione di Siyalk, nei pressi di Kashan, ai margini del deserto centrale. I ritrovamenti di queste civiltà, in particolare di quella di Jaffarabad, sono contemporanei del periodo di Eridu 19 in Mesopotamia.

Quanto detto sopra si basa sullo studio già citato di Pierre Amiet, il quale parla del sito di Ghar-e Kamarband, ma non fa menzione, per qualche motivo ben preciso, di altre grotte dell’Iran occidentale, come Kuh-e Sarsarkhan, Hamiyan, e Kuh-e Dusheh, nel Luristan. Queste grotte conservano numerose pitture rupestri, lasciate da comunità di cacciatori e agricoltori in tempi molto più antichi di quelle ritrovate a Kuh-e Kamarband. Kuh-e Sarsarkhan si trova a una distanza di 30 km dalla città di Kuhdasht, e ospita nelle due grotte, nord e sud, pitture rupestri preistoriche. Nella caverna meridionale si trovano dodici pitture, sei in quella settentrionale, probabilmente di epoca precedente.

Sulla sommità della montagna di Sarsarkhan, si trova un’ampia piana in gran parte nascosta dalla vegetazione, dalla quale parte un sentiero che si dirige verso est e termina poi in un’ampia valle distesa tra Sarsarkhan e Hamiyan. A metà della valle si trova un altro sentiero che in direzione nord conduce alle pendici della montagna e ai siti delle pitture; un altro sentiero conduce verso sud, in direzione di un altro sito di pitture. Tra la grotta meridionale e quella settentrionale c’è una distanza di circa mezzo chilometro, percorribile a piedi in poco più di mezz’ora. I dipinti conservati quasi intatti nella grotta nord sono tre, sette quelli della grotta sud. Il numero dei dipinti della grotta di Dusheh, che appartengono all’inizio del periodo urbano e sono molto più recenti, raggiunge la trentina, e due sono dotati di iscrizioni, parte delle quali è perduta.

Non è possibile ricostruire con precisione la storia delle rappresentazioni rupestri del Luristan e non ci soffermeremo quindi ad analizzarli qui. Tuttavia è pressoché certo che questi disegni possano rappresentare il punto di partenza per l’invenzione della scrittura. Ciò che è più importante, è invece l’origine delle popolazioni montane degli Zagros e, soprattutto, del Damavand, a causa del ruolo speciale che esso riveste nella mitologia iranica.

Gli abitanti di questi territori, e in particolare quelli dell’altopiano iranico, fanno parte di popolazioni definite “asianiche”. I più antichi nomi che la storia e la storia epico-mitologica iranica ci hanno lasciato sono quelli dei Kassi, o Cassiti, a ovest, e dei Saka a est dell’altopiano. Il nome dei Kassi, per la vicinanza con la Mesopotamia e per il fatto che talora le popolazioni degli Zagros si spingevano a ovest e attaccavano le città mesopotamiche, è registrato in forme diverse nei documenti sumeri, assiri e greci. Presso i Sumeri, essi erano noti come Kassi o Kassu, nell’Elam come Kussi, presso gli Assiri Kashshu, e presso i Greci come κοσσαίοι (Kossaioi), conosciuti a lungo presso gli Europei come Kusseni. Sembra che il mare che lambisce il Mazandaran, da secoli conosciuto come Mar Caspio, e addirittura la città di Qazvin (Kaspin), tra le maggiori dell’Iran settentrionale, derivino il proprio nome dal nome di questo popolo. Tuttavia, il nome dei Cassiti appare nei documenti sumeri, babilonesi e elamitici soltanto a partire dal secondo millennio a.C. Questo popoli, non conoscendo la scrittura e vivendo sui monti e nelle valli degli Zagros di caccia, agricoltura e allevamento, non avevano la necessità di formare civiltà urbane simili a quelle degli Elamiti e dei Sumeri, e sopperivano alle proprie mancanze materiali con aggressioni nei confronti dei popoli mesopotamici e di altri vicini. Il vasellame ritrovato nei luoghi dove abitarono mostrano che i Cassiti appresero in epoca molto anticha la tessitura, e che cacciavano con fionda e mazza. Nell’agricoltura, utilizzavano aratri costruiti con selci e coltelli fatti dello stesso materiale, dal momento che la lavorazione dei metalli era ancora sconosciuta. Il vasellame che utilizzavano era fatto con argilla cotta all’aperto su fuochi di sterpi e cespugli secchi del deserto. A causa dell’insufficienza degli scavi intrapresi in Iran, queste sono più o meno tutte le informazioni riguardanti i Cassiti che abbiamo a disposizione.

Intorno all’8.500 a.C., sulle alture degli Zagros, a circa 1.400 metri di altitudine, comparvero alcuni insediamenti agricoli. Le alture si trasformarono presto in villaggi formati da abitazioni in adobe. I reperti archeologici suggeriscono che, verso la fine del settimo millennio, sia accaduto un evento senza precedenti che determinò la superiorità di questa regione sulle altre zone del Vicino Oriente antico: un incendio spaventoso investì un villaggio divorandolo. I muri di fango crudo vennero cotti e si trasformarono per l’appunto in terracotta, evento che consentì agli edifici di conservarsi attraverso i secoli.

Gli edifici della zona erano costruiti con lunghi mattoni, e probabilmente alcuni avevano anche un piano elevato sopra il pianterreno. Le abitazioni erano decorate con teschi di pecora, cosa che accadeva anche a Çatal Hüyük in Asia Minore, dove gli edifici pubblici e di culto erano rifiniti con teschi animali. Le case avevano inoltre dei piccoli magazzini sopraelevati per lo stoccaggio e la conservazione di granaglie e altre derrate.

Fu in questo stesso periodo che si cominciò a costruire anfore e orci di terracotta di grandi dimensioni per la conservazione di viveri e derrate; successivamente, questi contenitori incominciarono ad essere decorati. La superficie dei vasi si dimostrò lo sfondo più adatto per l’espressione del senso estetico di questo popolo e l’applicazione di tecniche diverse. Da questo momento in poi, ogni comunità agricola di una qualche entità ebbe le proprie specifiche forme ornamentali, le cui variazioni stilistiche hanno un’enorme importanza dal punto di vista storico.

La scoperta della cottura della terra diede il via alla produzione di mattoni cotti, più resistenti, e la disponibilità di questo materiale determinò lo sviluppo di una diversa tipologia di abitazioni, dal momento che gli edifici costruiti in mattoni cotti potevano elevarsi anche di più di un piano. Il senso estetico di queste popolazioni influì molto anche sulle loro ceramiche. La grazia e la bellezza delle loro opere, che emergono soprattutto nella tessitura e nell’intreccio di panieri, si manifestò presto anche nella raffigurazione di uccelli, camosci e altri tipi di fauna, eseguiti con particolare perizia sulle superfici ceramiche. Successivamente si cominciò a lavorare i metalli e tale lavorazione si sviluppò rapidamente presso le comunità rurali, anche se fu nei primi piccoli centri urbani che subì un’accelerazione. Strumenti appuntiti di rame apparvero al fianco di utensili di selce e pietra vulcanica, clave e asce di pietra. Questi utensili di pietra nera vulcanica si trovano anche nelle zone montuose attorno a Qazvin.

Le ceramiche di Kalat Jarmuth, in Kurdistan, risalgono a 6.000 anni prima di Cristo. Esse sono relativamente differenziate, e comprendono vari tipi di vasi, grandi anfore per viveri e granaglie, coppe, tazze, e ciotole fonde. I contenitori erano fatti di terra morbida e porosa, la cui superficie era dipinta con uno strato di colore rosso. La stessa tecnica è attestata nelle piana di Dehlaran, ove durò molto più a lungo. Qui, la popolazione viveva di caccia, pesca e anche di agricoltura a cicli stagionali, tecnica che permise di aumentare la produttività dei terreni. Ciò, a sua volta, incoraggiò queste popolazioni all’allevamento di animali domestici.

La comparsa di civiltà agricole sulle pendici delle regioni montuose dell’Iran impedì l’insediamento e la formazione di grandi comunità nella zona; gli abitanti delle pendici, infatti, a meno di importanti eventi, vivevano da seminomadi, parte dell’anno in movimento e parte nei villaggi.

Sembra che sin da tempi molto antichi, piccoli gruppi di cacciatori, di pastori e di agricoltori che praticavano l’allevamento di animali domestici, bbiano scelto di stabilirsi nelle pianure più basse delle grandi vallate, quale ad esempio quella della piana di Dehlaran. Questi gruppi stabilitisi nelle vicinanze di fertili piane alluvionali furono tra i primi ad approdare alla creazione di manufatti artistici, ai quali furono in grado di conferire, con uno sforzo collettivo, un certo valore.

L’invenzione della terracotta, sebbene essa non si sia diffusa dappertutto con la stessa velocità, è considerata uno degli elementi principali della rivoluzione neolitica, grazie alle innumerevoli facilitazioni che tale pratica introdusse nella vita quotidiana. Fu proprio nella produzione e nella decorazione della ceramica che, molto prima e meglio che in altri campi, si manifestò il potenziale estetico e artistico di questi popoli. La tecnica di decorazione della ceramica non si è basata però soltanto sulla sensibilità artistica. La particolarità decorativa di un determinato agglomerato urbano infatti era basato sull’organizzazione del lavoro nelle officine. Un elemento che risultava poco evidente, tanto da essere poco conosciuto ancora oggi, e pertanto molto difficile da valutare. La diffusione di una tecnica o di uno stile era a volte espressione di uno stile personale, e altre il risultato della disseminazione della cultura collettiva di una determinata comunità, la cui identità non è sempre facile identificare con esattezza. Una cosa è però chiara: il passaggio della cultura della ceramica decorata in modo molto semplice dall’Iran alla Mesopotamia si configura come una vera e proprio “rivoluzione culturale”.

Contemporaneamente alle civiltà dei Sumeri e di Susa, emersero delle civiltà indipendenti che si distinsero per la produzione di una ceramica decorata che non ebbe eguali nell’altopiano.

Alcune comunità rurali insediate nelle vallate montane incontrarono grandi difficoltà nello sfruttamento dei terreni, ed essendo molto distanti anche dalle piane alluvionali svilupparono molto poco l’agricoltura, facendo dell’allevamento la loro principale risorsa. Molto presto crearono legami con le civiltà dei paesi vicini, cioè della Mesopotamia e della piana del Turkestan e in questo modo, le grandi famiglie culturali e commerciali delle zone montuose poterono dare continuità alla tradizione della ceramica decorata fin nella zona intorno al lago salato dell’Iran centrale (l’attuale lago di Qom o Soltaniyeh). A ovest, sulla sponda meridionale del lago di Orumiyeh, la produzione di ceramica di Hajji Firuz e poi quella di Dalma Tepe insieme alle ceramiche del Turkmenistan, lasciano pensare che questi due territori ebbero collegamenti tra loro a partire da questo periodo.

L’evoluzione della civiltà nell’Iran centro-settentrionale può essere meglio analizzata e compresa grazie ai dati emersi dagli scavi effettuati a Tepe Siyalk, nei dintorni di Kashan. I primi abitanti di questo territorio utilizzavano delle semplici tende, ma presto i loro discendenti cominciarono a costruire case in mattoni crudi, i cui sotterranei erano destinati all’inumazione dei morti.Con lo sviluppo tecnico dei forni per la cottura dei mattoni e della ceramica, essi cominciarono a produrre delle belle ceramiche rosse o arancioni, decorate con disegni neri. Questo tipo di ceramica era molto diffuso nelle zone dell’attuale Tehran, a Ismail Abad, Kara Tepe e Cheshme Ali. Gli stampi erano ancora un po’ pesanti, tuttavia già le decorazioni mischiavano elementi astratti con disegni molto elementari di tipo animalistico. Infine, la terza fase della civiltà di Siyalk coincide con l’apice della tradizione nata con la rivoluzione neolitica, dal quinto fino a parte del quarto millennio.

Grandi terrine e contenitori come orci, caraffe a collo largo, vasi a rilievo con forme complesse, cominciarono a ospitare decorazioni particolari. Tali decorazioni comprendevano file parallele e ordinate di iscrizioni e tabelle istoriate, con animali ritratti in modo molto vivido, sebbene le forme geometriche fossero piuttosto semplici. Questo stile si diffuse a oriente, anche molto lontano dalla sua regione d’origine, a Teppe Hesar, Damghan, e a sud dell’Alborz. Mentre a nord di questa zona, nel deserto turcomanno, gli abitanti di Anau e di Namazga Tepe, dopo quelli di Jayatun, trassero ispirazione dalla vita in villaggi le cui condizioni erano simili a quelle della Mesopotamia. Presto essi si trovarono al centro della rete di relazioni che si istaurarono tra l’Iran occidentale e la parte sud-orientale, cioè l’area degli odierni Afghanistan e Baluchistan.

Dagli scavi di tombe sparse in punti diversi, sono stati trovati diversi oggetti ornamentali di rame, madreperla, perle del golfo, turchese del Khorasan e altre pietre preziose provenienti da zone orientali dell’altopiano, la cui varietà dimostra l’esistenza, in quel periodo, di un certo tipo scambi commerciali, che forse andavano oltre il baratto.

Ci sono alcune aree del sud dell’Iran il cui studio è in grado di mostrare l’importanza di questa regione come fonte di materie prime quali rame e pietre morbide, tra cui la pietra saponaria. Nell’area di Kerman, gli abitanti di Tepe Yahya diedero vita ad una civiltà neolitica simile a quella di Siyalk.Successivamente, dopo aver raggiunto un buon livello nella fusione dei metalli, istituirono relazioni con altre civiltà dell’Iran orientale.Tale attività divenne, a partire proprio dal quinto millennio, una delle specializzazioni di un’area vicina, quella di Tepe Iblis, in cui sono state trovate centinaia di forni per la fusione e la purificazione del rame.

Il Fars, cioè la regione dell’attuale Shiraz, è legato alla civiltà di Susa per quanto concerne gli stili e le tecniche di decorazione della ceramica. È questa la ragione della comunanza di queste due aree nel periodo storico. Il villaggio di Tell Bakun, confinante con Persepoli, era costituito da gruppi di abitazioni costruite le une accanto all’altra, senza chiare delimitazioni. Le sue ceramiche erano fittamente decorate con motivi inusuali e particolari i cui elementi si presentano in alcuni casi ordinati in file serrate e diseguali, e in altri nettamente distinguibili l’uno dell’altro. In queste decorazioni, gli animali sono rappresentati con elementi decorativi simbolici: ad esempio, bestie con corna grandi e sproporzionate che mostrano più chiaramente il valore delle figure associate.

Le semplici tracce ritrovate in queste aree mostrano come nel giro di qualche secolo si verificò una rivoluzione materiale, segnata dal passaggio dalla lavorazione della pietra a quella dei metalli, che determinò lo sviluppo della civiltà agricola; una rivoluzione che progredì di moto proprio, senza interventi o influenze provenienti dall’esterno. Sempre nel quarto millennio, questo progresso conobbe una rapida accelerazione che portò allo sviluppo di una civiltà molto progredita, ancora una volta riconducibile all’esito di una rivoluzione materiale specifica dell’altopiano. L’invenzione del tornio per la ceramica comportò un progresso nelle tecniche di lavorazione e ad una più ampia differenziazione delle tipologie ceramiche e vascolari, oltre ad aumento della produzione che cominciò a superare i bisogni locali, cosa che causò la nascita di un commercio della ceramica. Questo fatto provocò, a sua volta, lo sviluppo di nuovi modelli di recipienti, sempre più raffinati, e delle tipologie decorative. In tali decorazioni, gli animali sono dipinti nell’atto di rincorrersi in un ordine ben preciso, oppure in combattimento (Fig. 1).

Il cambiamento delle forme degli animali, con la creazione di macchie e righe ordinate in geometrie raffinate, operazioni, queste, tutte realizzate nei laboratori di Bakun, Siyalk, Susa e altre città, oltre a essere indicativo dello sviluppo di un’estetica consapevole e originale in grado di dare completezza alla decorazione vascolare, si fuse con alcune credenze superstiziose e tribali, poiché il pensiero che sottendeva la produzione pittorica non riguardava soltanto la mera esecuzione di decorazioni, che anzi tracce della medesima ispirazione si riscontrano nel successivo pensiero religioso (Fig. 2).

Poiché non abbiamo nulla di scritto risalente all’epoca, la reale natura di questo pensiero e di queste credenze ci è ignota; tuttavia, è possibile che quelle stesse decorazioni fossero una sorta di rappresentazione visuale delle credenze di quel tempo. Ciò che gli specialisti hanno scritto in proposito non sono che supposizioni degli archeologi, i quali a loro volta sono per la maggior parte occidentali e assertori, per quanto riguarda le civiltà antiche, dell’esistenza di culture politeiste; essi hanno diffuso la loro concezione la cui attendibilità però non sarà certa fino a quando non verranno scoperti documenti in grado di confermare questa o quella teoria, per cui le proposte fatte sinora possono essere accettarte solo con riserva.

Ciò che invece appare vero in modo incontrovertibile è che gli uomini, fin da quando apparvero, credettero nell’esistenza di forze sopranaturali buone e cattive. Alla luce di questo, si può ritenere che essi chiedessero alle divinità buone la protezione da quelle cattive. Ritenevano inoltre che esistessero divinità specifiche per la tempesta, la folgore, le fiere, le greggi,gli armenti e il raccolto che adoravano e in onore delle quali venivano eretti templi, ove venivano portati doni, officiati sacrifici, installati talismani, ex voto e invocazioni, di forme a volte semplici e a volte complesse, tutto con lo scopo di garantire la protezione del devoto.

Così, in onore del sole, o del dio-sole, oltre alla creazione di sue rappresentazioni geometriche particolari, essi rappresentavano anche animali che presso di loro apparivano potenti come il sole, come l’aquila o il falco reale, il leone o il toro, talora mescolandone gli elementi. Tracce dello stesso pensiero religioso apparvero fino ad alcuni millenni più tardi, testimoniati dal mito della Simorgh (<sa’in-morgh<shahin-morgh = falco reale), e dal simbolo del leone e del sole. Molti di questi elementi finirono per assumere un significato proverbiale e simbolico; ad esempio, l’albero, che è rappresentativo della foresta, divenne simbolo di vita e in quanto tale finì per essere venerato dalle popolazioni; oppure la figura della donna, che era simbolo delle divinità dell’abbondanza e della fertilità, e che venne dapprima rappresentata, con forme rudimentali, sulla ceramica e poi in piccole statuette di terracotta, assumendo un aspetto sacrale. Oppure ancora le forme degli animali o di parti del loro corpo, ciascuna delle quali rappresentava un concetto delle credenze del tempo, come le corna del toro, del cervo e del camoscio, le ali degli uccelli, gli artigli dei rapaci, o la criniera del leone, tutti elementi consueti nella decorazione della ceramica del quarto millennio.

La persistenza e il prestigio di quest’arte, probabilmente nata dalle radici più antiche delle credenze religiose dei popoli dell’altopiano, contribuirono al suo affermarsi e ad un forte sviluppo in tutto il territorio e nelle aree confinanti . È possibile ricercare con successo l’influenza che essa esercitò sull’arte della Mesopotamia e oltre, in oriente e in India.

Così come questo popolo fu precursore nella cottura della ceramica, nella fabbricazione di mattoni e nell’invenzione del tornio e trasmise queste invenzioni ad altre zone, soprattutto alla Mesopotamia, esso mantenne la propria preeminenza anche nel campo dei metalli e della loro lavorazione. Infatti, il più antico manufatto d’oro saldato è stato trovato a Susa e risale al quarto millennio. Nel quarto millennio, si verificò un’accelerazione nella manifattura dei metalli. L’impeto di questo sviluppo fu tale che è forse possibile ancora oggi trovare, nelle zone montuose di confine dell’altopiano, luoghi di estrazione e fusione. La scoperta dei metalli – avvenuta accidentalmente, probabilmente proprio per la presenza di forni per la cottura della ceramica o per la combustione di legna da ardere – fu un scoperta straordinaria che consentì la costruzione di armi e utensili metallici, e la sostituzione dei vecchi e primitivi strumenti in pietra. Stiletti, pugnali, attrezzi da scavo, coltelli, falci ecc. cominciarono a essere fabbricati in rame. Alcune pietre ornamentali, come il turchese, il corallo e il lapislazzulo,vennero utilizzate per creare monili o come decorazione di utensili in rame. Nacquero spille, specchi sferici, collane di diverse forme e monili da petto. Nella gioielleria venivano utilizzati anche conchiglie, quarzo, giada e perle. La produzione di simili monili portò all’invenzione dei timbri incisi a bottone e successivamente cilindrici (Fig. 3). Il turchese, il lapislazzulo e la madreperla venivano scambiati con prodotti agricoli.

Fino a questo periodo, i cambiamenti che si verificarono furono opera degli abitanti autoctoni dell’altopiano. Tracce rinvenute in vari punti della regione, da nord a sud e da est a ovest, testimoniano l’esistenza di relazioni molto strette tra di loro, mentre non ci sono rinvenimenti che facciano ipotizzare influenze straniere in questo processo. Tuttavia, verso la fine del quarto millennio, emerse a sud-ovest dell’altopiano un popolo conosciuto col nome di Elamiti. Si tratta di una popolazione urbana provvista di un certo potere, la cui provenienza non è del tutto chiara, così come non si sa molto su eventuali collegamenti con raggruppamenti iranici più antichi sulla cui attività non esistono testimonianze, a causa della distruzione di città e villaggi provocata dalle numerose invasioni da essi subiti L’unica cosa che si può dire con ragionevole approssimazione è che gli Elamiti erano imparentati con i Sumeri, e che diedero vita a una civiltà urbana contemporaneamente – o forse anche un po’ prima – a essi.

Non è chiaro in quale periodi gli Elamiti abbiano cominciato ad utilizzare la scrittura. Tavolette di argilla, contenenti segni che probabilmente corrispondevano a elementi vocali e servivano a esprimere concetti, e che sono databili a partire dalla seconda metà del quarto millennio, sono state ritrovate in tutti i centri di civiltà dell’altopiano iranico, da Susa a Siyalk, da Tepe Giyan a Shahdad (l’antica Hafiz, ai margini del deserto salato). Tali segni si possono interpretare come cifre per la classificazione e il conteggio di merci. Dato che queste popolazioni tribali, se escludiamo le popolazioni dello Zagros e di Susa, conducevano la propria vita pacificamente nelle città e nei villaggi, è piuttosto normale che non abbiano inventato la scrittura per registrare avvenimenti, ma esclusivamente per soddisfare i proprio bisogni commerciali e materiali, così come ormai è accertato anche per i Sumeri; purtroppo però, i numerosi segni scritti che ci hanno lasciato le popolazioni dell’altopiano rimangono in gran parte ancora da decifrare, anche se, a onor del vero, bisogna dire che in essi non si scorgono elementi che facciano pensare a un’evoluzione della scrittura.

Che si tratti semplicemente di una congettura dovuta alla scarsità di scavi condotti o meno, è infatti presso i Sumeri che si nota il passaggio da una scrittura figurativa e ideografica a una alfabetica. Nel terzo millennio tale processo era oramai compiuto e la scrittura divenne lo strumento per la trascrizione di leggi, invocazioni, preghiere, litanìe, poesie e racconti, come testimoniato nell’epopea di Gilgamesh.

I segni grafici trovati nei centri dell’altopiano sono normalmente conosciuti come antico-elamitici. Sebbene questa denominazione non sia necessariamente denotativa della diffusione di questi segni dall’Elam ad altre aree, tuttavia una delle ragioni per questo nome è la rapida espansione della civiltà elamitica nell’altopiano e l’influenza che essa ebbe sulle arti, e forse anche sulla letteratura e sui costumi, delle altre civiltà iraniche, nonché lo sviluppo che ebbe la scrittura elemitica nel terzo millennio.

Dal punto di vista delle credenze religiose, non è ancora possibile una valutazione definitiva sulla religiosità degli abitanti dell’altopiano. Tuttavia, se si considerano tutte le rappresentazioni sulla ceramica, e tutti gli altri manufatti artistici quali piatti, statuette, forme astratte e esseri fantastici umani-animali, come espressione di credenze religiose, si può concludere che gli abitanti dell’altopiano avessero grosso modo le stesse credenze dei popoli di altre zone loro contemporanei. Ad esempio, credevano in divinità della fertilità, della grazia e dell’abbondanza, tra cui la dea madre e un dio serpente. Queste credenze sopravvissero fino al primo millennio come testimoniato da raffigurazioni su timbri circolari e su piatti ceramici, insieme ad alcune antiche sculture antiche trovate a Naqsh-e Rostam e Guran Tepe.

Tra la fine del quarto millennio e l’inizio del terzo, fu scoperto il bronzo. I manufatti in bronzo, molto più resistenti di quelli in rame, conobbero una grande diffusione. Lo sviluppo maggiore della lavorazione del bronzo si ebbe tra la fine del terzo e l’inizio del secondo millennio, ed essa divenne così specialistica da richiedere competenze e maestrie specifiche. La ceramica si raffinò ulteriormente e incominciò ad essere decorata con rappresentazioni incise. Al centro dell’attenzione, però, sempre più spesso cominciò ad essere la forma e l’estetica degli oggetti, mentre decorazione scivolava verso un ruolo quasi secondario. È possibile che la ragione di questo sia da cercare in alcuni cambiamenti nelle credenze religiose o in alcune influenze esterne. Cionondimeno, una serie di ceramiche grigio-azzurre sono state trovate a Tureng Tepe, nello stesso luogo in cui furono reperite delle statuette di terra.

Dai recenti scavi effettuati nelle vicinanze di Tehran, a Robat-e Karim, sono emerse tracce di una civiltà urbana del quarto millennio, sulle quali sono stati effettuati studi non ancora pubblicati. Nel sito sono stati trovati forni per la cottura di ceramica grigia e vari altri reperti intatti o rotti, che dimostrano come le ceramiche azzurre di Tureng Tepe siano successive. Per converso, le statuette di Tureng Tepe testimoniano di una maestria particolare nel disegno di forme umane a rilievo. Sulla testa di queste piccole sculture si trovano delle incavature per apporre i capelli e degli anelli, sui quali erano incastonate delle pietre, che rappresentavano gli occhi e che dovevano essere, come mostrano ritrovamenti analoghi, colorate di bianco.

Queste statuette, così come i bronzi del secondo millennio del Luristan (Iran orientale), il quale era in rapporto diretto con i Cassiti e con il loro dominio su Babilonia, in ragione del fatto che sono coeve con l’ondata civilizzatrice elamitica, saranno analizzate dopo la trattazione dell’Elam e della sua arte. Questi due flussi culturali e artistici hanno molte analogie e punti comuni.

Come in Mesopotamia, sembra che anche il popolo di Susa abitasse inizialmente colline, valli o pianori. Gli scavi effettuati a Chaghamish mostrano che apparve dapprima una civiltà , definita “antica” o “primitiva”, derivante dalle civiltà neolitiche degli Zagros. Successivamente, gli agglomerati umani si ingrandirono ben al di là di semplici villaggi di agricoltori. Nel corso di questo lungo periodo, gruppi di allevatori-cacciatori si stabilirono nei pressi di Jaffarabad, a nord di Susa. Il nucleo era costituito da una piccola società riunita in una grande abitazione composta da quindici stanze. Successivamente, quando questa tipologia venne abbandonata, si stabilì nello stesso luogo un gruppo di esperti ceramisti con i loro laboratori nei quali producevano ceramica per tutte le popolazioni limitrofe. Alla fine, intorno all’anno 4000 a. C., un gruppo proveniente da Chaghamish abbandonò le grandi abitazioni, troppo esposte alle aggressioni, e si spostò in rifugi più sicuri. Il desiderio di vivere in comunità, di sostenersi gli uni con gli altri e di difendersi dalle aggressioni esterne è la ragione per cui Susa – all’inizio solo un agglomerato di piccoli villaggi agricoli – si trasformò in una città. I suoi abitanti, che fino ad allora usavano inumare i morti in casa, eressero un cimitero sopra un’altura vicina all’abitato. Dagli utensili sepolti che sono stati rinvenuti accanto alle salme, ci è chiaro che questo popolo aveva una fiorente industria metallurgica del rame e produceva magnifici piatti, di cui sono stati trovati solo pochi esemplari nelle case. Le figure dipinte sui vasi, che avevano forma di testa camoscio, sono semplici e simili a quelle delle civiltà neolitiche. Tuttavia, il modo in cui erano disposte sulla superficie di brocche e vasi dalla fattura raffinata e gradevole, e all’interno di coppe ampie e profonde, mostrano la ricerca di armonia e proporzione. Per evitare la monotonia delle righe ornamentali, esse hanno spessori differenti che si armonizzano con precisione con il tutto. Strisce di spessore gradualmente variabile, delimitano e caratterizzano superfici angolate sulle quali dovevano essere dipinte figure geometriche a volte spinte fino al limite dell’astrazione e a una semplicità sconosciuta. Le enormi e sproporzionate corna del camoscio bastano a sintetizzare l’idea dell’animale e a ricordarci i legami che gli abitanti del deserto avevano con quelli dell’altopiano, legami che ne facevano sostanzialmente un popolo unico.

Presto gli abitanti di Susa, che erano diventati molto ricchi, si resero conto che non era necessario impiegare tutto il tempo per accumulare ricchezze, e che ci si poteva organizzare in modo da affidare questo compito a un responsabile potente, in grado di guidare le dinastie reali durante il periodo in cui erano in carica. Eressero un piedistallo enorme, dell’altezza di dieci metri e dalla base di ottanta metri per ottanta; la struttura, unica per dimensioni, doveva servire come base per un tempio e per le sue pertinenze, e rimase il centro di Susa per tutto il periodo pre-storico. Questo piedistallo era simile a quello che era stato eretto come luogo di culto ad Eridu. In quel periodo emerge quindi una società urbana con tratti specifici dal punto di vista dell’architettura e della religione, basata su istituzioni di origine mesopotamica.I primi abitanti di Susa, a dispetto della loro superba civiltà, non conoscevano la scrittura, né è possibile considerare come un inizio di scrittura le decorazioni vascolari, per quanto alcune rappresentazioni siano simili alla scrittura ideografica. Certo, talora queste rappresentazioni appaiono come delle scene, per quanto elementari: uccelli in parata, cani in corsa, o camosci ai margini di uno specchio d’acqua. La scrittura al contrario, nelle sue prime fasi, astraeva le immagini dal loro contesto reale in modo da utilizzarle in modo indipendente e ordinato, capace di organizzare il discorso.

I sigilli di Susa ci svelano un inventario molto più vario di quello dei disegni vascolari, cioè qualcosa che per la prima volta ci fa venire in mente miti di dei e rituali religiosi. Nelle dettagliate scene incise, si vede un personaggio con corna, o con testa animale dotata di corna, che afferra dei serpenti accanto a un pesce-sega o a un leone, e che appare preminente rispetto al resto della rappresentazione. Si può individuare in questo personaggio un demone o un sacerdote che interpreta un demone. In un altro contesto, un altro personaggio vestito allo stesso modo, ma privo della testa animale, accetta le benedizioni di una serie di piccoli oranti, i quali gli portano doni. Questo disegno è assai simile alle rappresentazioni ritrovate sui sigilli fatti nel Luristan nello stesso periodo, e sembra che alcuni di essi siano stati portati a Susa proprio da là.

Gli abitanti delle valli d’alta quota seppellivano i morti in cimiteri, come a Susa, ma lontano dagli insediamenti abitati. Questo fatto corrobora l’idea che essi fossero coloni che vivevano fianco a fianco con gli abitanti dei villaggi concentrati attorno ad alcuni nuclei, come Tepe Giyan. Si può ipotizzare che a partire dal quinto millennio si fosse stabilita una qualche forma di convivenza tra popolazioni coloniche, cittadini, abitanti delle montagne e dei villaggi delle valli e del deserto, e che questa situazione si sia prolungata per molto tempo.

Nella seconda metà del quinto millennio, la ceramica di Susa raggiunse il picco più elevato in bellezza e magnificenza. Nonostante la grande diffusione della ceramica del periodo cosiddetto obeid in Iran, sulle coste del Golfo Persico, tra gli Assiri e fino in Siria, solo la ceramica di Susa può essere considerata l’espressione della rivoluzione artistica prodotta dalla rivoluzione neolitica e conservò la sua originalità.

Alla fine di questo periodo della preistoria, sia in Mesopotamia che a Susa si è ormai consolidata una tradizione. Le civiltà a contatto con le tradizioni correnti nelle alte valli dell’Iran occidentale si irradiano dai territori dell’antico oriente agli altri territori. Sorgono insediamenti di entità non trascurabile, dominati da edifici che dimostrano una certo grado di collaborazione economica. Inoltre, la specializzazione nel lavoro, testimoniata dai laboratori ceramici e metallurgici, indica l’esistenza di cambiamenti sociali molto più diversificati rispetto alle società degli abitanti dei villaggi ancora legati al neolitico, nei quali la divisione del lavoro appare ancora primitiva. La presenza di un potere centrale è rivelata anche dall’esistenza di grandi edifici di culto, oltre che da specificità religiose, addirittura “sacerdotali”. Le piane centrali, baciate dalla fortuna di fiumi di notevole portata, assunsero una preeminenza netta rispetto alle altre aree, poiché in essa potè svilupparsi una società che strinse legami con altre aree densamente abitate e proliferò. In questo modo, si creò una società umana molto estesa, tanto che nella seconda metà del quarto millennio si verificarono le condizioni di una nuova “rivoluzione”, cioè la rivoluzione delle città, nel senso specifico del termine. Vennero istituite città, metropoli e stati su basi economiche, sociali, culturali e religiose che prima, a causa della pesantezza della tradizione neolitica, non si erano manifestate.
 

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